TUTTA LA TERRA È OFFESA DAGLI UOMINI

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Basta osservare il comportamento dei genitori che insegnano ai figli la distruzione dell’ambiente per valutare il grado di sottosviluppo della nostra area geografica. Avete mai osservato quelle orrende famigliole cariche di retini, canne da pesca, coltelli alla Rambo che discendono su una nostra scogliera eliminando ogni forma vivente con sadismo, sporcando e disturbando gli altri fruitori del luogo. Sono ovviamente il frutto della devastazione culturale della nostra terra. Nemmeno l’industrializzazione selvaggia, la globalizzazione e l’informatizzazione vi hanno potuto nulla. Retaggi arcaici di sopravvivenza e frustrazioni radicate spingono grandi e piccini, adolescenti e anziani ad un attivismo distruttivo micidiale. È l’estetica del brutto che domina le loro menti elementari e confeziona il reale sentimento di un popolo verso l’ambiente. La questione ambientale nel senso più ampio, beni culturali compresi, rappresenta la sfida culturale della Sicilia. Sembrerebbe un’ovvietà, frasi fatte che susciteranno più di un sorrisino fra una vasta platea di scriventi trasformati dai media in scrittori e in intellet- tuali depositari della verità e profondi conoscitori dei massimi sistemi, ma rimane il punto cen- trale di ogni questione. Dai ri uti e dalle discariche grandi assenti, ma tragicamente presenti nella campagna elettorale appena trascorsa, alle proposte di sviluppo di un’imprenditoria che sa solo proporre cementi cazione, assalto alle coste e promette posti di lavoro magari per i nuovi schiavi importati da altre latitudini, da un inquinamento industriale, che appare assolutamente irrisolvibile e con il quale, nei fatti, si deve convivere, alla dissennata gestione dei Beni culturali dell’isola comune del resto a tutto il territorio nazionale. Si dirà: ma tanto l’Italia è un paese nito, sven- duto, dall’acqua alle squadre di calcio, come volete possa essere la Sicilia che già aveva problemi atavici e irrisolvibili? Ha scritto Nicola Perullo in Piedi, linee, tempo, labirinto – L’ecologia della vita come corrispondenza: “Non c’è ecologia senza percezione. Bisogna dunque innanzitutto comprendere di quale percezione parliamo e quale approc- cio percettivo adottiamo per poi, di rimando, modellare un’ecologia. Oc- corre capire, prima formalmente, su un piano descrittivo, quel che (ci) accade mentre percepiamo, quando, dove e naturalmente che cosa perce- piamo”. Del resto, lo aveva già mo- strato James Gibson: la percezione è sempre intimamente ecologica,
perché immersa in un ambiente nel quale e attraverso il quale nasce, vive e si sviluppa. Basta esserne consapevoli e trarne le conseguenze. Ma come si guadagna questa consapevolezza?

È sufficiente una teoria della percezione? Gibson inventò il concetto di affordance, che è ancora uno spunto molto utile per cominciare a pensare l’interazione tra organismi percettivi e ambiente: un mondo di possibilità che si aprono, di informazioni e di inviti che si costruiscono di continuo. Nella frase “interazione tra percezione e ambiente”, tuttavia, c’è già il problema dal quale prenderò le mosse: in Gibson (come in buona parte del pensiero loso co successivo) l’ambiente resta “qualcosa” di separato e, almeno in linea di diritto, differente da chi lo vive e lo percepisce, una sorta di contenitore. Uno spazio occupato da varie entità viventi, soprattutto esseri umani. Da una parte quindi i percettori, dall’altra l’ambiente per- cepito, per quanto inestricabilmente intrecciati. Questo modello, così dato per scontato, è quello che intende la relazione come inter-azione, come rapporto attivo tra enti di diritto isolati. Questo modello, dunque, presuppone l’idea che esistano, e siano concepibili nella loro essenzialità, entità discrete, individuali, prima del loro legame.

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È possibile un approccio diverso all’ecologia della percezione? Se è così, dovremo comprendere diversamente la percezione e dunque l’ecologia”. Cosa dunque percepiamo di una Sicilia che ai primi caldi brucia nell’indifferenza? Stato di dissoluzio- ne/Stato in dissoluzione? Anche, ma più probabilmente coscienza collettiva e opinione pubblica ormai inesistente. “Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello. (...) I boschi sono pieni di alberi morti e morenti, eppure la loro bellezza era necessaria per completare la bellezza della vita. (...) Ogni morte è bella!”(J. Muir, John of the Mountains, 1938 - tratto da Devall & Sessions, 1989). Mentre in passato le bellezze naturali erano viste solo come fenomeni estetici privi di contenuto, le concezioni della moderna estetica ambientale, oltre a valutare e riconoscere i vari aspetti della bellezza, premono preminentemente sulla protezione e conservazione della natura. Mario Spinetti in L’estetica ambientale cita D’An- gelo, in Gamba & Martignitti, 1995 “Ciò che viene maggiormente sentito è dunque il corretto rapporto tra uomo e ambiente e la vera tutela della natura. Al limite, le bellezze naturali vengo- no utilizzate per riaffermare argomenti a favore della loro conservazione”. Può l’arte diventare quindi uno strumento di salvaguardia ambientale e momento generatore di coscienza collettiva? Occorre fare una premessa. Se guardiamo alla scena artistica contemporanea, capiamo perché le poetiche abbiano un ruolo in nitamente meno attivo. Gli artisti, siano essi artisti visivi o artisti della parola, sono soli, non fanno comunità gruppo, movimento, tendenza. Dif cilmente muo- vono da un programma di azione. Se poi il programma qualche volta c’è, è il critico a costruirlo. E per critico, almeno in campo visivo, dobbiamo intendere una gura in gran parte diversa dal critico tradizionale, un critico che è anche impresario, curatore, agente. Per intenderci molto più simile alla gura teorizzata da Munari. Se l’arte ridiventa momento collettivo potrebbe essere un veicolo di rinascita. L’ulteriore ri essione di Spinetti ci dice che dinanzi all’attuale distruzione e invasione della natura, è impensabile proporre un’etica ambientale ricca di considerazioni utili- taristiche per l’uomo. Occorre invece de nire un’etica che lo responsabilizzi e lo conduca verso una visione monistica e globale della vita per consentirgli la riconnessione con l’uno naturale. Per poter riconoscere i limiti e le dimensioni ridotte dell’uomo, essere paritario agli altri elementi del mondo naturale, è però necessario rinegoziare il valore delle cose. Un suggerimento ci viene da Ingold. Secondo Ingold praticare un’antropologia con l’arte signi ca corrispondere con essa nel suo divenire, nel suo movimento di crescita, in una lettura che non va a ritroso della catena operativa, ma in avanti e segue il sentiero verso cui porta. Finora, con qualche notevole eccezione, la collaborazione tra antropologi e arte ci è stata scarsa e quando c’è stata, non sempre ha avuto successo. Il problema, secondo Ingold, sta ancora una volta nell’identi cazione dell’antropologia con l’etnogra a. Le stesse ragioni che rendono l’arte fortemente compatibile con l’antropologia sono le stesse che la rendono incompatibile con l’etnogra a. Da un lato il carattere sperimentale, speculativo e aperto della pratica artistica tende a compromettere l’impegno dell’etnogra a all’accuratezza descrittiva. Dall’altro, l’orientamento temporale retrospettivo dell’etnogra a va diretta- mente contro la prospettiva dinamica dell’impegno dell’osservazione artistica. Un ripensamento generale antropologico potrebbe essere la base di partenza per una vera rivelazione culturale. E tuttavia la questione ambientale sembra sparire non solo dall’agenda politica, ma anche da quella culturale. Quella che oggi chiamiamo cultura vagheggia e si trastulla con opzioni modaiole tra il buonismo parolaio e fumose elucubrazioni. Si spera che accelerando il declino primo o poi la coscienza collettiva risorga.

Scrive Franco Zunino (1980):

La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. È il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha ni di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gon arsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella fore- sta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo”. 

 

Luigi Amato

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