intervista a moni ovadia

A Moni Ovadia non piace l’idea di appartenere a una nazione. La sua patria è il Mondo e il suo giardino più bello è la Sicilia, dove il grande artista ebreo torna tutte le volte che può, per ricaricarsi dell’”energia vitale dell’isola, dell’abbagliante bellezza della natura, dell’istintiva generosità di una civiltà multietnica”. 

E come ogni amore autentico, il suo per la nostra terra si nutre di reciprocità e di progetti. Cittadino onorario di Palermo, da molti anni Ovadia si spende per la rinascita culturale della Sicilia, a partire dal suo cuore teatrale, con una serie di iniziative a titolo gratuito attraverso cui mette a disposizione una conoscenza sconfinata e l’impareggiabile esperienza di un artista dal genio multiforme – musicista, attore, regista, scrittore di successo - sulla scena da oltre quarant’anni. Direttore artistico nel 2015 del Teatro Regina Margherita di Caltanissetta, ha lanciato il progetto di una rete culturale del centro Sicilia insieme al Teatro di Enna diretto da Mario Incudine, cui ora si aggiunge Agrigento con Sebastiano Lo Monaco. “Mi piace tenere a battesimo un’idea di collaborazione nel fecondo entroterra siciliano”, spiega Ovadia - che a Belpasso il 27 novembre ha ricevuto il Premio Letterario Internazionale “Nino Martoglio” XXX edizione, organizzato dal Circolo Athena con la consulenza scientifica di Sarah Zappulla Muscarà (Università di Catania) e dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano diretto da Enzo Zappulla – “Farò solo per qualche anno il direttore artistico prima di passare il testimone ad altri. L’obbiettivo è quello di valorizzare i giovani talenti e creare per loro prospettive più solide. Mi considero un ‘pusher’ di cultura teatrale e voglio produrre assuefazione verso l’unica cosa che può dare felicità e che previene dalla stupidità, dalla violenza e dalla dittatura”.

Ebreo errante per storia familiare e per scelta ideologica, Ovadia è un intellettuale carismatico, un outsider polemico e graffiante, un affabulatore di irresistibile ironia, che dalle sue origini trae energia e nutrimento per un’infaticabile opera di costruzione della cultura del dialogo, della pace e dell’accoglienza, contro ogni forma di razzismo e di intolleranza.

Da sempre in prima linea sulle questioni umanitarie, nel suo ultimo libro Il coniglio Hitler e il cilindro del demagogo (La Nave di Teseo, 2016), caustico pamphlet che pone sotto accusa le plutocrazie dell’Occidente, affronta ancora una volta le responsabilità dell’imperialismo nei confronti dei popoli più deboli. Ne abbiamo discusso con lui in occasione della sua più recente visita in Sicilia.

  • Maestro, nel Mediterraneo assistiamo al più imponente flusso migratorio dalla seconda guerra mondiale. Cosa pensa di questa tragedia collettiva?

“Le migrazioni, intanto, sono inarrestabili. Partendo da questo dato, esistono due possibili atteggiamenti: la violenza e la brutale ottusità da un lato, o l’accoglienza e la solidarietà dall’altro, con esiti, in termini di civiltà, molto diversi”.

  • Da dove si dovrebbe cominciare?

“Comincerei dalla pars destruens, abbattendo uno dei luoghi comuni più squallidi e falsi che circolano, cioè quello di chi dice ‘aiutiamoli a casa loro’. Sono 500 anni che li stiamo depredando! Con il colonialismo prima, l’imperialismo dopo, il neocolonialismo dei nostri giorni: furto di terre, espropriazione di risorse. E li espropriamo nella maniera più subdola e sadica, cioè facendo alleanze con i peggiori tagliagole del loro paese con i quali stringiamo patti e muoviamo guerre a seconda degli interessi e delle convenienze politiche del momento. Fuori da questa infame retorica, l’unico modo reale per aiutarli sarebbe che tutte le multinazionali facessero armi e bagagli e andassero via, restituendo il maltolto. Ma chi ha la volontà politica di fare un atto del genere? Al momento nessuno!”.

  • E per la pars construens?

“Il mondo occidentale deve assumersi il carico di un fenomeno che esso stesso ha causato con la globalizzazione, a cui ora danno il loro bel contributo anche i cinesi, e, in piccola parte, persino i russi. Bisogna predisporsi ad accoglierli attrezzando le strutture ed evitando che l’arrivo dei migranti non sia a carico esclusivo di popolazioni dotate di particolare generosità, come la Sicilia e la Puglia. 

Risolto il problema dell’accoglienza, l’emigrazione potrebbe diventare una grande risorsa e una straordinaria opportunità. Ci sono pensatori, non solo tra i progressisti ma anche tra i conservatori, che dichiarano che l’Italia e tutta l’Europa hanno bisogno di un certo numero di nuovi emigranti ogni anno. La vecchia Europa ha una tendenza alla sterilità e quindi siamo recessivi sul piano dell’elemento naturale che è la vita. 

E invece i migranti sono carichi di una vitalità inespressa e, nel momento in cui potranno vivere in condizioni di pace e di prosperità, avranno moltissimo da dare”.

  • Secondo lei, dietro l’intolleranza e l’atteggiamento di chi alza barriere difensive, c’è una istintiva paura dell’Altro, dello sconosciuto?

“La questione delle relazioni con l’Altro è all’origine di una civiltà degna di questo nome. Mi capita spesso, partecipando a dibattiti su questo tema, di sentire retori e demagoghi che starnazzano invocando la difesa ‘dei nostri valori’, i cosiddetti valori della società giudaico-cristiana. Poi io spiego loro che, per esempio, Gesù dice: ‘ciò che fai allo straniero lo fai a me’, oppure che Abramo pone nell’amore per lo straniero il comandamento fondante dell’umanesimo monoteista. Abramo si fa straniero, riceve l’ordine di uscire dalla sua terra per muoversi verso un’altra terra. Ma nella famosa ‘terra promessa’, com’è spiegato bene nel Levitico, Dio dichiara tutti ‘stranieri soggiornanti’. Io non sono credente, ma c’è una profonda saggezza in questa parabola: davanti all’assoluto, davanti alla vita, siamo tutti stranieri. Questo è lo statuto esistenziale nel quale dovremmo sempre riconoscerci. In tal senso, proprio la Sicilia ha espresso una iniziativa che può diventare un atto fondante della futura umanità: a Palermo, il sindaco Leoluca Orlando ha lanciato la “Carta di Palermo”, documento curatissimo sotto il profilo giuridico, in cui si chiede l’abolizione universale del diritto di soggiorno. È un primo decisivo passo”.

  • Ma che valore avrebbe, in tale ottica, il senso dell’identità e dell’appartenenza?

“Quella dell’identità è una grande questione equivocata. In primo luogo va riconosciuta l’identità universale di cui siamo tutti figli. Un nostro grande genetista, il professore Cavalli-Sforza, sostiene che sulla terra c’è un solo essere umano, che veniamo tutti dall’Homo Sapiens Sapiens africano. Le identità fisiche, le connotazioni morfologiche degli esseri umani sono accessorie, derivano dall’evoluzione, dall’adattamento al clima e dall’alimentazione. Niente a che vedere con questioni ontogenetiche e ontologiche.

A questo punto possiamo dire che la questione dell’identità si pone solo ed esclusivamente in termini culturali ed è meraviglioso sapere che un solo essere umano ha creato la bellezza molteplice delle diverse culture”.

  • Questa idea di identità le ha creato non pochi problemi con le posizioni ufficiali dello Stato di Israele…

“Quella ebraica è una magnifica identità e ne sono orgoglioso. Molti dei miei spettacoli sono un omaggio al mio popolo che ha saputo sviluppare un’identità forte pur nella fragilità della diaspora. L’identità nazionalista è un’altra cosa, fa schifo come tutti i nazionalismi. Il povero popolo palestinese vive sotto l’oppressione di un’occupazione apartheid. Non è l’unica questione, ma ha un valore simbolico molto forte. Non può esserci pace senza giustizia e senza pari dignità. Occorre una classe dirigente che prenda consapevolezza, occorre anche che cessi la spaventosa vigliaccheria della comunità internazionale. La terribile vicenda della Shoah è diventata un’arma di ricatto e l’Occidente trova comodo farsi ricattare per sviare l’attenzione dalle sue colpe”. 

  • Crollate le ideologie, quale può essere oggi il ruolo degli intellettuali?

“Intanto preciserei che sono cadute ‘quelle’ ideologie. Resiste ed è sempre più forte, per esempio, l’ideologia del denaro. Il ruolo dell’intellettuale, se ancora possiamo usare questa parola, è quello di riportare ogni volta, attraverso l’esercizio del pensiero e della critica, alle grandi questioni di senso. Qual è il senso della presenza dell’uomo e dell’esistenza della vita su questa terra? È forse la produzione del profitto? L’ipertrofia economica? O, è piuttosto la creazione di una società di giustizia? Il Mahatma Gandhi, a chi gli faceva osservare che la chiusura delle fabbriche avrebbe creato disoccupazione, rispondeva: ‘prima risolviamo la questione etica, poi penseremo al resto’”.

  • Quali saranno le conseguenze della deriva morale del nostro tempo?

“Le vediamo già e sono catastrofiche. Viviamo in una sorta di pace sospesa, liquida, come dice il grande Zygmunt Bauman. Vede con quanta disinvoltura accettiamo che in casa nostra il popolo siriano venga massacrato e lasciato morire di fame?

Noi credevamo che dopo la seconda guerra mondiale, l’ONU potesse veramente garantire la pace. È solo retorica e falsa coscienza. Bisogna bandire la guerra e costruire una cultura della pace. Non esistono guerre umanitarie, né guerre contro il terrorismo”.

  • Ci sono, secondo lei, figure carismatiche a cui poter consegnare il desiderio sempre più diffuso di un’inversione di rotta?

“Ce n’è una sola in questo momento. È il pontefice dei cattolici, papa Francesco. È un leader. In mezzo a tante difficoltà e a tanti che cercano di ostacolarlo, ha grande lucidità di pensiero, semplicità d’animo e fermezza etica. Non dico che è perfetto, è un uomo anche lui, ma l’autorevolezza gli viene dal suo voler fare pulizia intanto in casa propria. È l’unico che ha avuto il coraggio di dire che la terza guerra mondiale è in corso”.

  • È importante coltivare l’utopia?

“Fondamentale, direi! Come dice Claudio Magris, l’utopia va declinata con il disincanto per impedire che essa diventi totalitaria e totalizzante. Se non crediamo nel potere del sogno, dell’immaginazione e dell’utopia, vuol dire che accettiamo la condizione di servitù che ci impone il potere delle oligarchie. E oggi la schiavitù è ancora più perversa e insidiosa, perché coincide con l’illusione di godere di benefici materiali”.

  • Lei è stato paragonato a Dario Fo e definito, come lui, “un giullare del popolo in versione ebraica” per lo spirito libero, l’insofferenza alle etichette, per la capacità di sollecitare con leggerezza la riflessione sull’Uomo.

“Fo è stato per me un maestro, da lui ho imparato tanto. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di essergli stato amico. È stato l’artista che ha costruito l’epopea degli ‘ultimi’, lui ha mostrato che una cultura di libertà si costruisce a partire dagli ‘ultimi’. Del resto è nella nostra tradizione: da Mosè, che raccoglie un popolo di schiavi meticci e di diseredati d’ogni etnia, tra cui Israeliti, Ittiti, Accadi, Egizi, e lancia il progetto di redenzione dell’umanità con il rotolo delle Leggi che declina il rapporto tra giustizia ed etica; a Gesù, che nel discorso sulle Beatitudini avvicina i poveri. Dario Fo lo ha raccontato con passione e ironia nel celebre Mistero Buffo”.

  • Dopo il trionfale successo del suo spettacolo sulle Supplici di Eschilo nel 2015, con quale opera tornerebbe al Teatro greco di Siracusa?

“Il fascino delle Supplici è nella sua forte dimensione collettiva. Tornerei volentieri a questa grande dimensione corale con Le Troiane di Euripide o I Persiani di Eschilo. Entrambe le tragedie sottendono costantemente il rapporto con l’’altro’. Eschilo, genio assoluto, ai greci che vanno a teatro per specchiarsi in quelle vicende, fa vedere il nemico e ne rivela l’umanità. Lo stesso accade nelle Troiane. È il greco che scrive ma il dramma è delle nemiche, ed è tutta la profonda pietas nei confronti della sofferenza. La grande storia dell’Uomo è cominciata nel bacino del Mediterraneo e nel Medioriente. Il riscatto dell’umanità viene da questo straordinario mare e la Sicilia, che ne è al centro, è chiamata a raccoglierne la sfida”.

Giovanna Caggegi

 

/
Print Friendly and PDF