Carlo Muratori: un aedo dei nostri giorni

“Carlo Muratori è fra i più autorevoli e storici cantautori siciliani. Il suo approccio alla musica tradizionale ha fatto scuola in Sicilia e fuori dall’Isola, ed è stato modello di riferimento per la scena musicale folk dagli anni settanta in poi. Durante la sua quarantennale carriera artistica ha alternato sapientemente l’impegno nel recupero di antichi canti di tradizione orale alla composizione di nuove canzoni. Di questo suo prezioso lavoro è ricca la sua discografia che conta una dozzina di album. Di formazione umanistica ha compiuto studi di chitarra classica, armonia, composizione, direzione di coro. Negli anni settanta ha a lungo collaborato con l’etnologo Antonino Uccello nella catalogazione della sua Casa Museo di Palazzolo Acreide”.

Così si legge nel sito di Carlo Muratori, artista a 360°, siracusano doc innamorato della sua terra, uomo dal grande carisma, persona ironica dalla spiccata sensibilità, un po’ De Andrè, un po’ filosofo e un po’ aedo. Vi ricordate gli aedi? Semplificando, possiamo dire che nella Grecia antica gli aedi erano i cantori professionisti, figure sacre che, accompagnate dalla lira, avevano la funzione, attraverso il canto, di ricordare al proprio pubblico ciò che era avvenuto nel passato. Ecco! Muratori può essere considerato un aedo dei nostri giorni! Anche attraverso le risposte per un’intervista, trasmette tante sensazioni: amore verso ciò che fa, rispetto verso il pensiero e la cultura altrui, curiosità tipica dei bambini, valori sani e sinceri, sapori, odori e cose del passato non perduti ma nemmeno (purtroppo) adeguatamente valutati. Un percorso ricco di soddisfazioni, di arte, di grandi successi sia a livello nazionale sia internazionale: nella sua carriera, ha ricevuto la nomination ai Nastri D’argento nella sezione miglior canzone per il brano “Lune”, cantato da Laura Morante nel film “Liscio” di Claudio Antonini; nel 2010 è stato invitato dal governo del Canada per la celebrazione dell’International Woman day e ha tenuto concerti a Toronto, a Brooklyn e in molte altre città e Paesi; sempre nel 2010 ha realizzato una fortunatissima tournée con un omaggio all’indimenticabile Domenico Modugno; nel 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, nello spettacolo “Povera patria” ha affrontato temi attualissimi, sui problemi del sud Italia, del passato come di oggi, denunciando i limiti del processo di unificazione nazionale, la delusione e l’amarezza di fronte al nuovo Stato incapace di risolvere i problemi del Mezzogiorno.

Caro Carlo, ci racconti come e quando è nata la passione per la cultura popolare, i canti e le musiche siciliane?

È stato quando ero già grande; da ragazzo ero rockettaro, facevo parte di diversi gruppi e suonavo la chitarra elettrica. Verso i 21 anni alcune ragazze, che facevano parte dei “Cori di Val d’Anapo”, mi hanno invitato a partecipare e chiesto di dargli una mano per suonare. Il maestro mi ha notato, gli è piaciuto come facevo musica e mi ha proposto una collaborazione ... Io ero perplesso, anche perché i miei gusti musicali erano diversi, ma alla fine ho accettato. Li ho accompagnati per un anno e pian piano mi rendevo conto che da una parte ero attratto da quel repertorio, sentendomi anche a mio agio. Così ho iniziato a fare delle ricerche per conto mio e sono entrato in un vortice di bellezza, tra canti di diverso tipo, come d’amore, di gelosia, canti del lavoro, filastrocche per bambini e molto molto altro... Da lì ho creato il gruppo “I cilliri”, con cui ci siamo esibiti per la prima volta nel ‘77 a Siracusa. La musica popolare ha una marcia in più di quella comunemente ascoltata? Premetto che ritengo che ci sia posto per tutti i generi nella musica e questo è stupendo. Per quanto riguarda la differenza tra musica popolare e quella commerciale, direi che è come paragonare un piatto di minestra fatta con ingredienti naturali e del tuo orto e un panino del McDonald’s. In realtà a me piacciono entrambi!!! Certo… La musica popolare è vera, nasce per fini precisi: per far breccia nel cuore della persona amata, per esprimere la gelosia che si ha dentro, per insegnare ai bambini a parlare… Oggi non è più così.

Come si può valorizzare, per non perdere le nostre tradizioni?

È una battaglia continua… La localizzazione rivaluta la cultura popolare; la globalizzazione ovviamente tende a una integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. Io mi ritengo “glocal”, parola composta da glo(bal) e (lo)cal, cioè un atteggiamento che si concentra contemporaneamente sulla dimensione globale e su quella locale. Alla base c’è un profondo rispetto per le tradizioni di tutti, viste come arricchimento. Non bisogna, però, dimenticare mai chi sei, da dove vieni, verso dove vai: queste sono domande fondamentali. Senza, si è di plastica!

Da cosa prendi ispirazione per i tuoi lavori?

Dalla vita, dall’amore, dall’osservare una serie di miracoli di cui non ci rendiamo conto ma che stanno attorno a noi…Non è forse un miracolo la fioritura degli alberi, che fino a qualche tempo fa erano spogli? Bisogna stare con gli occhi aperti per sentirsi ricchi di energia. Ritengo fondamentale capire il senso della propria vita e perseguirlo. I miei lavori nascono da tutto ciò.

Nel dicembre 1998 hai partecipato in rappresentanza dell’Italia all’IBM Word Music Festival di Belo Horizonte in Brasile, classificandosi al primo posto. Cosa ti è rimasta di questa esperienza?

Una sensazione che non dimenticherò mai, soprattutto per il rapporto attivo che ha la gente con la musica. Appena ho iniziato a suonare, tutti hanno cominciato a ballare e a partecipare! Alla fine non riuscivo proprio a uscire da quel teatro… In Italia e in altre parti del mondo non è così: per i brasiliani la musica è energia, forza comunicativa; i giovani la sera vanno a ballare nei luoghi dove si balla il samba e non nei pub. Insomma… La musica e il ritmo ce l’hanno proprio dentro il sangue!

Quanto è stato difficile emergere nel tuo campo?

Mi ritengo molto fortunato. Ho alle spalle 40 anni di carriera e ho fatto ciò che amo. Credo sia davvero importante la cura dei particolari, lo studio, il non dare mai nulla per scontato. Per un periodo della mia vita ho messo da parte, o almeno ho cercato di mettere da parte, la musica per dedicarmi al lavoro: per 8 anni sono stato operaio alla zona industriale, ero sposato, avevo figli piccoli e la rendita con musica non era sufficiente. Ma col tempo ero diverso, stavo cambiando e mia moglie se ne accorgeva e capiva il perché. È grazie a lei che ho ripreso la mia vera strada, rassicurandomi, incoraggiandomi e dicendo che lei mi sarebbe stata sempre e comunque accanto.

Collabori spesso con il mondo della scuola, tra conferenze e laboratori musicali sui temi della musica popolare appunto. Come vedi i giovani? Sono interessati a questo argomento?

Ovviamente dipende come ti rapporti con i giovani: se catturi la loro attenzione, dici loro che possono vivere meglio con quegli insegnamenti e che le tradizioni possono dargli le risposte alle loro domande, li attrai e li conquisti.

A chi ti senti di dire grazie?

Alla mia famiglia e a mia moglie.

Alessandra Leone