IL PROBLEMA DELL'INTOLLERANZA IN ETÁ MODERNA. ALCUNE RIFLESSIONI

                          Baruch Spinoza    

                        Baruch Spinoza

 

Che cos’è la tolleranza? Il significato del termine ormai sembra più che noto, scontato, tanto da considerare il suo opposto, l’intolleranza, un retaggio del passato, sopravvissuto solo in culture “altre” rispetto alla nostra. Tuttavia, concetti e valori mantengono significato e validità solo se tengono conto dei mutamenti storici e culturali. Inoltre, l’idea di tolleranza è diventata centrale in un’epoca di globalizzazione e insieme di crisi delle certezze assolute. Essa riappare con forza come categoria da rileggere e da reinterpretare in un mondo, quale l’attuale, percorso da inedite ondate migratorie e da rinnovati contrasti etnici e religiosi, spesso ispirati a concezioni integraliste in grado di produrre nuovi e tragici conflitti. Insomma, la riflessione sulla tolleranza si intreccia strettamente alla pratica dell’intolleranza. Vale la pena riflettere sul problema della tolleranza, partendo dai primi contributi apparsi al momento della formazione degli Stati nazionali in Europa.

Le prime formulazioni si manifestarono quando la cristianità cessò di essere il cemento della società europea e l’unico cristianesimo. Il protestantesimo sembrò segnare il tramonto di un’epoca e l’avvento di una nuova era. Tuttavia, la rinascita del dogmatismo teologico e la rigidità dei criteri di esclusione e di inclusione delle appartenenze religiose diedero vita a feroci guerre civili. A causa di plurime e reiterate intolleranze, la Riforma, utilizzando gli strumenti concettuali di Lutero contro il dogmatismo cattolico, elaborò il principio della libertà di coscienza, che era strettamente legato al principio di tolleranza. Tuttavia, la Chiesa luterana, ben presto, si fondò sull’ortodossia del testo scritturale, attribuendo al potere politico un ruolo repressivo contro i “falsi”.

Nello stesso periodo, Erasmo da Rotterdam, guida indiscussa dell’umanesimo evangelico come strumento per la riforma della Chiesa, sostenne che la dignità umana non doveva essere mortificata da alcuna costrizione e che la risoluzione della crisi della cristianità occidentale dipendeva più dalla tolleranza che dall’intolleranza. Ammettendo che il seguace di dottrine considerate erronee fosse mosso da una fede sincera, il grande umanista poneva le basi della complessa ma indispensabile convivenza tra le diverse confessioni cristiane. Così si cominciò a chiarire gradualmente il dualismo tra religione istituzionalizzata, imposta d’autorità, e religione personale, legata alle esigenze inerenti la libertà religiosa in una più completa libertà di coscienza, garantita dalla laicità dello Stato e dalla sua separazione da qualsiasi Chiesa.

L’intreccio della via “individuale” alla tolleranza con quella “statuale” comportava il riconoscimento della neutralità religiosa da parte del potere sovrano in un’epoca segnata dalle guerre di religione. Il principio pubblico determinava un dovere giuridico che lo Stato doveva far osservare. Il primo esempio venne dall’Editto di Nantes, con il quale Enrico IV garantiva nel 1598 la libertà di culto agli ugonotti (i calvinisti francesi). Tale provvedimento riprendeva il pensiero politico del partito dei politiques (Jean Bodin, Michel de Montaigne), che non si era identificato né con la lega cattolica né con gli ugonotti. Questa prima valutazione politica della tolleranza, nonostante fosse dettata da opportunismo, stimolerà nel corso del Seicento l’approfondimento di taluni aspetti costitutivi dello Stato, del potere politico e di quello religioso, culminando nella concezione della separazione tra Stato e Chiesa, tra potere politico e potere religioso.

Nel corso del Seicento, infatti, si affermò la grande strada maestra della tolleranza come concetto-cardine della modernità. Nel Trattato teologico-politico, Baruch Spinoza, il filosofo ebreo-olandese, fondò il concetto di tolleranza sulla specificità ontologica dell’uomo, che in quanto essere dotato di ragione non poteva in alcun modo e da nessuna autorità essere privato della propria libertà di coscienza e di espressione, poiché tale libertà non dipendeva dalla concessione di un potere esterno all’individuo, ma era elemento costitutivo dell’essenza umana. Lo Stato per Spinoza (ma anche per John Locke, autore della celeberrima Lettera sulla tolleranza, prima opera della cultura europea intitolata al principio in questione) doveva essere “indifferente” verso qualsiasi fede religiosa, proprio per assicurarne di fatto condizioni di diffusione paritarie. Stato e Chiesa erano, per i teorici della tolleranza moderna, due istituzioni ben distinte, nettamente separate, con origine, finalità e strumenti diversi.

In tal modo la genesi speculativa del concetto di tolleranza religiosa poteva a ragione considerarsi conclusa, poiché, proprio teorizzando la necessità della separazione tra Stato e Chiesa, la cultura moderna negava legittimità e valore all’alleanza tra trono e altare. Il Settecento, pertanto, si preoccupò soprattutto di divulgare le “ragioni” della tolleranza, onde trasformarle da convinzioni di una minoranza di “spiriti liberi” in patrimonio culturale di ciascun individuo. Da questo punto di vista, un contributo importante venne dalla voce Tolleranza nel Dizionario filosofico di Voltaire, vero e proprio compendio del pensiero illuministico concepito per un vasto pubblico. Negli scritti di quest’ultimo, troviamo affermato il tema del latitudinarismo, che gli permetteva di individuare la sola soluzione possibile ai disordini generati dall’intolleranza nel mantenimento di un ampio assetto pluralistico delle credenze, dal momento che tutte avevano a fondamento un nucleo comune di natura che rendeva gli uomini uguali fra di loro. In tal modo la tolleranza assumeva una concezione moderna della politica, fondata anche sulla necessità di dirimere i rapporti fra Stato e Chiesa in nome della difesa dell’ordine sociale e politico.

Le costituzioni liberali e, poi, quelle liberal-democratiche successive, riconobbero non la concessione della tolleranza, ma la libertà – religiosa e di parola, di stampa e di opinione, ecc. – come diritto pubblico soggettivo di ogni individuo. Il problema della tolleranza, nata per la garanzia della pace civile all’interno e della convivenza fra Stati all’esterno, sancì prima il riconoscimento del pluralismo delle confessioni, previa la neutralizzazione del loro potenziale conflittuale, e in seguito dei diritti civili e politici di tutti i cittadini. Dimenticata per quasi due secoli dal pensiero politico, la questione della tolleranza si ripropone oggi nelle più diverse accezioni: non solo tolleranza religiosa, ma anche razziale, di stile di vita, nei confronti di ogni diversità. Nel dibattito occidentale le nuove teorie della tolleranza vengono proposte come risposta alla questione della giustizia, date la complessità e la molteplicità che caratterizzano le società occidentali, che, lungi dall’essere omogenee secondo l’ideologia dello Stato-nazione, appaiono sempre più diversificate al proprio interno.

La tolleranza, in ultima analisi, si declina oggi, così come nei secoli della piena modernità, come una pratica di organizzazione politica dello spazio, che implica un rapporto spaziale fra gli attori che lo abitano. Con l’emergere di nuovi attori si pone il problema della ridefinizione dello spazio politico. Oggi il concetto di tolleranza pluralista o di tolleranza multiculturale si definisce come una pratica di concessione da parte del gruppo appartenente alla “società liberale e democratica” o “società plurale” nei confronti di chi non deve farne parte. Il pensiero e la pratica politica devono ancora risolvere il problema dell’assimilazione e dell’esclusione. Tutto ciò porta ad andare oltre la tolleranza e ad affrontare la questione dell’uguaglianza dei diritti e dei doveri che materialmente ci legano gli uni agli altri. 

 

Elena Gaetana Faraci

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