Sant’Agata sempre attuale. La sfilata contro le Spose Bambine. Intervista al giurato Marinella Fiume

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La Festa di Catania, quella con la “F” maiuscola che si riferisce alle celebrazioni della patrona Sant’Agata, è alle porte. Dal 3 al 5 Febbraio oltre un milione di fedeli annualmente si riversano in strada per onorare la Santa e con loro tornano tutti i simboli di questa Festa, le cannelore, la vara, lo scrigno, le luminarie, l’abbigliamento bianco dei suoi devoti.

In onore a Sant’Agata un altro appuntamento torna quest’anno. Si tratta della sfilata di 100 costumi che l’1 Febbraio si svolgerà in giro per la città, celebrando la Santa patrona grazie al lavoro degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Catania, che hanno disegnato i loro abiti ispirandosi al tema "spose bambine", per denunciarne il fenomeno.

Abbiamo intervistato Marinella Fiume, scelta come membro di giuria, insieme ad altri autorevoli nomi, che avranno il compito di decretare tre vincitori tra gli allievi-stilisti.

 

1) Carissima Marinella, si avvicinano i festeggiamenti per la Santa patrona catanese. Quest’anno lei avrà un ruolo di primo piano. Che effetto le ha fatto essere nominata come membro della giuria per i 100 costumi che sfileranno per onorare Sant’Agata?

Mi sono occupata di Moda e Costume anni fa avendo insegnato alcuni anni in un Professionale per Disegnatrice e Stilista di moda, ma non è stata questa la ragione per cui ho goduto di questo privilegio su designazione della Prof.ssa Liliana Nigro, docente presso la cattedra di Storia del Costume dell’Accademia delle Belle Arti di Catania, bensì per essere studiosa di Sant’Agata, a cui ho dedicato un lungo capitolo dal titolo “Il culto di sant’Agata-Iside” nel mio fortunato libro “Sicilia esoterica”. Avendo visto oggi, in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’evento a Palazzo Platamone un saggio della sfilata dei costumi realizzati dagli allievi dell’Accademia catanese, penso che sarà un compito arduo decidere i tre premiati a cui andrà una somma in denaro e la opportunità di fare uno stage presso l’esclusivo atelier di Amelia Casablanca.

2) Sappiamo che il tema della sfilata riguarda le spose bambine, in che modo questo evento è stato pensato per sensibilizzare l’opinione pubblica a contrastare questo fenomeno?

 Secondo alcune stime delle Nazioni Unite nel mondo ci sono circa 60 milioni di “spose bambine”, cioè ragazze che si fanno sposare prima di aver compiuto quindici anni. Al primo posto della classifica c’è il Niger, dove la carestia e la povertà stanno facendo crescere questo fenomeno. Non si tratta di amore, ma di affari speculativi, laddove le famiglie povere “sistemano” le minori con adulti ricchi o importanti. In tutti i Paesi islamici imperversa questa “cultura”; in Turchia le autorità religiose hanno dichiarato lecita la pratica delle spose bambine. E il fenomeno ci riguarda anche in quanto alcuni extracomunitari arrivano da noi conservando questo costume. Associare il tema drammaticamente attuale delle spose bambine alla festività di Sant’Agata  è una scelta di grande impatto simbolico. Nessuna forzatura. Bensì il collegamento a quelle tradizioni agiografiche e leggendarie che ne fanno, per l’età, la santuzza. Del resto, la vita e la morte di Sant’Agata, le leggende, l’origine del culto e i caratteri della festa, le manifestazioni di fede dei suoi devoti, rivelano, al di là delle fonti storiche, degli Atti Greci e Latini e delle Agiografie, il duraturo significato di strutture simboliche che si rifanno ad archetipi costanti. Un sistema di simboli che, incarnandosi in luoghi, periodi e tradizioni diverse, permea il profondo. Agata è simbolo di complessa valenza semantica, una porta che consente di oltrepassare l’orizzonte del visibile. Ieri come oggi, Agata resiste alla storia, si riattualizza nel rito, si collega all’attualità e si fa immagine del Femminino sacro. Modello collettivo ancestrale, rinvia ai culti antichissimi del femminino, Iside e le Veneri locali: Venere-Astarte Ericina, Demetra- Cerere e la figlia Persefone-Kore. I più arcaici di questi riti sono riservati alle donne e il rito catanese delle ntuppateddi, in voga fino al secolo scorso, ne mantiene il ricordo. Polisemia di simboli i cui significati evolvono in un’epoca di transizione come quella alessandrina ricca di fermenti religiosi. Mentre anche la natura marinara delle due feste, il Navigium Isidis e la corsa verso il mare del “giro”, ci riportano al simbolismo dell’acqua, allusivo del materno, pregnante è il motivo della mammella che assume le valenze di fecondità nel primo, corpo sacro femminile nel secondo. Perciò temi roventi come la violenza sulle donne, il femminicidio e le spose bambine, pur nella loro tragica attualità, possono ben essere rappresentati da Agata, insieme all’aspirazione femminile alla liberazione e alla Luce che la santa incarna. .

 

 Marinella Fiume

Marinella Fiume

3) Come sarà strutturata la sfilata? 

La sfilata prevede 100 costumi dedicati a Sant’Agata che, a partire dalle ore 20,30 del 1 febbraio, dal Palazzo del Municipio della città di Catania, di cui Agata è Patrona, attraverso Piazza Duomo, giungerà fino al Palazzo dei Chierici. Inoltre ci saranno delle mostre di questi ambiti in varie Chiese della Città.  L’organizzazione è dell’Accademia delle Belle Arti in collaborazione col Comune.

 

4) Quale crede sia il motivo per cui la città di Catania ancora oggi riesce ad avere questo rapporto così forte con la propria patrona?

Agata è un archetipo fondativo della città che dopo il terremoto è stata edificata proprio seguendo il percorso del “giro”, ossia della processione. Dal XII secolo, la storia del culto della vergine e martire si intreccia con la storia della città di Catania e ne riflette le vicende storiche e politiche, i valori e i comportamenti degli abitanti che si sono avvicendati nei secoli, fino ai nostri giorni. E questa figura si intreccia anche con le vicende di questi territori a partire da un’epoca anteriore alla diffusione del cristianesimo. In Italia sant’Agata è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il nome della santa, ma il titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è profondamente radicata e il nome di Agata riecheggia nella storia stessa della città. Il suo sacro velo ha salvato molte volte la città dalle eruzioni dell’Etna e dai terremoti. Anzi, le origini del culto cristiano risalgono all'anno successivo al martirio di lei, al 252. La conversione collettiva del popolo alla fede si ebbe col primo miracolo compiuto dal Velo agatino che immediatamente arrestò il fiume di lava che si dirigeva verso la città. Alla santa si appellano le donne per molte malattie: essendo stata martirizzata con l’amputazione della mammella, scongiura i tumori al seno, inoltre protegge le puerpere e le gestanti che a lei si rivolgono per ottenere un parto felice e la grazia di allattare personalmente i propri figli. Insomma la Santa è un archetipo necessario che si riattualizza ogni volta nella sua splendida festa.

 

Daniela Tralongo 

 

 

La siciliana Eugenia Avveduto vince il "Gagliardi" e partecipa alla Mostra di Venezia. Noi l'abbiamo intervistata.

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In occasione della Mostra del Cinema di Venezia, che oggi si avvia alla chiusura di questa 74^ edizione, il Cinit Cineforum Italiano, Associazione Nazionale di Cultura cinematografica con sede a Mestre, ha indetto anche quest’anno il Concorso “Vincenzo Gagliardi”, giunto alla 17^ edizione e il Concorso “Francesco Dorigo” (12^ edizione). Il primo, in nome di Gagliardi, figura di primo piano dell’associazionismo per la promozione della cultura cinematografica nel secolo scorso, era rivolto agli studenti degli atenei del Triveneto. Le recensioni inviate in merito ai film della scorsa stagione cinematografica, sono state esaminate da una giuria di esperti e critici, composta da Pierandrea Gagliardi (regista), Giovanni Stigliano (vincitore del premio Agis Scuola Cinema), Andrea Curcione (critico cinematografico), Giacomo Sebastiano Pistolato (NonSoloCinema.com), Neda Furlan (Direttivo Cinit) e, in qualità di segretario, Alessandro Cuk, vicepresidente Cinit. A vincere il “Gagliardi” è stata la siciliana Eugenia Avveduto. Notabilis ha voluto raggiungerla per conoscere un’altra giovane che fa onore alla Sicilia. 

Carissima Eugenia, complimenti per il “Premio Gagliardi” che hai appena vinto. Raccontaci un po’ la tua storia. Come è iniziato il tuo percorso fuori dalla Sicilia?
Ti ringrazio innanzitutto per i complimenti. Il mio percorso inizia nel 2009 quando sono andata a Torino. Lì ho studiato Architettura al Politecnico. Ma, nonostante diventare architetto fosse il mio sogno fin da bambina, studiando mi sono accorta che le aspettative non venivano soddisfatte dalla realtà. Dopo essermi laureata, con una tesi in cui il macro argomento era il cinema e l'architettura, sono tornata a vivere in Sicilia per quasi due anni, lavorando il più possibile per occupare il mio tempo e sempre alla ricerca di ambienti stimolanti, in vari ambiti, che potessero aprirmi delle strade, congrue ai miei interessi, anche in Sicilia. Ma dopo la prima esperienza fuori, a Modica sentivo di essere limitata, ci stavo stretta, avevo bisogno di fare ancora esperienze sempre nuove che potessero aprirmi più strade. Avevo voglia di studiare ancora, di fare qualcosa che potessi dire fosse veramente mio. Così ho deciso di partire ancora. Sono venuta a Venezia dove ho trovato un corso di studi che mi è parso subito molto interessante su tanti aspetti: Scienze e Tecniche del Teatro allo IUAV. Appena dico che studio Teatro tutti pensano che studio per fare l'attrice, in realtà è l'ultima cosa che mi interessa e di cui questa specialistica si occupa solo in maniera marginale. Studio tutto ciò che sta fuori dal palcoscenico, tutto ciò che c'è dietro e serve alla riuscita dello spettacolo. Molti mi chiedono anche perché io abbia scelto un corso legato al teatro e non al cinema, visto che è la cosa che più mi interessa. Ho una mia visione, ci sono dei collegamenti evidenti e necessari tra le due arti, e sentivo di dover conoscere l'una prima di affrontare l'altra. 

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Quali sono stati i primi passi che hai mosso nell’ambiente artistico – cinematografico?
Non so se posso dire di aver ancora mosso dei passi in questo ambito, diciamo che li sto muovendo. Ho svolto dei lavori nel campo cinematografico, ho girato qualche piccolo cortometraggio, nel 2016 sono stata a Vienna e ho lavorato alla realizzazione della scenografia e dei costumi per il film Jonah di Michael Maschina. Il premio che ho vinto adesso, per me è un passo importante. Mi è sempre piaciuto il cinema, il teatro, la fotografia, la musica, l'arte in genere, e pian piano metto insieme tasselli che incastrano queste passioni e spero ne possa aggiungere di sempre più consistenti. Ho studiato musica da bambina, ho frequentato corsi di teatro da adolescente, le arti sono sempre state la costante di tutta la mia vita. Per parlare di cinema posso dirvi che fin da piccola, la sera rimanevo incollata alla televisione a guardare film, "dimenticando" anche di mangiare. Poi questa passione la porto avanti costantemente, faccio ricerche, mi piace scoprire nuovi registi e mi piace molto anche andare a riprendere il cinema del passato, fare confronti, cercare le similitudini, le differenze e le innovazioni. Annoto tutto ciò che vedo: segno il titolo, il nome del regista e la data in cui ho visto quel determinato film, bello o brutto che mi è parso. Lo faccio per non dimenticare, per ricordare, per averli sempre tutti a portata di mano e in qualsiasi momento poter fare un'analisi. 

Cosa rappresenta per te questo Premio, con le opportunità formative che ti offre?
Questo premio l'ho ricevuto inaspettatamente. Ho mandato la mia recensione "Sordi contro muti: è solo la fine del mondo?" su Juste la fin du monde di Xavier Dolan, ma non mi sarei mai aspettata di vincere. Quando ho ricevuto la telefonata in cui il vicepresidente del Cinit, Alessandro Cuk, mi informava di essere la vincitrice, stentavo a crederci. L'avevo scritta e inviata più per mettermi alla prova che per vincere, e poi ho vinto. Dovrò mettermi ulteriormente alla prova dopo questo premio, e inizierò a fare sul serio. Per cominciare scriverò delle recensioni sui film visti alla 74° Mostra del Cinema di Venezia, che verranno pubblicate in riviste di settore e spero di poter continuare. 

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Cosa puoi raccontarci dell’esperienza della Mostra di Venezia? 
L'esperienza della Mostra se dovessi riassumerla in poche parole potrei dire che è stata una delle esperienze che mi hanno messo più adrenalina nella vita. Ho passato questi dieci giorni a correre da una sala all'altra, vedendo 4/5 film al giorno dalla mattina presto, fino alla sera tardi. Ho cercato di vedere tutte quelle perle che purtroppo non vengono distribuite nei cinema, ma che grazie a questa opportunità ho avuto modo di conoscere. Non era il primo festival che seguivo, e anche stavolta l'ho preso di pancia. Sono andata in overdose, ma positivamente, con poco tempo per mangiare e dormire ma tanta carica nel corpo. I film sono cibo per la mia mente, non solo in questi giorni, ogni volta che le luci in sala si spengono sento di stare bene. 
Ho seguito anche degli incontri con dei critici, grazie al Cinit: ci scambiavamo opinioni alla fine delle proiezioni e anche questo mi ha dato stimoli nuovi. Il confronto e la discussione dovrebbero avere una posizione di rilievo nel cinema e se un film non mi dà emozioni, o non mi lascia la possibilità di riflettere in seguito, per me è come se non avesse valore. E posso dire che questo festival mi ha fatto riflettere molto. Ci sono tanti giovani registi che hanno molto da dire e da far vedere. Spero che tutto il pubblico avrà la possibilità di conoscerli e apprezzarli. Basta con i soliti nomi del cinema, che spesso hanno esaurito quello che avevano da dire. Credo che il ricambio sia essenziale anche in questo campo, soprattutto perché le cose da dire ci sono e sono tante. 

Quali obiettivi ti prefiggi per il prossimo futuro?
Al momento sento che tutto sta cambiando molto velocemente. Mi sento già in ritardo, ma sento di poter recuperare e ho la giusta carica per affrontare questi cambiamenti. Sto finendo i miei studi a Venezia, e dopo è un grosso punto interrogativo. Vorrei fare la regista nella vita, pur sapendo che la strada è tutta in salita, ma come dicevo sento di poter affrontare questo percorso. Non credo di tornare a vivere in Sicilia nel prossimo futuro, non la sento pronta alle rivoluzioni che voglio affrontare per me stessa purtroppo. Nonostante questo, continuerò a portare avanti progetti, che da un po' di anni seguo, come quello del “Condominio Fotografico”, un'Associazione Culturale di fotografia, con sede a Modica. In questa Associazione, tra le altre cose, sono la responsabile del Cine(PH)orum, una rassegna che porta al cinema film e documentari di particolare interesse legati alla fotografia, insieme a ospiti che lavorano, grazie alla fotografia, nel cinema, come direttori della fotografia o fotografi di scena. 
Nel mio futuro prossimo cercherò di muovermi in tutte le direzioni, non necessariamente in Italia, per poter lavorare nel mondo del cinema. Sarei felicissima se riuscissi a vivere la mia vita girando da un set all'altro, svolgendo una qualsiasi mansione pur di starci dentro, il tutto sempre nella speranza che un giorno, magari non troppo lontano, a dirigere un film possa esserci io.

Daniela Tralongo

Grey’s Anatomy parla siciliano: l’intervista alla new entry Stefania Spampinato

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Novità siciliane arrivano ad Hollywood. La città in scena è Seattle. Il nome della serie è “Grey’s Anatomy”. La novità siciliana è: Stefania Spampinato. L’attrice, originaria di Belpasso (Ct), sarà uno dei nuovi medici che entreranno in azione in questa quattordicesima edizione, firmata Shonda Rhymes. (La serie sarà trasmessa negli USA dalla Abc a partire dal 28 Settembre, in Italia sarà visibile su FoxLife in autunno).  

Nei panni della dott.ssa Carina De Luca, sorella dello specializzando Andrew De Luca (interpretato da un altro italiano, Giacomo Giannotti) porterà un po’ di scompiglio al Grey Sloan Memorial Hospital. 

Adesso la siciliana sarà uno dei volti più noti tra le serie tv, dato l’enorme successo che lo show continua ad avere a distanza di 12 anni dal primo episodio trasmesso negli USA. Ma la strada che ha portato Stefania a Los Angeles non è stata facile. Anni di studio e sacrifici hanno preceduto questo momento. Abbiamo chiesto a lei di raccontarcelo. 

Cara Stefania, la tua carriera oggi arriva ad un punto di svolta. Ma da un paesino in provincia di Catania come sei arrivata a Los Angeles? Quando hai deciso di intraprendere questa strada nel mondo dello spettacolo e dell’arte?

Diciamo che ho iniziato davvero da subito a muovere i primi passi fuori casa. A 19 anni, una volta presa la maturità classica, mi sono trasferita a Milano per studiare danza, recitazione e canto. 

Da lì sono andata poi a Londra, dove ho proseguito la mia formazione, fino a che ho deciso di andare a Los Angeles. 

Non c’ è stato un momento preciso in cui ho scelto di intraprendere questa strada. Ballare è sempre stata una mia grande passione e ho iniziato sin da piccola a studiare. Inizialmente la mia aspirazione era infatti fare la ballerina e così ho fatto durante gli anni in cui ho vissuto a Londra. 

Una volta giunta negli USA ho dovuto ricominciare tutto da capo. 

Raccontaci del tuo arrivo a LA. Che impatto hai avuto? Come è stato ambientarsi in una realtà così diversa da casa? E come hai fatto ad inserirti, lavorativamente parlando?

L’inizio non è stato semplice. Quando arrivi, da sola, in una città così distante e diversa è dura ambientarsi. In più anche la mia formazione precedente qui non aveva molto valore, quindi come prima cosa mi sono dovuta rimboccare le maniche. Ho iniziato nuovi percorsi di formazione, essendoci mille opportunità per il campo della recitazionee contestualmente mi sono data da fare con altri lavori per mantenermi, come lavorare nei bar. Inizialmente il vero “miracolo” è stato poter partecipare a qualche audizione, perché la competizione è così alta che già essere accettati per quello diventa quasi un primo successo. Da lì passo dopo passo, sono riuscita a partecipare ad alcuni progetti. 

Quale difficoltà o pregio particolare hai riscontrato invece nella vita a LA? 

Una cosa che qui ho notato essere molto diversa è l’umorismo. Il sarcasmo non esiste. Dall’altra parte, la California però ha un lato straordinario. Qui esistono tantissimi movimenti per le pari opportunità delle donne, che rivestono in moltissimi casi posizioni di potere. Anche lo stesso Grey’s Anatomy in qualche modo promuove questa politica. 

E allora raccontaci proprio di come è iniziata la tua avventura a Grey’s Anatomy?  

Stento ancora a crederci. È iniziata come una grande sorpresa, e non appena avuta la notizia di aver ottenuto la parte, con una grande paura. Non è un’occasione comune, e la voglia di far bene è tanta.

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Come sei stata accolta dal cast? Hai conosciuto tutti? Con chi hai legato di più?

Sono stati tutti molto accoglienti. Il primo giorno tutti noi del cast ci siamo visti con gli scrittori per leggere il copione, e così ho conosciuto tutti, compresa Shonda Rhymes, una persona molto calma e riservata. I rapporti si creano soprattutto girando le scene, quindi ho avuto più opportunità di legare con coloro i quali lavoro di più, come Giacomo (Andrew De Luca). 

 

Qualche aneddoto da raccontarci?

Stavamo girando una scena in italiano, un momento in cui io e Giacomo litighiamo. Ad un certo punto lui non riusciva a dire correttamente una parola per più volte e così siamo scoppiati a ridere, senza che gli altri capissero la ragione e ci chiedevano che stesse succedendo. 

Sai che sarai seguita da tantissimi fan qui in Sicilia. Che rapporto hai con la tua terra? Cosa ti manca di più, oltre alla famiglia?

La Sicilia mi manca. Le estati siciliane sono fantastiche e mi manca terribilmente la granita! Una bella granita con la brioche!!! Cerco di tornare un paio di volte l’anno. 

E in attesa di vedere Carina sullo schermo, ringraziando Stefania per l’intervista che ci ha rilasciato, facciamo il tifo per lei.  

Daniela Tralongo

 

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Siracusa: da stasera Ortigia Film Festival. Siamo andati dietro le quinte con Lisa Romano e Paola Poli

Comincia questa sera la IX edizione dell’ Ortigia Film Festival (Off), manifestazione a livello internazionale che tiene alta la bandiera di Siracusa e dell’Italia in generale. Tanti i talenti che vogliono fare sentire la propria voce, vitalità e fantasia nel loro modo più congeniale, possibilmente cercando, nel loro piccolo, di lanciare messaggi per un futuro più giusto e meno violento.  Il festival si svolgerà fino al 22 luglio, con ospiti di grande prestigio, come l’attore Andrea Sartoretti (il quale ricoprirà il ruolo di Presidente di Giuria della sezione cortometraggi), il giornalista cinematografico Fabio Ferzetti (Presidente di Giuria del Concorso Lungometraggi), la produttrice Simonetta Amenta, la costumista Isabella Rizza, l’attore Marco Giallini e la regista Maria Sole Tognazzi.

Per scoprire il programma completo dell’Ortigia Film Festival, il cui calendario è davvero molto ricco e di livello, cliccate qui

Intanto, miei cari lettori, noi di Notabilis abbiamo avuto il piacere di intervistare sia Lisa Romano, direttrice artistica di Off, sia Paola Poli, consulente artistica del festival, cheringraziamo per la loro professionalità, l’amore e la passione che mettono in tutto ciò che fanno. 

 

Gentilissima Lisa, manca ormai davvero poco all’inizio dell’Ortigia Film Festival (OFF). Quali le sensazioni, le paure, le aspettative e i sogni per questo festival? Quali le difficoltà (se ve ne sono state, anche negli anni passati)?

«Siamo giunti alla nona edizione di Ortigia Film Festival tra tante difficoltà e moltissime soddisfazioni. Off è cresciuto di anno in anno affermandosi come una delle realtà più importanti per il cinema in Sicilia. Le aspettative sono quelle di crescere ancora e di poter realizzare una decima edizione veramente memorabile. Le difficoltà sono tante ma non ci facciamo scoraggiare. Ogni anno puntiamo al nostro obiettivo, che è quello di realizzare il miglior festival possibile e per far ciò dobbiamo relazionarci con le istituzioni e con i ritardi congeniti di una burocrazia piuttosto lenta. Ma a noi di OFF non piace commiserarci, siamo un gruppo di persone fortemente motivate e siamo riusciti negli anni ad acquisire una grande credibilità».

 

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Terrorismo, immigrazione, mafia, il delicato periodo di ribellione adolescenziale e molto altro ancora… Da dove è nata l’idea di dedicare ampio spazio al tema “Vita e ribellione”, presente in diversi film presenti quest’anno? Che tipo di insegnamenti può dare un bel film? 

«Le tematiche principali di questa edizione di Off rispecchiano ciò che viene trattato dalla nuova cinematografia italiana. Per selezionare i film in concorso, ho avuto l’onore di guardare decine e decine di opere prime e seconde di autori italiani e sarebbe stato impossibile non notare quanto le tematiche sociali abbiano influenzato la poetica del nuovo cinema italiano. Off avrà il privilegio di presentare in anteprima regionale “Dopo la Guerra”, il film di Annarita Zambrano con Battiston e la Bobulova che ci mostra sotto una nuova lente gli orrori e gli errori degli anni del terrorismo in Italia; ma anche “Sicilian ghost story”, l’opera di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, un grande affresco onirico su una terribile storia di mafia».

Quali sono oggi, secondo lei, i pregi e i limiti e del cinema in Italia? Come vede il suo futuro? E poi… Quale “ingrediente” manca per avere la giusta risonanza? 

«Credo che sarebbe troppo riduttivo enumerare pregi e difetti del cinema italiano. Non si tratta di aspetti separati tra loro ma di un unico sistema cinema che ha bisogno di essere scosso. Si tratta, a mio avviso, di un problema culturale che coinvolge le istituzioni, le scuole, le produzioni, la critica stessa. Rispetto agli ultimi anni si percepisce qualcosa di nuovo, una consapevolezza ritrovata, la capacità di leggere il mondo con occhi diversi. Il mio futuro, così come il mio presente, è con il cinema e nel cinema. Ortigia Film Festival assorbe molte delle mie energie, ma mi permette comunque di lavorare sui set cinematografici. Non disdegnerei di tornare dietro la cinepresa e lavorare a un film tutto mio».

Queste le parole di Lisa Romano, da cui emergono la forte voglia di migliorare, di migliorarsi, fare sempre ciò che le fa battere il cuore, magari di intraprendere anche nuove avventure, con gli occhi e la trasparenza dei più piccoli e la maturità e l’esperienza dei grandi, non dimenticando il “suo” Off. Quest’anno, quindi, accanto a film e documentari più “soft” (ma come quello sui Rolling Stones o su Pino Daniele), ci saranno anche tematiche drammaticamente attuali, che possibilmente cercano un cambiamento. Il cambiamento, in effetti, non parte prima di tutto da noi e dai nostri atteggiamenti quotidiani, dentro e fuori casa, a lavoro e tra gli amici ? Diceva il Mahatma Gandhi: “Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere il mondo potrà scoprire la pace”. 

 

Sentiamo ora cosa ha da dirci Paola Poli, su questa magica esperienza dell’Ortigia Film Festival, sul cinema italiano e su tanto altro…    

 

Gentilissima Paola, guardando il programma di quest’anno di OFF, vi sono, tra gli altri, film forti e con un messaggio di denuncia, come ad esempio “Sicilian Ghost Story” (reduce dal successo di Cannes 2017 e vincitore di un premio ai Nastri d'Argento, basato su una storia realmente accaduta, in cui i registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, dopo il successo di “Salvo”, tornano sulla tematica della mafia) oppure “Veneranda Augusta” di Francesco Cannavà (in anteprima mondiale, ambientato nel polo petrolchimico di Augusta, in cui il tasso di mortalità per tumori è più del 30% . Qui si alza alta la voce del parroco Don Palmiro Prisutto, alla ricerca di giustizia, onestà e verità per avere i giusti diritti che dovrebbero avere tutti gli uomini). A suo avviso, quanto possono cambiare la società film del genere? E poi… È davvero possibile cambiare la società? Quanto serve ribellarsi o c’è il rischio di rimanere solo “una voce nel deserto”?

« “Sicilian ghost story” è davvero un film ben riuscito e siamo molto fieri di averlo portato ad Ortigia Film Festival, che per tradizione ha un pubblico molto attento, il quale si appassiona alle storie ben scritte e ama un certo cinema d’autore. “Veneranda Augusta” è un pugno allo stomaco, una tematica fortissima, quella dell’inquinamento del polo petrolchimico di Priolo, Augusta, Melilli, a due passi da Siracusa. Il festival ha voluto fortemente accendere i riflettori su questa vicenda e sul coraggio di uomini come Padre Prisutto, che da anni combatte la sua battaglia contro i morti di cancro. Il cinema non ha il compito di cambiare la società, ma sicuramente può fare riflettere, può istillare il dubbio, può dare vita ad un dibattito su vicende, come quella del petrolchimico di Siracusa, che non tutti conoscono». 

Caratteristiche necessarie, a suo parere, per realizzare i propri sogni in campo cinematografico e per farsi notare?

«Lavoro, talento, lavoro, talento. Non esiste altro. È un mondo difficile e spietato e solo i più bravi, solo i più preparati vanno avanti. Chi si è trovato catapultato sul set per ragioni non professionali, spesso ha fallito o si è dimostrato solamente un fuoco di paglia».

Quali sono i talenti che l’hanno colpita maggiormente nelle scorse edizioni e che pensa abbiano tutte le carte in regola per sfondare in Italia e all’estero?

«Come diceva Lisa, anche secondo me il cinema italiano sta vivendo una rinascita: sono tanti gli autori, i registi e gli attori che si sono affacciati sulla scena negli ultimi anni. Senza voler fare un torto a nessuno, mi sono molto piaciuti tutti i film che abbiamo proiettato nelle varie edizioni di Ortigia Film Festival».

Alessandra Leone

20 alunni della scuola Einaudi pubblicano un libro: pensieri, sogni e paure degli adolescenti di oggi

Un’esperienza unica, difficile da dimenticare: un libro in cui si raccontano le proprie emozioni, stati d’animo, pensieri dei propri coetanei. “Ti vivo in un mondo che so solo io”: questo il titolo del volume scritto e curato dalla III B dell’istituto “L. Einaudi” (indirizzo scientifico) di Siracusa. Venti gli alunni che hanno raccolto le storie dei loro amici, che hanno scritto, curato la parte dell’editing, della correzione di bozze, la grafica, l’impaginazione, il marketing, la comunicazione e l’organizzazione di eventi per promuovere il proprio lavoro. Il tutto sotto lo sguardo attento dei tutor esterni della casa editrice Gemma Edizioni. 

La Legge n. 107/2015 ha ribadito l’importanza di affiancare al sapere il saper fare, intensificando i rapporti della scuola con il territorio, con il mondo produttivo e dei servizi, così da acquisire competenze necessarie nel mondo del lavoro, imparando anche determinati requisiti, come rispettare termini, le scadenze, date di consegna,  lavorare in un team aiutandosi l’un l’altro.

“L’idea progettuale, da cui prende spunto la stesura del libro, si inserisce pienamente nel percorso liceale, dal momento che l’alternanza scuola-lavoro non costituisce solo un percorso formativo, ma una nuova metodologia didattica che si realizza all’interno dei percorsi di studio curriculari e si propone lo stesso obiettivo formativo dei percorsi ordinari. L’obiettivo del progetto – ha spiegato la professoressa Maria Grazia Guagenti -era quello di affrontare l’esperienza dell’Alternanza scuola-lavoro con le finalità di allargare e qualificare l’offerta formativa, offrire agli allievi un’esperienza in grado di potenziare conoscenze, capacità e competenze che interessano in particolare l’approccio sistemico nella lettura di contesti educativi, la capacità di analisi, l’utilizzo di codici comunicativi diversi, la capacità di interazione e di documentazione del proprio lavoro. La loro risposta, inizialmente molto insicura, si è rivelata dopo poco tempo piena di entusiasmo e voglia di lavorare. Il progetto- continua- ha avuto una forte valenza educativa con il compito di formare un soggetto orientato verso il futuro; per questo abbiamo già idee in cantiere per il prossimo anno scolastico e continueremo senza dubbio l'attività intrapresa rinnovandola per certi aspetti”.

Un’avventura ricca, complessa e forse complicata, sia dal punto di vista di nuovi step che gli studenti non conoscevano precedentemente, sia dal punto di vista psicologico, sentendo pressione e capendo che non è facile parlare di se stessi. Abbiamo fatto qualche domanda a Chiara Rizzo, la quale si è fatta portavoce dei propri compagni di classe.

Cara Chiara, ci racconti l’esperienza di scrittura di “Ti vivo in un mondo che so solo io”? Da quanto tempo ci lavorate tu e i tuoi compagni di scuola?

Quest’anno, frequentando il terzo superiore, anche noi siamo stati coinvolti nel programma di alternanza scuola-lavoro. Il nostro è stato un percorso iniziato a fine dicembre 2016, quando abbiamo partecipato alla prima videoconferenza con la casa editrice, occasione in cui ci è stato spiegato l’attività da svolgere. Da quel momento abbiamo intrapreso questo percorso, caratterizzato da un continuo confronto, iniziato fin da subito per scegliere come dividere e organizzare il tutto. L’esperienza, affrontata da noi e tante altre classi in tutta Italia, prevedeva la raccolta di una serie di racconti all’interno del nostro istituto, racconti che avremmo dovuto correggere ed impaginare. In aggiunta, ci saremmo dovuti occupare della copertina e della vendita del nostro elaborato finale, il libro “Ti vivo in un mondo che so solo io”. Un po’ inconsapevoli di cosa avrebbe significato, però, abbiamo intrapreso un percorso differente: siamo stati gli unici fino ad ora, infatti, ad aver inserito nel proprio volume “Selfie di noi” un vero e proprio romanzo, per di più scritto da sei ragazzi della classe (insomma un bel lavoro a 12 mani!), affiancato solo in un secondo momento dai racconti raccolti nella scuola.

Nonostante il lavorare in gruppi, l’esperienza è stata naturalmente vissuta in modo differente da ciascuno di noi, ma è stata senza dubbio significativa per tutti. Lavorando con gli altri, non sono mancati gli scontri, risolti, però, nel migliore dei modi. Non poche volte siamo stati tentati dal mollare: spesso abbiamo pensato di non essere capaci e non esserne all’altezza, ma c’è sempre stato qualcuno (di noi o dei nostri professori) che ci ha spinti a resistere e ad andare avanti con tenacia, nonostante le difficoltà. Siamo arrivati così, dopo quasi sei mesi di lavoro, alla conclusione del progetto. Lo scorso 5 giugnoabbiamo finalmente toccato con le nostre mani il nostro libro, il NOSTRO libro!!! Lì, in quel momento, siamo stati fieri del lavoro fatto, ma, soprattutto, di aver resistito a tutte le circostanze e/o le persone che hanno reso lo svolgimento di questo percorso lavorativo abbastanza tortuoso.

Il libro parla delle emozioni, delle vicissitudini, pensieri e valori delle nuove generazioni. Quali sono, in base alla tua esperienza? Perché è così difficile la comunicazione con i genitori e con i grandi in generale?

Una volta intrapreso questo percorso, il primo passo era proprio scegliere di cosa parlare e cosa voler trasmettere con i nostri racconti. È stata una di quelle poche volte in cui tutti eravamo d’accordo: senza dubbio avremmo voluto parlare di noi, delle nostre vite ed esperienze, anche se in modo indiretto, mettendo in gioco altri personaggi. Ci siamo accorti che è difficile parlare di sé, soprattutto in un’epoca in cui domina il “modello” e non pochi ragazzi perdono il senso del se stessi. Crediamo che questi valori di cui tanto parliamo oggi non sono più forti rispetto a come erano prima; c’è quasi un vuoto, ognuno ha difficoltà a trovare un’ideale che condivide e in cui si rispecchia e, di conseguenza, questa mancanza si riflette nell’anima di ogni ragazzo. È proprio questa mancanza che ci rende particolarmente vulnerabili (quanti ragazzi si sono suicidati per il gioco della Blue Whale?!?) e finiamo per essere completamente travolti dalle circostanze che viviamo. In alcuni casi, poi, i ragazzi di oggi sono molto insicuri, c’è chi ha addirittura paura di dire cosa realmente prova e si nasconde tutto dietro lo schermo di un cellulare. Il tipico adolescente contemporaneo tende ad avere difficoltà nel comunicare con qualcuno che non sia il classico “amico”. Credo non si possa dire che i ragazzi di oggi in assoluto non parlano di se stessi con gli adulti, anzi, molti lo fanno, ma delle volte queste persone non sono i propri genitori: spesso si ha paura di non essere capiti o addirittura si teme un giudizio di chi, invece, tiene a noi più di chiunque altro. Altri, invece, sentono il bisogno di sentirsi “grandi”, di sfuggire dal “controllo” dei genitori; in altri casi ancora, l’adolescente sente il bisogno di fare le proprie esperienze, da solo, sbattendo contro il muro tutte le volte che è necessario e imparando a rialzarsi da solo. Non in pochi casi gli adulti tendono a sottovalutare i problemi dei giovani, ritenendoli non importanti e banali (la tipica frase “Ma cosa vuoi che sia! Sapessi i miei problemi!”). Forse delle volte sfugge che ogni problema va contestualizzato e una cosa che ad un adulto può apparire “stupida”, per un ragazzo non lo è.

Che significa per te questo titolo scelto? Quali sensazioni ti suscita?

Il giorno in cui abbiamo iniziato a pensare al titolo c’era il professore di filosofia in classe. Abbiamo chiesto aiuto a lui, ma non trovavamo nulla che ci rendesse soddisfatti. Poi, parlando, dicendo un po’ di cavolate, provando a dire le prime cose che avevamo in mente, è nata la bozza di quello che poi sarebbe diventato il nostro titolo. Alcune persone avevano detto queste parole singolarmente e poi le abbiamo messe insieme. “Ti vivo in un mondo che so solo io”. La parola mondo indica un nostro modo di vivere, addirittura si parla, poeticamente, di vivere una persona, il rapporto con questa persona. Il titolo è molto forte per noi, per noi ragazzi che cerchiamo di fare tutto in modo nostro, a volte per fuggire dalle regole imposte da altri, altre volte perché vogliamo semplicemente differenziarci. E poi... “Che so solo io” ... Beh, di questo non posso svelare nulla, il romanzo contiene una sorpresa, la spiegazione di questo personale modo di concepire il rapporto con un altro, ma per scoprirlo è necessario leggerlo!

Una curiosità: qual è il lavoro che vorresti fare in futuro?

Fino ad ora mi sono fatta portavoce di tutta la mia classe, ma ora diventa difficile. Posso dirti che quest’esperienza ha aiutato alcuni di noi a iniziare a capire meglio qualcosa di sé, specialmente per chi ha la passione per la scrittura e ha spesso manifestato il desiderio di voler scrivere qualcosa. Ecco, abbiamo capito cosa c’è dietro ogni singolo libro. Per il resto, la maggior parte di noi ancora non sa cosa vuole dalla nostra vita. Come dicevamo prima, i ragazzi di oggi vivono nell’insicurezza. Anche in questo. Per un ragazzo che ha vari interessi è difficile a 17 anni fare una selezione e sceglierne uno. Con il tempo ognuno di noi avrà le proprie risposte. Anche io sono tra questi. Sinceramente non so il lavoro che vorrei fare in futuro.

Scrittori: Edoardo Campo, Elisa Cavazzuti, Francesco Cro, Bianca Ferrarini, Miriana Massei, Alessia Salvo, Alida Presti.

Editor e Correttori di bozze: Chiara De Mattheis, Cristina Russo, Desirè Russo.

Impaginazione: Giordana Brancato, Chiara Carpinteri, Federica Fiorentino, Giulia Tutino.

Grafica: Marco Battiato, Mirco Parisi, Carlo Santagati.

Settore Marketing: Angelo Cimino, Annalisa Gurrieri, Simona Lago, Chiara Rizzo.

Alessandra Leone

 

 

Giordana Faggiano: io e la mia Antigone

Per lei recitare è qualcosa di salvifico, di necessario, quasi vitale; in tal modo può mettere al servizio del personaggio interpretato ciò che è suo e che la caratterizza. Così è (se vi pare) per Giordana Faggiano, giovanissima attrice di soli 21 anni, che sta ricoprendo con grande successo al teatro greco di Siracusa il ruolo di Antigone ne “Le Fenicie”. Un personaggio di certo non semplice, ma questa è anche una sfida, una botta di adrenalina, un’esperienza forte che si porterà sempre dentro di sè, svolgendosi tra l’altro in un teatro risalente al V secolo a.C. ricchissimo di storia e arte.

L’amore per il proprio mestiere l’ha scoperto quando era molto piccola ed è stata sostenuta dalla famiglia fin da subito, come ha tenuto a sottolineare. Nell’intervista rilasciata a Notabilis, Giordana è un fiume in piena e parla di molteplici argomenti: delle sue esperienze lavorative passate e future, del bisogno quasi fisico di interpretare ruoli che la affascinano, della difficoltà di essere attore, ma anche della Giodana donna, con i suoi sogni, la sua grinta, le sue paure e insicurezze. Si capisce subito che è una ragazza che mette l’anima in ciò che fa, lottando in ogni maniera per ciò in cui crede; è istintiva e passionale, un po’ ribelle come i suoi riccioli, ma anche fragile e sensibile. D’altronde scagli la prima pietra chi di voi non è caratterialmente un minimo contraddittorio, miei cari lettori (e non barate!).

Cara Giordana, tu sei giovanissima, ma hai già un curriculum importante: ti sei diplomata al Teatro Stabile di Genova e hai avuto diverse esperienze significative nel teatro, in film e in televisione. Quest’anno al Teatro greco di Siracusa sarai Antigone nelle “Fenicie” di Euripide, con la regia di Valerio Binasco. Cosa significa per te avere questo ruolo in uno scenario così particolare e unico?  

Quando mi è stato proposto questo ruolo da Valerio Binasco ho avuto una forte crisi: avrei dovuto lasciare due lavori grossi a Roma, di cui uno con tournéenel 2018 , e per due giorni prima di dare la conferma ho riflettuto parecchio se accettare o meno la proposta fattami da Valerio. Devo essere sincera… non conoscevo benissimo la realtà del Festival di Siracusa se non di fama e quindi prima di dire sì o no mi sono un po’ documentata, chiedendo pareri a persone di cui mi fido. Poi mi sono accorta che avevo già inconsciamente deciso di farlo. Non capita spesso di interpretare Antigone all'interno al teatro greco, e soprattutto non a 21 anni! Quando ho deciso di accettare sono subentrate tutte le paure e le incertezze che una ragazza della mia età può avere, ma ero curiosa di quella grande avventura che avrei fatto e che non vedevo l'ora di iniziare. Sono sempre più convinta della mia scelta: sono da tre mesi a Siracusa, lontana da tutta quella frenesia che si respira nella città in cui vivo, Roma; tre mesi in cui la propria energia viene incanalata per fare realmente il mestiere dell'attore, senza distrazioni o quasi. Tre mesi, per quanto mi riguarda, di isolamento dalla realtà quotidiana. Per non parlare poi dell'emozione del primo giorno di prova in teatro, quando ancora la scenografia non c'è e quando l'unica cosa da fare è abbandonarsi alla "completezza di uno spazio così vuoto"… È davvero una sensazione unica e indescrivibile quella che sto provando. Credo che chi non l'abbia vissuta, a stento possa comprendere quello che davvero può regalare un'esperienza del genere. Per questo mi ritengo davvero tanto fortunata.

 

Cosa significa per te essere attrice? Cosa ti piace di questo lavoro? Quale l’aspetto che ti è sempre piaciuto?

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Bella domanda! Partirei da quello che disse James Dean: "Capire il completo significato della vita è compito dell’attore; interpretarla il suo problema; esprimerla la sua missione. Essere un attore è la cosa più solitaria del mondo. Sei completamente da solo con la tua concentrazione e con la tua immaginazione, e quello è tutto ciò che hai". Per me recitare è questo: portare concentrazione e immaginazione al servizio di qualcosa lontana da noi stessi, ma al tempo stesso farlo partendo da noi stessi. È difficile per me esprimere questo concetto per iscritto, ma ci sto provando. Ognuno di noi, credo , ha le proprie paure, insicurezze, pregi e difetti… L’unica arte in cui si può attingere concretamente da tutte queste "sfaccettature di anima" senza essere giudicati è proprio la recitazione. È davvero una cosa salvifica per me; recitando posso portare tutto quello che mi appartiene (che sia un qualcosa di negativo o positivo) e metterlo al servizio del personaggio. Recitare per me è un bisogno, quando non lo faccio sto male, mi manca l'aria. 

A parte il lavoro sul personaggio e dell'attore, quello che amo di più è l'aria che si respira, il clima che si crea quando si recita con attori che non sono nè istrioni nè gigioni, ma esseri umani, i quali portano in scena la propria umanità, così come mi sta capitando in questo spettacolo. Quando si inizia un bel progetto è sempre bellissimo, quando il primo giorno si fa la lettura a tavolino, poi si inizia a togliere il copione e andare "in piedi", pianopiano, quasi senza accorgersene, lo spettacolo prende forma... è un attimo e ti ritrovi a dire "sembra ieri che facevamo la lettura atavolino e oggi siamo qui, che domani debuttiamo!”. Quando poi si arriva alla fine di tutto, ad esempio per l'ultima replica, c'è sempre una malinconia che mi porto poi dietro per una settimana e anche più, in cui soffro come se mi avesse abbandonato una persona cara... meglio non pensarci però… manca ancora tempo!

 

Ci parli della tua Antigone? Cosa ti affascina di questo personaggio? Quanto ti ci rispecchi?

Questa Antigone in particolare non è un’Antigone come tutte le altre: dall'inizio alla fine della tragedia ha un cambiamento netto; inizialmente è una ragazzina innocente, entusiasta del mondo, la quale sente la paura del destino che toccherà lei e alle persone a lei care, ma che non si è ancora concretizzata in una consapevolezza reale. Questo avverrà solo alla fine, nello scontro con suo zio Creonte per la sepoltura del fratello Polinice e per difendere suo padre Edipo, scacciato dal Paese. Proprio qui nasce la vera eroina: qui la ragazzina, ormai rimasta sola, decide di non abbandonarsi più ai lamenti e si ribella, anche se invano, al destino impostogli dagli dei, dalla città, da Creonte e da Eteocle. Non sfuggirà al destino, ma lo combatterà fino alla fine; non sarà più l’innocente come era all'inizio della tragedia, ma una donna con una grande consapevolezza di ciò che le sta accadendo intorno. Mi ci rispecchio molto in questa Antigone, perché alterno momenti in cui sono sperduta e innocente e in cui vedo il mondo come una bambina, in cui ho voglia di dormire con la mia mamma, a momenti di maggiore indipendenza, in quanto da quando ho dieci anni viaggio e vivo da sola per via del teatro, attingendo quindi molto da quella che è la mia esperienza di vita. Questo non vuol dire che sia un personaggio facile per me, anzi… Paradossalmente è un po’ il contrario: è facile tirare fuori alcune caratteristiche di Antigone proprio perché mi sono vicine , ma il problema è poi saperle gestire affinché non prendano il sopravvento sulla mia sanità "psichica" (diciamo così) al di fuori dello spettacolo. In fondo, però, è proprio questo il bello.

 

Sensazioni, insegnamenti ed esempi che ti sta dando tale esperienza e che terrai sempre nel cuore…

La pazienza, il saper aspettare (cosa che non sono ancora riuscita ad ottenere, ma ci sto lavorando), l'ascolto, l'essere sempre pronta a venire incontro cambiando le cose in modo differente rispetto a come me le ero immaginate, l'essere uniti e mai soli (inteso come "solisti"). Tutto questo non potrebbe essere possibile se al mio fianco non avessi delle persone che, oltre che ad essere attori straordinari, sono dei veri e propri compagni. Ancora è presto per poter realmente dire cosa mi porterò nel cuore di questa esperienza. Potró dirlo con esattezza il 25 giugno.

 

In occasione della conferenza stampa all’Inda, hai raccontato che è stato quasi un caso e un insieme di strane coincidenze a farti ricoprire il ruolo della figlia di Edipo, sorella di Eteocle e Polinice. Come mai? Ti va di parlarcene?

Sono tante le affinità tra la mia storia e quella di Antigone e tante le coincidenze… Anche io ho due fratellie il mio rapporto con loro è sempre stato molto particolare: ci siamo sempre stuzzicati molto e il più delle volte, anche se piccolini, arrivavamo ben presto a strapparci capelli e a darci graffi e morsi! Tutto nella norma, almeno per noi,che, anche se finivamo sempre alle mani, ci volevamo molto bene ed eravamo indivisibili. Crescendo sono subentrate tante dinamiche familiari di cui non parlerò, ma che hanno sicuramente cambiato qualcosa… Anche io ho il mio Polinice e il mio Eteocle, se così si può dire. Ho un fratello piu piccolo di me di tre anni che non vedo mai perché non vive più a casa, da quando si è trasferito per giocare a calcio nel Bari. Non voglio trovare le stesse caratteristiche, però è un po’ il mio Polinice: lontano da casa da tanto tempo, non torna quasi mai, ma quando torna per me è sempre una festa, anche se lui non lo sa perché mi vergogno a dirglielo (ps. spero proprio, cara Giordana, che tuo fratello legga questa intervista, così lo saprà!); ho anche il mio Eteocle, l'altro mio fratello, più piccolo di me di un anno e con il quale c'è sempre stato un rapporto più di "odio" che d'amore, di continuo scontro; parecchie volte siamo arrivati quasi a non salutarci o non parlarci, ma da quando sono partita a Roma mi sto riavvicinando. Sarebbe stupido dire che amo un fratello sì  e l'altro no, perché non sarebbe vero: amo tutti e due allo stesso modo, però è inevitabile che molte dinamiche instaurate tra di noi (per via delle diverse fasi adolescenziali attraversate) mi ricordino a tratti quelle che Antigone ha con Eteocle e Polinice. Ma grazie a Dio la mia storia non andrà a finire come quella di Antigone , spero!

 

Com’è stato lavorare accanto a un’attrice come Isa Danieli e collaborare nuovamente con Valerio Binasco, dopo l’esperienza nel 2016 ne “La cucina”?

Isa è fantastica. Quando si lavora con dei giganti del teatro italiano non si sa mai cosa aspettarsi, nel senso che sono giustamente dei veri e propri divi e possono pretendere molta attenzione da parte del regista; ciò che mi ha colpito di Isa sono la sua umiltà e la suaapertura rispetto alle proposte che le venivano suggerite da Valerio. Valerio è un regista che mette tutti gli attori a pari livello, trattandoli allo stesso modo a prescindere dal nome, ed è stato interessante ed educativo per me vedere come un'attrice del calibro di Isa Danieli abbia accettato con grande apertura ciò. 

Com'è stato rilavorare con Valerio? Cinque anni fa vidi un suo spettacolo e il mio sogno nel cassetto da quel giorno è sempre stato quello di essere diretta da lui. Ricordo che rimasi affascinata da come gli attori della sua compagnia fossero liberi e pieni di una forza che sempre più raramente si vede in teatro e di come anche i piccoli ruoli potessero diventare i veri protagonisti dello spettacolo. Quando si è presentata l'occasione de "La cucina" non ci potevo credere… finalmente il mio sogno si era avverato! Un’esperienza unica: era uno spettacolo davvero molto difficile, in cui si trattava di orchestrare venticinque attori che si muovevano senza fermarsi da una parte all’altra del palco e ogni personaggio raccontava la propria storia, anche con dieci battute a disposizione. Finita “La cucina" il mio sogno è diventato realtà, ma non sapevo ancora che avrei lavorato su un personaggio come Antigone con il mio regista preferito. Lì non era più un sogno che si avverava, ma era proprio un sogno! Il lavoro attuato da Valerio Binasco sull'attore è molto raro e prezioso, come la dedizione messa per non fare sentire mai solo l'attore. Mi ritengo molto fortunata. Ho 21 anni e sto facendo un qualcosa che vaal di là dei miei desideri, perché li supera con il mio regista preferito. Un po’come sono gli eroi quando si è piccoli, per me questo è Valerio Binasco.

 

Progetti per il futuro

Finito lo spettacolo, inizierò le prove del “Re Lear” con la regia di Giorgio Barberio Corsetti, con Ennio Fantastichini al teatro di Roma (all'interno del quale ci sarà anche Michele di Mauro, il Creonte ne "Le Fenicie", e sono contentissima perché mi sono davvero trovata bene con luie sono entusiasta di iniziare un'altra avventura insieme). Debutteremo a Gennaio e poi lo porteremo in tournée; inoltre, molto probabilmente, si riprenderà anche una piccola tournee de "La cucina".

 

A chi ti senti, oggi, di dire grazie?

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Ai miei genitori, i quali mi hanno sempre sostenuta e appoggiata nel mio lavoro da quando ho sei anni. Sono molto fortunata, perché nonostante le difficoltà economiche incontrate non si sono mai risparmiati e mi hanno sempre permesso di formarmi e di studiare; senza di loro sarebbe stato tutto troppo difficile. Sono sempre stati presenti in questa mia scelta, ma non mi hanno mai spinto nè pressato nel prendere la strada della recitazione; mi hanno sempre lasciato totale libertà senza forzature. Molte volte vengo inghiottita dal lavoro e spesso non ci sentiamo per giorni, ma loro capiscono ed è per questo che gli sono grata. Sono molto giovane, ma è davvero un sollievo potergli dire che finalmente posso quasi mantenermi da sola, almeno per i prossimi mesi ed è già qualcosa. Hanno fatto tanti sacrifici per me e per i miei fratelli e credo che vedermi felice e in qualche modo realizzata sia per loro una gran bella soddisfazione.

 

 

Alessandra Leone

 

 

A tu per tu con Italia per l’estate in musica di Siracusa

Si avvicina la calda estate e con essa numerosi appuntamenti e spettacoli. Al teatro greco di Siracusa, oltre  naturalmente alle rappresentazioni classiche che quest’anno, in occasione dei 2750 anni dalla fondazione della città archimedea, dureranno più a lungo, si svolgeranno la Carmen, la Cavalleria Rusticana, i Carmina Burana, i Galà lirici e non solo. 
Ne abbiamo parlato con Francesco Italia, vicesindaco della città archimedea, per farci dire qualche altro dettaglio.


Gentilissimo, cosa significa per lei essere vicesindaco di Siracusa, una città così ricca di storia che quest’anno ha spento la sua 2750 candelina dalla sua fondazione?

È un grandissimo onore e al tempo stesso un ruolo di responsabilità, che richiede umiltà e spirito di servizio. La storia millenaria di Siracusa rende il compito di chi l'amministra ancora più delicato e in qualche modo esige una dedizione speciale.

Qual è la sua posizione riguardo agli spettacoli al teatro greco della città archimedea? Favorevole o contrario?

Poche volte riflettiamo su quanto sia straordinario poter godere, ancora ai giorni nostri, di questo luogo prezioso, testimonianza e simbolo della storia e della cultura della nostra città. Proprio per questo gli spettacoli al teatro greco dovrebbero, a mio giudizio, rispettarne la sacralità. Non certo, come ritiene qualcuno, sulla base del genere rappresentato, ma dopo una valutazione sull'assenza di pregiudizio nella tutela del teatro e della qualità intrinseca della rappresentazione. 
Un'opera lirica mediocre non è certo più "adatta al teatro" di un concerto pop di grande livello. L'idea stessa che esista un pregiudizio su alcuni generi artistici indipendentemente dalla qualità dell'evento mi sembra assurda e incomprensibile. 

Si dice che, oltre al Mythos opera festival di cui si ha la certezza, quest’estate forse terrà un concerto il gruppo musicale “Il volo”, gruppo di fama mondiale, primi artisti italiani ad aver firmato un contratto diretto con una major statunitense, la Geffen. Cosa dice a riguardo? 

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Non ho nulla da eccepire, anzi sono felice che quest'anno, a differenza dell'anno scorso, la stagione al teatro greco sarà ricca e articolata. Mi piacerebbe solo conoscere le modalità di concessione del teatro ed i criteri di selezione degli spettacoli. Chi decide questo sì, questo no? Chi prenota lo spazio per primo, se lo aggiudica? Chi può fare richiesta? Quando?
 
Tra i numerosi eventi organizzati per i 2750 anni, cosa consiglierebbe a un turista di non perdere?

Certamente la mostra "La Porta dei Sacerdoti", che il Comune ospita a Montevergini fino al mese di novembre: un evento di respiro internazionale con alcuni reperti inediti e per la prima volta in Sicilia, grazie ad un protocollo d'intesa tra la direzione del Museo Reale di Arte e di Storia di Bruxelles, l'Istituto europeo del restauro e il Comune di Siracusa.
Oltre al valore dei reperti - tra cui sarcofagi, maschere e una mummia - ciò che rende straordinaria la mostra è un tunnel di restauro lungo 15 metri, all'interno del quale un team internazionale di giovani restauratori lavora dal vivo sui sarcofagi attraverso l'uso di tecnologie e strumenti all'avanguardia. Ciò a dimostrare come si possa fare contemporaneamente cultura e tutela, ma allo stesso tempo innovare, estendendo le possibilità di fruizione al grande pubblico.

Quali sono, a suo parere, le priorità e i cambiamenti necessari per Siracusa?

Al di là delle problematiche quotidiane che proviamo ad affrontare in condizioni difficilissime - marginalità e indigenza, servizi e qualità della vita, trasporti ecc - io ritengo che Siracusa debba recuperare consapevolezza, amor proprio e capacità di fare squadra. Troppe volte ho notato in alcuni cittadini una sorta di compiacimento nel disprezzare la nostra città, nel trasformare ogni problema in una tara atavica. Abbiamo diversi problemi, sarebbe assurdo negarlo, ma abbiamo anche un patrimonio di persone, di intelligenze e di capacità che se riuscissimo a mettere a sistema e trasformare in azione, potrebbe davvero determinare una svolta. Se cresciamo come individui, non delegando ma sentendo in prima persona la nostra responsabilità all'interno della comunità, la fiducia, la consapevolezza, la voglia di scommettere sul nostro futuro arriveranno di conseguenza.
Celebrare i 2750 anni dalla fondazione non serve di certo a realizzare qualche evento in più, ma a trasformare questo nostro prezioso bagaglio di storia e cultura in un'opportunità per ricordarci chi siamo e capire davvero, insieme, la direzione che vogliamo intraprendere.
 
 

“In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”. E poi… “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria”. Così scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il gattopardo”, romanzo pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore. Stanno ancora così le cose?

Per molti versi è ancora così. Ma sbagliamo se pensiamo che si tratti di difetti congeniti o di un destino ineluttabile. Faremmo torto a tutti quei siciliani che, più o meno silenziosamente oggi come in passato, con gesti grandi e piccoli, rendono onore alla nostra terra e combattono ogni giorno per trasformarla.

Alessandra Leone

Katerina Papatheu: la mia Grecia, i miei ragazzi

Uno stile elegante, raffinato, magari serioso e austero, a volte, ma solo a volte, sorridenti. Ho sempre visto così molti (ma non tutti) professori universitari: lontani dai propri studenti anni luce, come se vivessero in un mondo parallelo pieno di libri, di quadri, con sottofondo di musica classica, gustando cibi raffinati e costosi; un mondo in cui all’entrata c’è un bel divieto di accesso per i comuni mortali, abitato naturalmente solo da loro, dagli assistenti, da ricercatori, da grandi intellettuali e artisti. Ok… Forse esagero e di certo ho parecchia fantasia, ma chi sono quegli studenti universitari che sentono vicini i propri professori e che li vedono come “maestri di vita”? È consentito offrirgli un caffè mentre si parla di attualità, di arte, di letteratura, o è severamente vietato? Attenzione però! Questo non significa essere amici del professore, dargli il cinque, avere un aiuto all’esame o cose del genere. No! Il discorso è un altro… È sacrosanto che ciascuno ricopra il proprio ruolo con serietà nella società: i professori debbono fare i professori e gli alunni gli alunni; è logico che i professori debbano pretendere il massimo, dando insegnamenti nella loro materia, andando possibilmente oltre alle sterili nozioni da libro o da internet, ma trasmettendo curiosità e sensibilità. In effetti, se aumentasse la stima verso la persona, e non solo verso il ruolo che ricopre, non è forse vero che si farebbe di tutto per non deluderla, dando sempre il meglio di sé? Sbaglio? Come dicevo, poi ci sono le eccezioni. Katerina Papatheu, ad esempio, lo è: ricercatrice di Lingua e Letteratura neogreca alla facoltà di Lettere dell’Università degli studi di Catania, ti travolge con il suo modo di fare, con il suo essere semplice e un po’ alternativa e in controtendenza rispetto alla figura del professore universitario che si ha solitamente nell’immaginario, ti affascina mentre parla, con le sue lezioni, i suoi insegnamenti e laboratori. Si illumina quando parla della “sua” Grecia, che non molla mai e combatte continuamente per migliorare, e dei “suoi” ragazzi del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania. Forse allora non è vero che i giovani di oggi sono “bamboccioni”, ma hanno semplicemente bisogno di chi gli indichi la strada giusta e di chi getta un piccolo seme, quegli input necessari. Poi, magari, perché no, diventeranno in futuro proprio loro quelle guide per altri giovani, o comunque porteranno sempre nella propria valigia quegli insegnamenti. Questo è il cosiddetto “cerchio della vita”, concetto molto presente nella saga del cartone animato “Il re leone”, specialmente nella canzone “Circle of life”, composta da Elthon John e Tim Rice. In fondo, “è una giostra che va questa vita che gira insieme a noi e non si ferma mai… e ogni vita lo sa che rinascerà in un fiore che fine non ha”. La professoressa Papatheu ha sparso, e continua a spargere, tanti semi nei suoi insegnamenti e nei suoi laboratori, oltre alla grande preparazione e all’amore verso ciò che fa. Nell’ultimo laboratorio, voluto proprio dai suoi studenti come lei stessa ci ha raccontato, si è affrontato il tema dell’immigrazione/emigrazione, tra lezioni, testimonianze, film, trailers e documentari.

Gentilissima, ci racconti un po’ di te? Com’eri da piccola? Cosa ti piaceva e cosa ti colpiva?

Ero una bimba molto timida e silenziosa. Mia madre è sordomuta, una profuga di guerra che ha vissuto il campo di prigionia in Africa come molti italiani; mi ha insegnato il valore del silenzio, degli sguardi e soprattutto mi ha insegnato a non avere timore dei dolori e della solitudine e a pensare. Anche le mie compagne di scuola elementare la adoravano: sembrava Grace Kelly. Una donna bellissima, alta, bionda, occhi verdi, sempre elegantissima. Mi ha insegnato anche a disegnare: mi piaceva molto disegnare con lei le mie personali illustrazioni alle favole che mi faceva leggere; con lei ho visto mille volte tutti i cartoni Disney al cinema. Mio padre, un eroe della Resistenza greca da ragazzino e un ortodosso come me e anche il mio eroe, mi ha insegnato a combattere fino allo stremo per i miei ideali e contro le ingiustizie, la solidarietà, la sincerità e la lealtà, la tolleranza verso ogni fede e razza; mi ha insegnato ad ascoltare la musica - classica, jazz, rock ma anche di autori come De Andrè o Bowie - come fosse la voce del mondo e dell’anima; mi ha insegnato a leggere per insegnarmi a riflettere. A soli 13 anni mi regalò Dostoevskij. Mi colpiva la curiosità dei miei genitori e anche oggi, che hanno passato di molto gli 80 anni, si sono rivolti agli smartphone, ai tablet, ai PC. Che cosa mi piaceva? Tutto quello che ho imparato da loro mi piaceva e mi piace ancora, soprattutto sognare ad occhi aperti, specialmente in ambedue le lingue che sono mie fin da piccola. E mi piaceva moltissimo prendere la nave per tornare in Grecia per molti mesi ogni anno e la sensazione di potere decidere, giorno per giorno, che lingua parlare, che identità avere.

Quando è nata la tua passione per la letteratura neogreca e quando hai capito che la tua strada era quella dell’insegnamento, trasmettendo ai ragazzi l’amore per la cultura e l’importanza del passato?

All’università la materia fu ovviamente una scelta quasi obbligata. Allora ero anche col permesso di soggiorno: sono diventata cittadina italiana verso i 20 anni. Crescendo mi sentivo sempre più estranea all’Italia e volevo sapere di più sulla Grecia. Ho avuto la fortuna di avere un docente eccezionale, il prof. Spadaro; lui voleva che rimanessi all’università, ma allora rinunciai perché il mio unico obiettivo dopo la laurea era quello di vivere per sempre in Grecia, dove mi sentivo più libera, più a mio agio, più vicina al mio modo di essere. Alla fine me ne andai 3 giorni dopo l’ultima materia e ritornai a Catania solo per la sessione di laurea un anno dopo. Sapevo già, oltre all’italiano, al greco e all’inglese, il francese e russo, e avevo in tasca un diploma di interprete e traduttore. Così trovai una settimana dopo il mio arrivo ad Atene un lavoro. Anzi ebbi più proposte di lavoro e alla fine scelsi una scuola di lingue straniere. Lavoravo 10 ore al giorno, ma da venerdì a domenica ero libera e pian piano il mio stipendio cresceva sempre più; lì conobbi persone straordinarie, editori, critici d’arte, scrittori, musicisti, attori di teatro, ma anche personaggi incredibili come Altan e Echaurren. Ho curato anche una mostra con Bonito Oliva. Insomma una dimensione allora straordinaria. Mi sentivo dentro le pagine della letteratura, perché conoscevo chi scriveva o pubblicava quelle pagine, ma anche di un fumetto, perché nel frattempo ero diventata un po’ punk rock, con chiodo nero e capelli un mese verdi, un mese blu, un mese fucsia e così via, cucivo campanellini nelle calze, mettevo finti nidi sui cappelli. Non avevo lo stile della prof., certamente, ma forse questo mi ha avvicinato di più ai miei studenti che mi guardavano incuriositi. Insegnare mi piaceva molto, ma ho cominciato anche a desiderare di imparare ancora e non era mai abbastanza. Musica, arte, storia, letteratura, ma anche, appunto, fumetti, che da allora cominciarono ad appassionarmi molto, da Andrea Pazienza agli eroi Marvel e a Topolino. Poi inaspettatamente vinsi con un concorso, cui partecipai solo per avere l’abilitazione, la cattedra di una scuola in Italia. Decisi di tornare. Il posto fisso ha il suo fascino indiscutibile. Le prime scuole dove andai erano scuole di frontiera, in provincia: è stata dura, molto dura, sia perché mi sentivo strappata dalla terra dove avevo sempre voluto vivere, sia per il tipo di studenti che avevo, ma quasi subito ho imparato ad amare sempre di più quei ragazzi. Da loro ho imparato tutto: non lamentarmi mai, sentire di avere tanto, spesso troppo. E l’insegnamento diventò quasi una missione per me, una vocazione vera e propria. Poi un giorno andai a ritrovare il prof. Spadaro, e da lì riemerse il primo obiettivo della mia vita: vivere in Grecia, anche se stavolta attraverso lo studio. Lui era straordinario: si commuoveva quando leggeva un testo di letteratura ed era sempre allegro, rideva forte, anche se era molto rigoroso. Poi ci fu un Dottorato e un Post Dottorato in Filologia greca e latina, un master di tre anni ad Atene in Scienze Politiche, e tanto altro. Un giorno lasciai la scuola ed entrai definitamente all’università. Spero davvero di riuscire a trasmettere l’amore per il passato, la memoria, perché senza memoria non abbiamo radici, senza passato non abbiamo presente e non possiamo interrogarci sul futuro. La memoria è la materia di cui è fatta la nostra vita stessa. È l’unica chiave per capire il futuro. E senza futuro non abbiamo vita.

Autore e libro che ti hanno cambiato la vita… Soprattutto due: Dostoevskij e, forse deludo le aspettative, Topolino, di cui non ho mai perso un numero.

Tu sei ricercatrice di Lingua e Letteratura neogreca alla facoltà di Lettere dell’ Università degli studi di Catania. Come vedi i giovani di oggi?

Posso parlare solo dei giovani del nostro Dipartimento perché li conosco meglio. Io li adoro, non potrei vivere senza i miei libri ma anche senza di loro. Sono molto curiosi, propositivi, hanno tantissima voglia di fare, e per la maggior parte di loro insegnare è un sogno, anzi il sogno. È un mestiere duro, con uno stipendio non paragonabile a quello di un medico o di un magistrato, ma è come se fosse il migliore mestiere del mondo. Trovo straordinario, pur in tempi difficili come questi, che si voglia seguire la via del cuore più che quella del profitto. Molti ci sono riusciti e sono professori appassionati. Io sono fiera dei miei studenti. Ci sono certo le eccezioni, ma una minoranza impercettibile. Sono certa che loro, gli studenti del nostro Dipartimento, riusciranno a porre riparo ai nostri sbagli. Sono molto fiduciosa.

Cosa pensi dei metodi di insegnamento italiani, e in particolare catanesi? In un Dipartimento come quello Scienze Umanistiche, non bisognerebbe, oltre studiare materie come il greco e il latino, porre l’attenzione degli studenti anche su questioni di attualità? E poi… La letteratura greca e i Greci, con la loro saggezza, i loro valori ed esempi, non possono essere modelli per l’uomo moderno?

Una domanda difficile. Nel nostro dipartimento ci sono molte materie orientate verso l’attualità: ci sono corsi di storia contemporanea, letteratura contemporanea, ma abbiamo anche corsi in scienze della comunicazione e in scienze della cooperazione internazionale e così via. I corsi esistono e la scelta è vasta. Forse sì, manca un aggancio più diretto alle questioni di attualità. Credo siamo più legati alla teoria che alla pratica. Forse non coinvolgiamo abbastanza gli studenti in attività che non siano il semplice tirocinio; tuttavia credo che materie come il greco, il latino, la storia, la filosofia, siano di per sé attualità. Più che materie sono direi scienze. In genere in Italia manca la consapevolezza che anche settori come la tecnologia hanno bisogno delle conoscenze umanistiche e in particolare lo studio del latino e greco, con le loro complesse strutture culturali ma anche morfologiche, sviluppa non solo l’agilità del pensiero e la padronanza della propria lingua e delle sue capacità espressive - la maggior parte dei termini scientifici sono infatti greci e latini, come “Log in” per esempio o “mouse”, “mega” o “difterite”- ma anche sviluppa lo spirito critico e logico e la concentrazione. Anche nella vita quotidiana, al di fuori del lavoro, non credo sia necessario sapere la fisica quantistica o le equazioni, ma è necessario sapere pensare e sapere concentrarsi e costruire con l’inventiva o la logica soluzioni ai nostri problemi. Non penso sia un caso che molti degli iscritti a un Liceo Classico s’iscrivono in Giurisprudenza e in Medicina: il greco e il latino, ha scritto qualcuno, rappresentano il codice genetico di Europa, rappresentano cioè la nostra identità. Si parla, invece, tanto dell’inutilità delle scienze umanistiche, ma il conflitto tra conoscenze scientifiche e umanistiche è il dispregio per l'essenziale unità della conoscenza - unità che è nodale per l'innovazione economica e tecnologica in ogni Paese. Un medico, un fisico, un ingegnere, e così via, senza cultura umanistica non ha la capacità di discutere, di sfidare se stesso e accettare i termini dell'altro, per sviluppare soluzioni innovative in relazione ai contesti in cui sorge un problema. Il nostro Dipartimento si chiama, infatti, Dipartimento di Scienze Umanistiche e non di Studi umanistici. Come ho detto, dove non c’è memoria o dialogo, non c’è presente, e se non c’è presente non c'è nemmeno futuro. La perdita della memoria è per antonomasia uno stato patologico; si assisterebbe alla contrazione della creatività e all'impoverimento di grandi e nuove forme dell’immaginazione, a favore di un’imitazione reiterata di modelli del passato che è negazione dell’innovazione e principio della discriminazione. Il dialogo delle culture è la forza che mantiene la stabilità sociale, e stabilità sociale significa eliminazione di barriere strutturali come marginalizzazione ed esclusione di un gruppo sociale in base alle opinioni, la razza, il reddito, la lingua, la religione, il sesso, la disabilità, l'orientamento culturale e sessuale, e lo fa attraverso lo sviluppo di strategie dirette a costruire la promozione della creatività, del talento, delle idee libere. Mi chiede dell’esempio greco. Le potrei dire che i Greci ci hanno insegnato la parola democrazia, ma anche teatro, musica, atletica, atomo, la koinè, ossia lingua comune, la tolleranza. Le potrei dire che ci hanno insegnato il valore dell’agorà, quando i cittadini partecipavano alla vita istituzionale, quando oggi invece la vita istituzionale quasi ci annoia e gli approfondimenti sono affidati allo spazio del fake sui social. Oggi l’io è diventato più importante del noi, il che è come dire che i regimi autoritari e personali sono più forti dei regimi democratici. Le potrei dire che la Grecia è la culla di Europa; le potrei dire che una piccola nazione, che solo oggi conta tra la sua popolazione poco più di 10 milioni, è riuscita a sconfiggere l’Impero ottomano e a raggiungere l’indipendenza ben 30 anni prima dell’Italia. Le dirò, invece, che la Grecia si è risollevata dalla crisi economica del primo dopoguerra grazie ai profughi dell’Asia minore, più di un milione di profughi. E oggi Lesbos è candidata al premio Nobel per la Pace per l’accoglienza. Le dirò che la Grecia è diventata la terra di conquista delle imprese italiane, francesi, cinesi, tedesche grazie alle sue infinite risorse e alla posizione geografica. Le dirò che la Grecia, lacerata oggi da una profonda crisi economica e politica, continua a investire nell’energia alternativa, ma anche nella cultura e nei musei perché sa bene che senza rispetto, identità e memoria sprofonderebbe. Non si rassegna, combatte, combatte sempre. Anche contro le ingiuste misure di austerità imposte da politiche che accrescono l’impoverimento e la marginalizzazione, ovvero le anticamere della intolleranza, e che impediscono la ripresa del Paese. La disoccupazione giovanile è arrivata al 48,6%, mentre in Italia, dove nel 2007 arrivava al 19%, sfiora oggi il 40%. L’Europa c’era già nel 2007 e questo vuol dire che non è colpa dell’Europa, ma di alcune politiche europee dannose e inique.

Parlaci dell’ultimo laboratorio che hai organizzato al Dipartimento di Scienze Umanistiche sul fenomeno della immigrazione/emigrazione, della diaspora, dei regimi autoritari e del “mondo globalizzato fatto di muri”…

A dimostrazione di quello ho detto sui giovani, il laboratorio mi è stato chiesto proprio da molti studenti. Lo dico con orgoglio. Oltre al mio, include vari seminari sui diversi aspetti di questo fenomeno. Sono svolti da Stella Kallisperatou, una mia collaboratrice straordinaria e una delle più note copywriter e voice-over in Grecia; dalla mia carissima assistente Maria Rita Mangano, una studiosa di valore, molto sensibile anche a questi temi e dal Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, Olga Nassis, un’antropologa che ha lavorato come esperto al Programma Nazionale di Protezione dei Minori Stranieri non Accompagnati.
Nassis si occupa proprio di antropologia delle migrazioni e mobilità transfrontaliera, di antropologia politica e politiche dell'identità. Last but not least c’è anche il seminario di Cecilia Spampinato, una mia studentessa iscritta a Scienze della Cooperazione Nazionale, la quale sta lavorando a un bel progetto di tesi su cinema e immigrazione. Ho voluto fortemente anche lei, per esserci la prospettiva di una giovane studentessa. Come ho scritto nel programma, il laboratorio intende articolare un percorso che consenta una comprensione critica delle implicazioni culturali della crisi economica e politica e delle sue conseguenze: regimi dittatoriali, migrazioni, intolleranze, “muri” culturali e territoriali, la propaganda politica del mito antico. Fino ad oggi si è parlato di Golden Gate, degli “sbarchi della speranza” come quello italiano e greco alla fine dell’800 e quello albanese nel 1991, della nave Matteo Brazzo, del Ku Klux Klan, del Red Scare, di Sacco e Vanzetti, della caduta di Wall Street e della crisi economica, dei profughi dell’Asia Minore, degli Armeni, della Turchia di Kemal, del “muro” di Cipro, della Corea e di quello che si vuole erigere in Messico. Ma anche, grazie a Nassis, si parla delle reti infrastrutturali europee, i cosiddetti corridoi paneuropei che s'intrecciano con i fili spinati, e della retorica della crisi francese e greca a confronto. Si è discusso della funzione demagogica dell’immagine in senso lato: dalle vignette di Der Stürmer ai film di David Griffith, Tom Ricketts, Harry Knoles e dell’Istituto Luce; si è perfino parlato di figure come Maciste e Tarzan come emblemi sociali; abbiamo anche fatto vedere alcune scene di film, documentari e videoclips su questi temi. Troppi gli argomenti trattati da poterne parlare qui.

Cosa ha spinto una professoressa universitaria, con un curriculum ricchissimo da fare invidia a chiunque, a creare il blog “Grecia di lettere” (http://greciadilettere.blogspot.it/)?

Mah, non so se il mio curriculum fa invidia a chiunque. Spero di no! Sì, ho questo blog e ne ho avuti tanti altri. A dire il vero uso di più ora alcuni gruppi su facebook, perché lì sono senz’altro più seguita. Sto anche rinnovando un canale su Youtube dedicato alla mia disciplina, la lingua e la letteratura greca moderna, disciplina che amo profondamente. Ho la fortuna di essere il coordinatore per la Sicilia orientale del Centro di Lingua Greca, diretto dal Ministero greco dell’Istruzione e da quello degli Esteri; con il prezioso aiuto di Stella Kallisperatou, ma anche di altre preziose collaboratrici che si sono avvicendate del tempo come Nikoleta Rallaki e Caterina Christoforaki, organizziamo per gli studenti del DISUM, divisi in livelli (sei in tutto) ben cento ore ciascuno dedicate al greco. Non hanno CFU, ma solo decine di pagine da studiare ogni giorno, oltre alle interminabili ore. E mi creda non sa quanti chiedono di studiarlo, dal momento che l’inglese è sempre più una componente di istruzione di base e non più un valore aggiuntivo. Anche se l'inglese come “lingua di lavoro” è fondamentale, la lingua minoritaria offre indubbiamente nel mondo del lavoro un ulteriore vantaggio competitivo e strategico - binomio che dovrebbe essere portato all'attenzione dei sistemi di istruzione e di orientamento professionale, in particolare all'interno dell'area generale del Turismo e del Trade & Marketing. E chi, invece, vuole insegnare a scuola o desidera intraprendere un dottorato, il corso servirà a comprendere indubbiamente meglio l’evoluzione della lingua, della letteratura e della storia. Non studiano pertanto solo per passione, ma trovano che il greco sia appunto utile. La mancanza di competenza della lingua greca e il numero esiguo di esperti di lingua greca impedisce di sfruttare al meglio il potenziale di competitività imprenditoriale del territorio, i cui rapporti con la Grecia nella migliore delle ipotesi sono affidati alla lingua inglese. Ma lo sa che cosa penso veramente? Penso che questi studenti siano le sentinelle di ciò che l’Europa dovrebbe essere: una democrazia partecipata, solidale, unita dove la cultura e a tolleranza siano valori universali. “La Grecia viaggia, viaggia sempre”, scriveva Ghiorgos Seferis. E noi viaggiamo con lei come profughi che hanno smarrito la propria terra.

Alessandra Leone

“Plemmirio. Un paradiso perduto”: alla scoperta dei paradisi poco conosciuti

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Maria Gambino e Salvo Sidari sono due giovani siciliani, amanti della propria terra, due sognatori con la testa sulle spalle, genitori del piccolo Alessandro di soli 3 anni e mezzo. Sono due guide turistiche che hanno scommesso sulle proprie passioni, con anni di formazione alle spalle e esperienze (di studio, di viaggio, di lavoro, di vita): lei restauratrice e operatrice negli scavi archeologici, che ha collaborato in passato in maniera occasionale anche con Natura Sicula ; lui insegnante di yoga e appassionato di escursioni, così come la moglie. Insieme hanno creato la “Maalesa excursions” (dalle iniziali dei loro nomi e di loro figlio, che li ha sempre seguiti nelle loro avventure) e sono gli organizzatori di “Plemmirio. Un paradiso fuori porta”, evento che si svolgerà domenica 30 aprile, andando alla scoperta di una delle stupende zone appena fuori la città di Siracusa. Il Plemmirio, infatti, non è solo una grande distesa di mare e chilometri di costa: tutto ci parla e ci racconta di questo luogo e degli uomini che qui hanno vissuto.

“Siamo rimasti stupiti”, ci ha detto telefonicamente Maria Gambino, “delle numerose richieste per l’evento del Plemmirio. Infatti, dopo pochissimi giorni, già si era già raggiunto il numero massimo dei partecipanti, portandoci a organizzare quindi una replica, che si svolgerà il 7 maggio. Oltre all’escursione, ci saranno momenti di lettura di autori che hanno parlato del luogo in cui ci si trova emomenti di yoga trekking, per concentrarsi su di sé entrando in sintonia con l’ambiente circostante e per aiutare a sviluppare una consapevolezza maggiore dei propri movimenti e del respiro. Inoltre- continua Maria- nel mese di maggio organizzeremo un’escursione a Vendicari, mentre a giugno nella riserva naturale Pantalica, Valle d’Anapo”. Lo scopo dei nostri due amici, come è scritto nella loro pagina facebook, è “promuovere la conoscenza e la fruizione del nostro territorio, attraverso la proposta di attività il cui comune denominatore è la natura: escursioni (a piedi, in bici, in barca, ecc.), river trekking, percorsi enogastronomici e tanto altro. La natura, con i suoi infiniti stimoli, è l'ambiente idoneo in cui riscoprire, grandi e piccoli, un senso di meraviglia e serenità”.

 

Programma “Plemmirio. Un paradiso perduto”: 

L’escursione va da punta Castelluccio a punta Tavernara
Ore 8:30 – Appuntamento presso Eni in via Elorina n°95 Siracusa.
Ore 9:00 - Inizio escursione da Punta Castelluccio .
Ore 13:00 - Pranzo al sacco
Ore 15:30 circa - Fine escursione

Lunghezza : circa 6 km
Durata: 5/6 h circa comprensive di soste per spiegazioni e pranzo al sacco.
Difficoltà: Facile – 1/5. Percorso sviluppato interamente su sentiero battuto.

Ulteriori informazioni:

Consigliamo di indossare scarpe da trekking e portare con sè almeno 1,5 litro d’acqua, k-way, cappello e crema solare. 

Costi:

Escursione al Plemmirio: € 7; gratuito per i bambini di età inferiore a 10 anni. I costi includono il servizio di guide accreditate, organizzazione e assicurazione.

Prenotazioni:

Per partecipare all’escursione in programma, occorre prenotare telefonando al numero 3341418874.

Nota bene: 

Le escursioni potranno essere annullate o subire variazioni in caso di avverse condizioni climatiche e/o per eventuali problemi tecnici.

 

Alessandra Leone

“Io Archimede”: importante contributo sul genio siracusano

« Io quand'ero questore scoprii la sua tomba [di Archimede], sconosciuta ai Siracusani, cinta con una siepe da ogni lato e vestita da rovi e spineti, sebbene negassero completamente che esistesse. Tenevo, infatti, alcuni piccoli senari, che avevo sentito essere scritti nel suo sepolcro, i quali dichiaravano che alla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Io, poi, osservando con gl'occhi tutte le cose - c'è, infatti, alle porte Agrigentine una grande abbondanza di sepolcri - volsi l'attenzione ad una colonnetta non molto sporgente in fuori da dei cespugli, sulla quale c'era sopra la figura di una sfera e di un cilindro. E allora dissi subito ai Siracusani - c'erano ora dei principi con me - che io ero testimone di quella stessa cosa che stavo cercando. Mandati dentro con falci, molti ripulirono e aprirono il luogo. Per il quale, dopo che era stato aperto l'accesso, arrivammo alla base posta di fronte. Appariva un epigramma sulle parti posteriori corrose, di brevi righe, quasi dimezzato. Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino».

Così scriveva Cicerone riguardo alla tomba di Archimede, grande matematico, fisico e inventore originario della città aretusea, i cui contributi spaziano dalla geometria all'idrostatica, dall'ottica alla meccanica. Poco si sa sulla sua vita, ricordata attraverso numerosi aneddoti, talvolta di origine incerta, che hanno contribuito a costruire la figura dello scienziato nella mente collettiva. Celebre l’esclamazione hèureka! (εὕρηκα! - ho trovato!), a lui attribuita dopo la scoperta del principio che porta il suo nome. Paradossalmente, nonostante l’enorme importanza, non sono stati molti gli studi fatti a riguardo: pochi i dati certi sulla sua vita. Tutte le fonti concordano sul fatto che fosse siracusano e che sia stato ucciso durante il sacco romano di Siracusa del 212 a.C; secondo Diodoro Siculo ha soggiornato in Egitto e ad Alessandria d'Egitto, stringendo amicizia con il matematico e astronomo Conone. Di certo Archimede fu in contatto con Conone (si evince dal rimpianto per la sua morte presente in alcune sue opere), ma non si sa se effettivamente andò ad Alessandria o semplicemente si mise in contatto con gli eruditi di quella scuola, ai quali inviò alcuni dei propri scritti. Tra tutti questi punti interrogativi e dubbi sull’affascinante figura di Archimede, appare fondamentale il video-libro “Io Archimede” (libro con dvd), edito da Lombardi Editore e Cinecittà 3, il cui autore e regista è il giornalista, regista, autore e sceneggiatore siracusano (ormai da 30 anni romano) Vittorio Muscia e il cui produttore esecutivo e coautore è Giuseppina Mirabella. Il documentario, realizzato con il contributo della Regione Siciliana, disponibile sia in versione italiana sia inglese e che ha ottenuto dal Ministero dei Beni Culturali il riconoscimento di “Opera di Interesse Culturale Nazionale”, viene presentato in anteprima nazionale giovedì 20 aprile alle ore 13.30 al Salone del Libro di Milano, "Tempo di Libri”, nella sala Calibri, Padiglione 2.

È lo stesso Archimede, voce narrante del documentario, interpretato dal doppiatore e attore Rodolfo Bianchi, a raccontare di sé e del Palinsesto, libro in pergamena realizzato, secondo gli studiosi, a Costantinopoli intorno al X secolo, e che riporta tre fondamentali trattati di Archimede: “Il Metodo”, “Lo Stomachion” e “Sui Corpi Galleggianti”. Una curiosa e incredibile storia quella del Palinsesto, di cui per secoli si sono perse le tracce, sepolto in varie biblioteche e conventi del Medio Oriente, per riapparire più volte nel corso di un lunghissimo arco di tempo. Come si era soliti fare nel Medioevo, a Costantinopoli, intorno al 1200, il testo fu cancellato (ma non raschiato) per essere riutilizzato da un monaco, il quale trascrisse sopra delle preghiere greco-ortodosse. Soltanto agli inizi del secolo scorso un filologo danese si accorse, dagli interstizi delle pagine in cui vi erano delle formule matematiche, che si trattava di un testo scientifico, forse proprio di Archimede, lanciando così un primo allarme. Il libro, naturalmente, destò l’interesse degli studiosi. Purtroppo, però, con lo scoppio della prima guerra mondiale e la caduta dell’impero ottomano, si perse nuovamente ogni traccia del libro; alla fine degli anni ’30 ecco che riapparve, ma venne nascosto da un partigiano in una cantina. Di nuovo irrintracciabile… Solo nel 1998 il Palinsesto si mostrò nuovamente e fu acquistato da Christie’s a New York per oltre due milioni di dollari da un anonimo collezionista privato. Infine, dopo la vendita all’asta, il Palinsesto è stato affidato al Walters Art Museum di Baltimora, per un restauro e uno studio durato quasi 14 anni, condotto da un team di esperti guidato dal prof. William Noel.

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Le riprese di “Io Archimede” si sono svolte a New York, Baltimora, Ginevra, Bucarest, Londra, Oxford, Firenze e Siracusa. Lo sguardo del più importante matematico e inventore dell’antichità pone attenzione sulla sua città natale, fondata 2750 anni fa, divagando con la memoria e tornando a luoghi e momenti legati alla sua storia. Il libro, con la prefazione del Soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Siracusa Rosalba Panvini, dà (giustamente) spazio anche al team che ha restaurato e studiato il prezioso codice in pergamena: dal professor William Noel, oggi Direttore del Kislak Center e Schoenberg Institute dell’University of Pennsylvania Libraries, ad Abigail Quandt, del Walters Art Museum; da Roger Easton, del Carlson Center for Imaging Science del Rochester Institute of Technology, a Bill Christens-Barry, della Equipoise Imaging LLC, e Michael B. Toth, presidente della R.B. Toth Associates. Nel documentario, come ci ha detto Vittorio Muscia,“si è voluto sottolineare la modernità del matematico e scienziato, sul quale si è fatto ben poco finora. Mi ricordo quanto mi affascinava la statua di Archimede, realizzata da Giuseppe Villa e posta al liceo scientifico Corbino, che ho frequentato a Siracusa. Sono davvero contento di questo lavoro svolto, apprezzato già da molti: considerate che già l’università di Atene vuole fare la presentazione e la traduzione in greco; il museo Galileo Galilei di Firenze e il Museo della Scienza e Tecnica di Trento stanno organizzando un percorso archimedeo. Spero tra maggio e giugno che riusciamo a promuoverlo tramite Google Play e fare la giusta promozione. Intanto sta riscuotendo un enorme successo il trailer posto sulla nostra pagina facebook. Nel realizzare questo documentario, però- continua Muscia- ho potuto constatare che la figura del più grande matematico dell’antichità è molto più stimata all’estero che in Italia. Basti pensare che il congresso degli Stati Uniti ha stabilito che il 14 marzo è la festa del Pi greco. Inoltre, ben più di trenta città nel mondo hanno il nome di Eureka. Sembrerà strano, ma ancora oggi in Italia non tutti sanno che Archimede era di Siracusa. Spero con tutto il cuore che questo videolibro possa dare il suo piccolo contributo nel divulgare il genio di Archimede, le sue grandi scoperte ma, soprattutto, le sue radici siracusane”. Domanda: è allora vero che “Nessun profeta è bene accetto in patria”? A voi, cari lettori, la risposta.

Alessandra Leone

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