Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.

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Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.

Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.

In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.

Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?

Andiamo con ordine: in passato, il dilettante alle prese con il suo manoscritto, per aspirare alla pubblicazione e sperare quindi di ottenere riconoscimento, doveva superare una serie di ostacoli e, a volte, compiere un cursus che lo avrebbe portato ad avere la visibilità necessaria per accreditarsi presso un editore. Parte del percorso era il frequentare i luoghi della cultura; leggere; tenersi informato; partecipare a concorsi letterari; cercare mentori tra i maestri giusti e, anche tramite loro, cominciare la propria esperienza con piccoli articoli letterari, partecipazioni ad antologie e simposi. Tutte queste cose insieme, cioè, costituivano la cosiddetta gavetta e, attraverso l’esperienza, insegnavano cosa fare e cosa non fare. Perché in un mestiere per il quale non in tutti i casi esiste un corso di studi specifico, l’esperienza sul campo resta fondamentale. Vero è che oggi ci sono molte scuole di scrittura creativa e anche corsi universitari (soprattutto all’estero), fatto sta a scrivere non si impara solo attraverso le scuole. Anche, ma non necessariamente.

Ecco il punto: insieme alle tecniche (che possono essere apprese in vario modo e soprattutto con la lettura) esiste quel quid che è il talento di ciascuno, innato ma sempre affinabile.

Se oggi molti aspiranti romanzieri frequentano corsi di scrittura creativa o, in piccola parte, leggono manuali di scrittura, è vero anche che i più pensano di saper scrivere soltanto perché hanno appreso le tecniche di base (ortografia, grammatica e sintassi) all’epoca della scuola dell’obbligo, con buon pace del fatto che poi, gran parte di quelle norme, con il tempo, le hanno dimenticate.

È così che si determina il più grave degli abusi di parole commesso ogni volta che qualcuno, solo in forza dell’essere alfabetizzato, pensi di poter scrivere. Ma c’è di più, parte di tutta quell’enorme messe di manoscritti brutti, sgrammaticati o semplicemente inutili che un tempo arrivavano sulle scrivanie di lettori di case editrici pronte a cestinarli, adesso guadagnano il nuovo approdo dell’autopubblicazione. Da sempre esiste la possibilità di pagare editori o stampatori per vedere il proprio nome in copertina – e lo fece persino Marcel Proust dopo molti dolorosi rifiuti, come racconta perfettamente Mario Baudino in Il gran rifiuto (Passigli, 2009) – ma oggi le possibilità sono aumentate esponenzialmente grazie alle piattaforme on line che si occupano di mettere insieme i manoscritti, confezionare copertine (spesso orribili) e creare un sottoprodotto editoriale in formato elettronico (pronto per la vendita sui siti dedicati di ecommerce) e, su richiesta, anche cartaceo.

I casi di manoscritti passati dal self-publishing e diventati libri di successo sono davvero pochi ma basta quella manciata di casi a non far perdere le speranze e a far nascere nell’aspirante scrittore più volte rifiutato o semplicemente sognatore (quasi mai lettore). Ma c’è di più: la facilità con cui, con un limitato esborso, è possibile illudersi di attingere ai famigerati quindici warholiani minuti di fama, porta i più a immaginare complotti delle case editrici, intenzionate a non rendere pubblici romanzi perfetti secondo l’autore. La domanda più ovvia che lo scrittore della domenica dovrebbe porsi sarebbe: perché mai un editore dovrebbe rinunciare a lauti introiti non dando alle stampe il capolavoro del secolo? Ma il quesito non se lo pone quasi mai nessuno, perché, come sempre, è più facile credere in fantasiosi complotti, piuttosto che ammettere le proprie inadeguatezze. Dunque il ragionamento è: se non sfondo, è per la congiura dei grandi editori. Dove detto macchinoso piano per destinare all’oblio i più grandi autori di tutti i tempi non sarebbe troppo diverso dal diabolici piani di Big Pharma per vendere vaccini (affermazione fatta senza pensare che a questa sorta di Spectre, se esistesse, converrebbe vendere rimedi contro le malattie piuttosto che vaccini per evitarle).

La verità è che scrivere è un mestiere e non il più semplice e, nella maggior parte dei casi, nemmeno il più remunerativo in termini economici. Come per tutti gli altri occorre molto studio, molta applicazione e grandi sacrifici, tutte cose che il romanziere complottista preferisce non considerare. I volumi che finiscono sugli scaffali delle librerie non sono manoscritti rilegati ma prodotti di mercato complessi, alla cui riuscita concorre un’intera filiera di professionalità fatta da editor, correttori di bozze, caporedattori, grafici, tecnici, agenti di vendita, distributori. L’autore è soltanto parte – anche se una parte importantissima – della macchina di produzione.

Ma torniamo ai danni della cattiva letteratura. Con un brutto libro non si uccide altro che il buon gusto, ovviamente. Nel breve termine, almeno, ma nel lungo si ammazza la capacità di giudicare, distinguere. Pubblicando strafalcioni, nel lungo periodo, li si renderà “lingua parlata” e si attenterà così alla bellezza di un idioma. In più, riguardo ai contenuti: scrivendo false sciatterie, alla lunga le si farà passare per verità. E tutto questo, per quanto non punibile da nessun codice penale, dovrebbe comunque essere un reato.

Abusare di un titolo, poniamo quello di medico, è gravissimo perché se non siamo dottori in medicina e chirurgia non possiamo entrare in sala operatoria e usare il bisturi su un paziente che, con il nostro folle gesto, verosimilmente, avrà danni gravissimi se non mortali. Ma abusare delle parole, dentro e fuori dai romanzi, crea ogni giorno danni meno evidenti ma non sempre meno gravi.

Così, tornando a Hugo, citato in apertura, si comprende bene come se il parlare è un abuso e il pensare un’usurpazione, scrivere, può essere facilmente entrambe le cose.


Emanuela E. Abadessa

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