Katerina Papatheu: la mia Grecia, i miei ragazzi

Uno stile elegante, raffinato, magari serioso e austero, a volte, ma solo a volte, sorridenti. Ho sempre visto così molti (ma non tutti) professori universitari: lontani dai propri studenti anni luce, come se vivessero in un mondo parallelo pieno di libri, di quadri, con sottofondo di musica classica, gustando cibi raffinati e costosi; un mondo in cui all’entrata c’è un bel divieto di accesso per i comuni mortali, abitato naturalmente solo da loro, dagli assistenti, da ricercatori, da grandi intellettuali e artisti. Ok… Forse esagero e di certo ho parecchia fantasia, ma chi sono quegli studenti universitari che sentono vicini i propri professori e che li vedono come “maestri di vita”? È consentito offrirgli un caffè mentre si parla di attualità, di arte, di letteratura, o è severamente vietato? Attenzione però! Questo non significa essere amici del professore, dargli il cinque, avere un aiuto all’esame o cose del genere. No! Il discorso è un altro… È sacrosanto che ciascuno ricopra il proprio ruolo con serietà nella società: i professori debbono fare i professori e gli alunni gli alunni; è logico che i professori debbano pretendere il massimo, dando insegnamenti nella loro materia, andando possibilmente oltre alle sterili nozioni da libro o da internet, ma trasmettendo curiosità e sensibilità. In effetti, se aumentasse la stima verso la persona, e non solo verso il ruolo che ricopre, non è forse vero che si farebbe di tutto per non deluderla, dando sempre il meglio di sé? Sbaglio? Come dicevo, poi ci sono le eccezioni. Katerina Papatheu, ad esempio, lo è: ricercatrice di Lingua e Letteratura neogreca alla facoltà di Lettere dell’Università degli studi di Catania, ti travolge con il suo modo di fare, con il suo essere semplice e un po’ alternativa e in controtendenza rispetto alla figura del professore universitario che si ha solitamente nell’immaginario, ti affascina mentre parla, con le sue lezioni, i suoi insegnamenti e laboratori. Si illumina quando parla della “sua” Grecia, che non molla mai e combatte continuamente per migliorare, e dei “suoi” ragazzi del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania. Forse allora non è vero che i giovani di oggi sono “bamboccioni”, ma hanno semplicemente bisogno di chi gli indichi la strada giusta e di chi getta un piccolo seme, quegli input necessari. Poi, magari, perché no, diventeranno in futuro proprio loro quelle guide per altri giovani, o comunque porteranno sempre nella propria valigia quegli insegnamenti. Questo è il cosiddetto “cerchio della vita”, concetto molto presente nella saga del cartone animato “Il re leone”, specialmente nella canzone “Circle of life”, composta da Elthon John e Tim Rice. In fondo, “è una giostra che va questa vita che gira insieme a noi e non si ferma mai… e ogni vita lo sa che rinascerà in un fiore che fine non ha”. La professoressa Papatheu ha sparso, e continua a spargere, tanti semi nei suoi insegnamenti e nei suoi laboratori, oltre alla grande preparazione e all’amore verso ciò che fa. Nell’ultimo laboratorio, voluto proprio dai suoi studenti come lei stessa ci ha raccontato, si è affrontato il tema dell’immigrazione/emigrazione, tra lezioni, testimonianze, film, trailers e documentari.

Gentilissima, ci racconti un po’ di te? Com’eri da piccola? Cosa ti piaceva e cosa ti colpiva?

Ero una bimba molto timida e silenziosa. Mia madre è sordomuta, una profuga di guerra che ha vissuto il campo di prigionia in Africa come molti italiani; mi ha insegnato il valore del silenzio, degli sguardi e soprattutto mi ha insegnato a non avere timore dei dolori e della solitudine e a pensare. Anche le mie compagne di scuola elementare la adoravano: sembrava Grace Kelly. Una donna bellissima, alta, bionda, occhi verdi, sempre elegantissima. Mi ha insegnato anche a disegnare: mi piaceva molto disegnare con lei le mie personali illustrazioni alle favole che mi faceva leggere; con lei ho visto mille volte tutti i cartoni Disney al cinema. Mio padre, un eroe della Resistenza greca da ragazzino e un ortodosso come me e anche il mio eroe, mi ha insegnato a combattere fino allo stremo per i miei ideali e contro le ingiustizie, la solidarietà, la sincerità e la lealtà, la tolleranza verso ogni fede e razza; mi ha insegnato ad ascoltare la musica - classica, jazz, rock ma anche di autori come De Andrè o Bowie - come fosse la voce del mondo e dell’anima; mi ha insegnato a leggere per insegnarmi a riflettere. A soli 13 anni mi regalò Dostoevskij. Mi colpiva la curiosità dei miei genitori e anche oggi, che hanno passato di molto gli 80 anni, si sono rivolti agli smartphone, ai tablet, ai PC. Che cosa mi piaceva? Tutto quello che ho imparato da loro mi piaceva e mi piace ancora, soprattutto sognare ad occhi aperti, specialmente in ambedue le lingue che sono mie fin da piccola. E mi piaceva moltissimo prendere la nave per tornare in Grecia per molti mesi ogni anno e la sensazione di potere decidere, giorno per giorno, che lingua parlare, che identità avere.

Quando è nata la tua passione per la letteratura neogreca e quando hai capito che la tua strada era quella dell’insegnamento, trasmettendo ai ragazzi l’amore per la cultura e l’importanza del passato?

All’università la materia fu ovviamente una scelta quasi obbligata. Allora ero anche col permesso di soggiorno: sono diventata cittadina italiana verso i 20 anni. Crescendo mi sentivo sempre più estranea all’Italia e volevo sapere di più sulla Grecia. Ho avuto la fortuna di avere un docente eccezionale, il prof. Spadaro; lui voleva che rimanessi all’università, ma allora rinunciai perché il mio unico obiettivo dopo la laurea era quello di vivere per sempre in Grecia, dove mi sentivo più libera, più a mio agio, più vicina al mio modo di essere. Alla fine me ne andai 3 giorni dopo l’ultima materia e ritornai a Catania solo per la sessione di laurea un anno dopo. Sapevo già, oltre all’italiano, al greco e all’inglese, il francese e russo, e avevo in tasca un diploma di interprete e traduttore. Così trovai una settimana dopo il mio arrivo ad Atene un lavoro. Anzi ebbi più proposte di lavoro e alla fine scelsi una scuola di lingue straniere. Lavoravo 10 ore al giorno, ma da venerdì a domenica ero libera e pian piano il mio stipendio cresceva sempre più; lì conobbi persone straordinarie, editori, critici d’arte, scrittori, musicisti, attori di teatro, ma anche personaggi incredibili come Altan e Echaurren. Ho curato anche una mostra con Bonito Oliva. Insomma una dimensione allora straordinaria. Mi sentivo dentro le pagine della letteratura, perché conoscevo chi scriveva o pubblicava quelle pagine, ma anche di un fumetto, perché nel frattempo ero diventata un po’ punk rock, con chiodo nero e capelli un mese verdi, un mese blu, un mese fucsia e così via, cucivo campanellini nelle calze, mettevo finti nidi sui cappelli. Non avevo lo stile della prof., certamente, ma forse questo mi ha avvicinato di più ai miei studenti che mi guardavano incuriositi. Insegnare mi piaceva molto, ma ho cominciato anche a desiderare di imparare ancora e non era mai abbastanza. Musica, arte, storia, letteratura, ma anche, appunto, fumetti, che da allora cominciarono ad appassionarmi molto, da Andrea Pazienza agli eroi Marvel e a Topolino. Poi inaspettatamente vinsi con un concorso, cui partecipai solo per avere l’abilitazione, la cattedra di una scuola in Italia. Decisi di tornare. Il posto fisso ha il suo fascino indiscutibile. Le prime scuole dove andai erano scuole di frontiera, in provincia: è stata dura, molto dura, sia perché mi sentivo strappata dalla terra dove avevo sempre voluto vivere, sia per il tipo di studenti che avevo, ma quasi subito ho imparato ad amare sempre di più quei ragazzi. Da loro ho imparato tutto: non lamentarmi mai, sentire di avere tanto, spesso troppo. E l’insegnamento diventò quasi una missione per me, una vocazione vera e propria. Poi un giorno andai a ritrovare il prof. Spadaro, e da lì riemerse il primo obiettivo della mia vita: vivere in Grecia, anche se stavolta attraverso lo studio. Lui era straordinario: si commuoveva quando leggeva un testo di letteratura ed era sempre allegro, rideva forte, anche se era molto rigoroso. Poi ci fu un Dottorato e un Post Dottorato in Filologia greca e latina, un master di tre anni ad Atene in Scienze Politiche, e tanto altro. Un giorno lasciai la scuola ed entrai definitamente all’università. Spero davvero di riuscire a trasmettere l’amore per il passato, la memoria, perché senza memoria non abbiamo radici, senza passato non abbiamo presente e non possiamo interrogarci sul futuro. La memoria è la materia di cui è fatta la nostra vita stessa. È l’unica chiave per capire il futuro. E senza futuro non abbiamo vita.

Autore e libro che ti hanno cambiato la vita… Soprattutto due: Dostoevskij e, forse deludo le aspettative, Topolino, di cui non ho mai perso un numero.

Tu sei ricercatrice di Lingua e Letteratura neogreca alla facoltà di Lettere dell’ Università degli studi di Catania. Come vedi i giovani di oggi?

Posso parlare solo dei giovani del nostro Dipartimento perché li conosco meglio. Io li adoro, non potrei vivere senza i miei libri ma anche senza di loro. Sono molto curiosi, propositivi, hanno tantissima voglia di fare, e per la maggior parte di loro insegnare è un sogno, anzi il sogno. È un mestiere duro, con uno stipendio non paragonabile a quello di un medico o di un magistrato, ma è come se fosse il migliore mestiere del mondo. Trovo straordinario, pur in tempi difficili come questi, che si voglia seguire la via del cuore più che quella del profitto. Molti ci sono riusciti e sono professori appassionati. Io sono fiera dei miei studenti. Ci sono certo le eccezioni, ma una minoranza impercettibile. Sono certa che loro, gli studenti del nostro Dipartimento, riusciranno a porre riparo ai nostri sbagli. Sono molto fiduciosa.

Cosa pensi dei metodi di insegnamento italiani, e in particolare catanesi? In un Dipartimento come quello Scienze Umanistiche, non bisognerebbe, oltre studiare materie come il greco e il latino, porre l’attenzione degli studenti anche su questioni di attualità? E poi… La letteratura greca e i Greci, con la loro saggezza, i loro valori ed esempi, non possono essere modelli per l’uomo moderno?

Una domanda difficile. Nel nostro dipartimento ci sono molte materie orientate verso l’attualità: ci sono corsi di storia contemporanea, letteratura contemporanea, ma abbiamo anche corsi in scienze della comunicazione e in scienze della cooperazione internazionale e così via. I corsi esistono e la scelta è vasta. Forse sì, manca un aggancio più diretto alle questioni di attualità. Credo siamo più legati alla teoria che alla pratica. Forse non coinvolgiamo abbastanza gli studenti in attività che non siano il semplice tirocinio; tuttavia credo che materie come il greco, il latino, la storia, la filosofia, siano di per sé attualità. Più che materie sono direi scienze. In genere in Italia manca la consapevolezza che anche settori come la tecnologia hanno bisogno delle conoscenze umanistiche e in particolare lo studio del latino e greco, con le loro complesse strutture culturali ma anche morfologiche, sviluppa non solo l’agilità del pensiero e la padronanza della propria lingua e delle sue capacità espressive - la maggior parte dei termini scientifici sono infatti greci e latini, come “Log in” per esempio o “mouse”, “mega” o “difterite”- ma anche sviluppa lo spirito critico e logico e la concentrazione. Anche nella vita quotidiana, al di fuori del lavoro, non credo sia necessario sapere la fisica quantistica o le equazioni, ma è necessario sapere pensare e sapere concentrarsi e costruire con l’inventiva o la logica soluzioni ai nostri problemi. Non penso sia un caso che molti degli iscritti a un Liceo Classico s’iscrivono in Giurisprudenza e in Medicina: il greco e il latino, ha scritto qualcuno, rappresentano il codice genetico di Europa, rappresentano cioè la nostra identità. Si parla, invece, tanto dell’inutilità delle scienze umanistiche, ma il conflitto tra conoscenze scientifiche e umanistiche è il dispregio per l'essenziale unità della conoscenza - unità che è nodale per l'innovazione economica e tecnologica in ogni Paese. Un medico, un fisico, un ingegnere, e così via, senza cultura umanistica non ha la capacità di discutere, di sfidare se stesso e accettare i termini dell'altro, per sviluppare soluzioni innovative in relazione ai contesti in cui sorge un problema. Il nostro Dipartimento si chiama, infatti, Dipartimento di Scienze Umanistiche e non di Studi umanistici. Come ho detto, dove non c’è memoria o dialogo, non c’è presente, e se non c’è presente non c'è nemmeno futuro. La perdita della memoria è per antonomasia uno stato patologico; si assisterebbe alla contrazione della creatività e all'impoverimento di grandi e nuove forme dell’immaginazione, a favore di un’imitazione reiterata di modelli del passato che è negazione dell’innovazione e principio della discriminazione. Il dialogo delle culture è la forza che mantiene la stabilità sociale, e stabilità sociale significa eliminazione di barriere strutturali come marginalizzazione ed esclusione di un gruppo sociale in base alle opinioni, la razza, il reddito, la lingua, la religione, il sesso, la disabilità, l'orientamento culturale e sessuale, e lo fa attraverso lo sviluppo di strategie dirette a costruire la promozione della creatività, del talento, delle idee libere. Mi chiede dell’esempio greco. Le potrei dire che i Greci ci hanno insegnato la parola democrazia, ma anche teatro, musica, atletica, atomo, la koinè, ossia lingua comune, la tolleranza. Le potrei dire che ci hanno insegnato il valore dell’agorà, quando i cittadini partecipavano alla vita istituzionale, quando oggi invece la vita istituzionale quasi ci annoia e gli approfondimenti sono affidati allo spazio del fake sui social. Oggi l’io è diventato più importante del noi, il che è come dire che i regimi autoritari e personali sono più forti dei regimi democratici. Le potrei dire che la Grecia è la culla di Europa; le potrei dire che una piccola nazione, che solo oggi conta tra la sua popolazione poco più di 10 milioni, è riuscita a sconfiggere l’Impero ottomano e a raggiungere l’indipendenza ben 30 anni prima dell’Italia. Le dirò, invece, che la Grecia si è risollevata dalla crisi economica del primo dopoguerra grazie ai profughi dell’Asia minore, più di un milione di profughi. E oggi Lesbos è candidata al premio Nobel per la Pace per l’accoglienza. Le dirò che la Grecia è diventata la terra di conquista delle imprese italiane, francesi, cinesi, tedesche grazie alle sue infinite risorse e alla posizione geografica. Le dirò che la Grecia, lacerata oggi da una profonda crisi economica e politica, continua a investire nell’energia alternativa, ma anche nella cultura e nei musei perché sa bene che senza rispetto, identità e memoria sprofonderebbe. Non si rassegna, combatte, combatte sempre. Anche contro le ingiuste misure di austerità imposte da politiche che accrescono l’impoverimento e la marginalizzazione, ovvero le anticamere della intolleranza, e che impediscono la ripresa del Paese. La disoccupazione giovanile è arrivata al 48,6%, mentre in Italia, dove nel 2007 arrivava al 19%, sfiora oggi il 40%. L’Europa c’era già nel 2007 e questo vuol dire che non è colpa dell’Europa, ma di alcune politiche europee dannose e inique.

Parlaci dell’ultimo laboratorio che hai organizzato al Dipartimento di Scienze Umanistiche sul fenomeno della immigrazione/emigrazione, della diaspora, dei regimi autoritari e del “mondo globalizzato fatto di muri”…

A dimostrazione di quello ho detto sui giovani, il laboratorio mi è stato chiesto proprio da molti studenti. Lo dico con orgoglio. Oltre al mio, include vari seminari sui diversi aspetti di questo fenomeno. Sono svolti da Stella Kallisperatou, una mia collaboratrice straordinaria e una delle più note copywriter e voice-over in Grecia; dalla mia carissima assistente Maria Rita Mangano, una studiosa di valore, molto sensibile anche a questi temi e dal Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, Olga Nassis, un’antropologa che ha lavorato come esperto al Programma Nazionale di Protezione dei Minori Stranieri non Accompagnati.
Nassis si occupa proprio di antropologia delle migrazioni e mobilità transfrontaliera, di antropologia politica e politiche dell'identità. Last but not least c’è anche il seminario di Cecilia Spampinato, una mia studentessa iscritta a Scienze della Cooperazione Nazionale, la quale sta lavorando a un bel progetto di tesi su cinema e immigrazione. Ho voluto fortemente anche lei, per esserci la prospettiva di una giovane studentessa. Come ho scritto nel programma, il laboratorio intende articolare un percorso che consenta una comprensione critica delle implicazioni culturali della crisi economica e politica e delle sue conseguenze: regimi dittatoriali, migrazioni, intolleranze, “muri” culturali e territoriali, la propaganda politica del mito antico. Fino ad oggi si è parlato di Golden Gate, degli “sbarchi della speranza” come quello italiano e greco alla fine dell’800 e quello albanese nel 1991, della nave Matteo Brazzo, del Ku Klux Klan, del Red Scare, di Sacco e Vanzetti, della caduta di Wall Street e della crisi economica, dei profughi dell’Asia Minore, degli Armeni, della Turchia di Kemal, del “muro” di Cipro, della Corea e di quello che si vuole erigere in Messico. Ma anche, grazie a Nassis, si parla delle reti infrastrutturali europee, i cosiddetti corridoi paneuropei che s'intrecciano con i fili spinati, e della retorica della crisi francese e greca a confronto. Si è discusso della funzione demagogica dell’immagine in senso lato: dalle vignette di Der Stürmer ai film di David Griffith, Tom Ricketts, Harry Knoles e dell’Istituto Luce; si è perfino parlato di figure come Maciste e Tarzan come emblemi sociali; abbiamo anche fatto vedere alcune scene di film, documentari e videoclips su questi temi. Troppi gli argomenti trattati da poterne parlare qui.

Cosa ha spinto una professoressa universitaria, con un curriculum ricchissimo da fare invidia a chiunque, a creare il blog “Grecia di lettere” (http://greciadilettere.blogspot.it/)?

Mah, non so se il mio curriculum fa invidia a chiunque. Spero di no! Sì, ho questo blog e ne ho avuti tanti altri. A dire il vero uso di più ora alcuni gruppi su facebook, perché lì sono senz’altro più seguita. Sto anche rinnovando un canale su Youtube dedicato alla mia disciplina, la lingua e la letteratura greca moderna, disciplina che amo profondamente. Ho la fortuna di essere il coordinatore per la Sicilia orientale del Centro di Lingua Greca, diretto dal Ministero greco dell’Istruzione e da quello degli Esteri; con il prezioso aiuto di Stella Kallisperatou, ma anche di altre preziose collaboratrici che si sono avvicendate del tempo come Nikoleta Rallaki e Caterina Christoforaki, organizziamo per gli studenti del DISUM, divisi in livelli (sei in tutto) ben cento ore ciascuno dedicate al greco. Non hanno CFU, ma solo decine di pagine da studiare ogni giorno, oltre alle interminabili ore. E mi creda non sa quanti chiedono di studiarlo, dal momento che l’inglese è sempre più una componente di istruzione di base e non più un valore aggiuntivo. Anche se l'inglese come “lingua di lavoro” è fondamentale, la lingua minoritaria offre indubbiamente nel mondo del lavoro un ulteriore vantaggio competitivo e strategico - binomio che dovrebbe essere portato all'attenzione dei sistemi di istruzione e di orientamento professionale, in particolare all'interno dell'area generale del Turismo e del Trade & Marketing. E chi, invece, vuole insegnare a scuola o desidera intraprendere un dottorato, il corso servirà a comprendere indubbiamente meglio l’evoluzione della lingua, della letteratura e della storia. Non studiano pertanto solo per passione, ma trovano che il greco sia appunto utile. La mancanza di competenza della lingua greca e il numero esiguo di esperti di lingua greca impedisce di sfruttare al meglio il potenziale di competitività imprenditoriale del territorio, i cui rapporti con la Grecia nella migliore delle ipotesi sono affidati alla lingua inglese. Ma lo sa che cosa penso veramente? Penso che questi studenti siano le sentinelle di ciò che l’Europa dovrebbe essere: una democrazia partecipata, solidale, unita dove la cultura e a tolleranza siano valori universali. “La Grecia viaggia, viaggia sempre”, scriveva Ghiorgos Seferis. E noi viaggiamo con lei come profughi che hanno smarrito la propria terra.

Alessandra Leone