Le tradizioni come arma per il futuro

Il Prof. Santo Privitera è un siciliano orgoglioso delle proprie origini, amante della nostra cultura e appassionato delle tradizioni, che devono essere necessariamente rivalutate, servendo per il futuro. Si capisce dal fuoco con cui risponde alle domande, dal modo in cui ne parla, dalla disponibilità, dall’impegno e dalle manifestazioni organizzate proprio per diffondere quegli insegnamenti del passato che sono patrimonio fondamentale per le generazioni future. Un arricchimento, un dono per conservare le proprie radici. È studioso di Storia Patria, istituzione fondata nel 1903 il cui fine è appunto la promozione degli studi storici, filologici e archeologici sul territorio. Abbiamo parlato con lui proprio di questo, della “catanesitudine”, della festa di Sant’Agata (di cui è fine studioso) e di molto altro.

Carissimo, lei è un catanese doc: nato nella città dell’Etna, giornalista pubblicista attualmente collaboratore de “La Sicilia”, amante e studioso della festa di Sant’Agata, studioso di Storia patria e tradizioni popolari, nel 1987 ha fondato il Centro Culturale “V. Paternò-Tedeschi”: cosa significa per lei essere siciliano?

La Sicilia è un mondo a parte. Pochi come noi siciliani sanno essere tutto e il contrario di tutto. Il siciliano sfugge a qualsiasi tipo di definizione. Uno, nessuno, centomila... Aveva ragione Pirandello. C'e' una ragione storica in tutto questo e riguarda le molteplici dominazioni, che nell'arco dei secoli si sono avvicendate nella nostra Isola. Noi siciliani, avendo ereditato un po' il carattere di ciascuno di loro, ne siamo la sintesi.

In una bella intervista rilasciata a “La Sicilia”, la cantantessa Carmen Consoli ha affermato che “la catanesitudine non è qualcosa da cui si guarisce”, un po’ come una mamma. Imperfetta, a volte anafettiva, ma sempre mamma, verso cui si ha un gran senso di gratitudine. Lei cosa ne pensa?

Ha ragione lei. Mi sento di precisare però che la catanesità esprime una doppiezza: alla catanesità buona, calorosa, accogliente, generosa si contrappone quella "sperta" a volte prevaricatrice, disordinata, masochista, che tende spesso a confondere la legalità col suo contrario. Questa è la catanesità che non vogliamo.

Autore nel 2008 de “Il libro di Sant’Agata” (edizione Boemi), su cui come lei stesso ha ammesso “si trova sempre qualcosa di nuovo. Ancora c’è tantissimo da scoprire ed è così vasto l’argomento che non si può mai esaurire”. Ci racconta, ad esempio, qual è la tradizione della tunica di color verde, che quest’anno durante la festa da poco conclusasi ha fatto il suo ritorno alla tradizione, al posto del tradizionale sacco bianco?

Come si fa a racchiudere oltre18 secoli di storia in uno o più libri? Impossibile; non basterebbero dieci e più vite. Molto sfugge alla conoscenza storiografica. La verità sta racchiusa nell'arco di tempo in cui la Vergine e Martire visse. Si parte da un punto fermo: Agata è esistita e subì il Martiro con le modalità che sappiamo; i tanti miracoli compiuti e accertati ne hanno fatto la Santa Patrona di Catania. È vero, la sua Vita è ammantata di leggenda, ma anche di tantissime certezze. La sua miracolosa presenza la avvertiamo ancora oggi. La donna, come Voto, secondo la tradizione, dovrebbe indossare la tunica verde perché quando Agata morì, così vestita venne deposta nell'urna. Ma anche il Sacco bianco, essendo un indumento penitenziale, va bene lo stesso.

Quando e come nasce la festa di sant’Agata e il suo grido “Cittadini evviva Sant’Agata, cittadini, cittadini, cittadini”?

La festa è un capitolo a parte. È costruita dall'uomo e come tale è "terrena". A volte anche troppo. È il giusto tributo del popolo catanese alla Vergine che col suo Martirio ha esaltato la Cristianità: un vero e proprio simbolo frutto di una testimonianza autentica che tutto il mondo Le riconosce, che risale al tempo in cui nel 1126 tornarono da Costantinopoli le Reliquie trafugate 86 anni prima dal generale Bizantino Maniace. Il grido caratteristico è espressione di pura devozione e si manifesta sventolando il fazzoletto in segno di esultanza. Al grido “Cittadini Evviva Sant'Aita”, si risponde in coro “Cittadini!...Cittadini!” ( e non “Cettu! cettu!”. Tale "grido" che non è mai esistito nella tradizione, è perfino insignificante).

Lei è autore di Eupliu, un poemetto in dialetto siciliano. Quanto ritiene importante il mantenimento del dialetto e delle tradizioni popolari oggi?

Di Eupliu c'è tanto di cui parlare. Dico solo che è il risvolto della stessa medaglia agatina, un grande esempio di testimonianza cristana, subendo il martirio 53 anni dopo la nostra Patrona. Il dialetto? È la nostra radice, la nostra stessa identità. Senza di esso un popolo sarebbe "muto". Un grande poeta siciliano, Ignazio Buttitta, espresse questo concetto in altisonanti versi, che mi sento di condividere alla lettera: esso è la sintesi della nostra storia; è linfa vitale delle tradizioni che ancora conservano tutti quei valori morali e civili del popolo sempre in lotta col proprio destino; esso è vero balsamo dello spirito e del vivere civile. Consiglio ai giovani d'oggi di nutrirsene avidamente.

Un progetto che ha in mente e un sogno che ha nel cuore…

Riuscire a insegnare ai giovani le nostre tradizioni, a fargli capire l'importanza di esse per loro e per le generazioni future. Riuscire a trovare le parole giuste per farlo.

Come immagina questa città nel futuro?

Uno storico è cronista del proprio tempo e giudica il passato sulla base testimoniale e documentale. Difficilmente è disposto ad affidarsi alla immaginazione. Personalmente sono incline all'ottimismo. Mi auguro vivamente di non sbagliarmi.

Alessandra Leone