L’AMORE È DAVVERO UNA QUESTIONE DI OPPOSTI?

BONANNO-FEST - Copia.png

Angela Bonanno, in Prima dammi il pane (Catartica edizioni, 2018), racconta una storia d’amore, cominciando dalla fine, sviluppando due linee temporali e di narrazione parallele e non convergenti. Da un lato c’è Elena che soffre l’abbandono di Crista. Dall’altro c’è Crista che sta per sposarsi, chiusa in una stanza con il parrucchiere che le sta acconciando i capelli. Del mondo di fuori non c’è quasi traccia, va affiorando, a brani, come isole nella corrente, attraverso un sapiente gioco di sovrapposti ashback.
Elena è una giovane donna che lavora come speaker in una emittente privata. Si occupa di musica, d’altronde sua madre, deceduta dandole la vita, era una famosa cantante lirica. Di lei conserva le registrazioni e l‘irraggiungibile esempio, ma non riesce a liberarsi del senso di colpa per la sua morte. Il padre si è invece risposato con una donna anonima, che lei non accetta. Elena, negli anni della convivenza, ha tradito spesso Crista, l’ha fatta soffrire, non riuscendo ad essere monogama. Crista è una giovane donna indecisa, ha difficoltà a fare una scelta omosessuale consapevole. È cresciuta con accanto due gure contrapposte: una nonna sessantottina portata verso la libertà e il poliamore e una madre, per opposizione, tradizionalista e perbenista. Lei sente il bisogno di normalità, di sposarsi e di avere gli. Di fronte all’ennesimo tradimento della compagna, incontrando un “uomo che profuma di viole”, si vendica lasciandola. In seguito rimane incinta e decide di sposarsi.

Intorno ai due personaggi principali non c’è quasi nulla. Il romanzo si sviluppa in un ambiente cittadino assai sfumato. Si è in una città di mare, forse del sud, ma nulla è circostanziato. Anche i riferimenti sociali e culturali sono appena accennati. Solo la relazione amorosa è messa a fuoco nella sua nudità esistenziale. Quando la visione si allarga, la messa a fuoco sfuma i contorni degli ambienti, degli oggetti e delle persone, che sono identi cate per un particolare (ad esempio “il mocassino da frocio” del direttore della radio presso cui lavora Elena) e nulla più. Il mondo resta fuori, sembra non contare quasi più. Solo l’amore importa, il piacere da prendere a morsi, solo il “pane” dei contatti essenziali, primordiali.

Questa è la storia di due opposti che si attraggono e di due convergenze che si respingono. Per-fettamente sintetizzata dalla citazione di Djuna Barnes posta in epigrafe: “Tutto ciò che non sopportiamo a questo mondo, un giorno lo troviamo in un’unica persona, e immediatamente lo amiamo”. Come se le persone cercassero nelle altre il proprio antidoto, il proprio limite. Da un lato un disperato istinto erotico che porta a incontrarsi, a darsi, dall’altro la fatica a fare in modo che questo impulso si dispieghi in una durata, si spiani lungo un sereno tracciato, come se ci fosse più forte un cupio dissolvi, un interiore desiderio di annientamento.

“L’amore che perdiamo semina lutti”, osserva la saggia voce narrante, perché “spezzare per sempre il lo di un legame è uccidere”. La fine di un amore è sempre un lutto, una cacciata dall’Eden, una caduta (“con il suo pezzo d’amore”) all’inferno. Ma solo attraverso il lutto, la catabasi, la discesa agli inferi, si può e si deve rinascere infelicemente liberati. Questo è il percorso di rielaborazione e di riconciliazione che tocca per-correre ad Elena, per qualche tempo anche grazie alla guida dell’amico Pietro, novello Virgilio, santo dissoluto, con cui condividere un “dolore alcolico”.

Prima dammi il pane è un romanzo sghembo, che si muove a salti, senza una fabula ininterrotta,si va avanti e indietro nella narrazione mediante una focalizzazione alternata, saltando il superfluo, specificando solo l’essenziale, lasciando al lettore il compito attivo di ricomporre il mosaico delle esistenze narrate, ricostruendo i non detti, le reticenze, i tempi morti. La voce narrante non impone una linea oggettiva, ma si proietta nella soggettività dei personaggi, se ne appropria, come un suono in presa diretta, come una cinepresa che entra dentro il personaggio e guarda il mondo attraverso il suo sguardo.
Lo stile è profondamente originale: secco, aspramente poetico, fatto di brevi frasi icastiche. A cominciare dall’incipit folgorante: “Il giorno arrivò come una sentenza”. Sono frequenti gli afori-smi, le citazioni implicite, i rimandi colti, le metafore fulminanti. Per fare solo due esempi: “l’uomo dal profumo di viole indossava una giacca a quadri come una prigione”; “l’amore le usciva dai capelli come i pensieri e faceva svolazzare, da sotto il vestito, il vento”. Non c’è da meravigliarsi di ciò perché Angela Bonanno è anche una poet(ess)a di prim’ordine, recentemente insignita del prestigioso Premio Pascoli per la sezione poesia in dialetto con l’ultima raccolta dal titolo Stram- mata (Forme Libere, 2017).

Orazio Caruso

/
Print Friendly and PDF