L’amore per Palermo di “Cortile Nostalgia”

Nuovo libro. Nuova città. Palermo.

Le sue vie, i suoi mercati (Ballarò, il Capo), gli odori, il suo dialetto. La sua realtà, i nomi dei suoi abitanti.

In tutto questo i due protagonisti, i giovani Mario e Melina. Giovanissimi oggi, uomo e donna acerbi  che ancora teenagers nella Palermo degli anni ‘60 contraggono il matrimonio, come riscatto, come via di fuga e come unica possibilità di autoaffermazione nel mondo.

La storia di questi due sposi è al centro dell’ultimo romanzo di Giuseppina Torregrossa, “Cortile nostalgia” (Rizzoli). Ed è proprio in questo cortile, originariamente chiamato delle Sette Fate e poi ribattezzato Nostalgia, per la dimensione personale assunta nella mente del giovane, durante la sua permanenza nella città eterna, che prende vita e forma il rapporto tra i due amanti, con la nascita della figlia Maruzza. È la presenza della figlia che costituisce il primo vero legame tra i due, che fino a pochi istanti prima e dopo le nozze erano ancora estranei. E la gamma dei sentimenti si carica di sostanza e si fa azione.  

Questo cortile infatti non è solo animato dalle loro vicende. Altri colori e odori qui prendono forma. Sono quelli della donna che tutti chiamano Mamma Africa, che qualcosa sembra avere in comune con le “sette fate”, durante le prime migrazioni dal Bangladesh, dall’India, dalla Tunisia, dal Marocco che arrivano in Sicilia.  

Con la scrittura asciutta e vivace di Giuseppina Torregrossa, il romanzo manifesta la sua dimensione corale in tutti i suoi 37 capitoli che corrono l’uno dopo l’altro, come le scene di un film.

La lettura non stanca, si poggia su ritmi alterni che entusiasmano chi legge di fronte ad ogni nuova giornata raccontata.

La narrazione non dimentica nessuno, perché il racconto privilegia il bisogno di ciascuno di sentirsi accolto ed essere parte di qualcosa, che si tratti di un affetto o di una comunità o di una città, come la Palermo tanto amata dalla scrittrice.

Consigliamo questo libro a tutti coloro che vogliono abbandonarsi per qualche ora, magari sotto l’ombrellone, ad una lettura snella e coinvolgente che propone una storia curiosa e vivace.

Un libro che conferma ancora una volta lo stile avvincente della dottoressa Torregrossa che anche in questa sua ultima fatica palesa la sua attenzione per il mondo femminile, ‘uccidere una femmina è come estirpare la radice della vita’, confessa il suo protagonista.

 

Daniela Tralongo

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La Ville Lumière di Serena Dandini

Siamo di fronte ad un nuovo viaggio. Anche oggi la città è la Ville Lumière.

Serena Dandini ne scrive ne “Avremo sempre Parigi, passeggiate sentimentali in disordine alfabetico”, (Rizzoli) .

Il libro non è un romanzo. È una proposta di viaggio, uno di quelli che possono essere intrapresi, con libro in mano, per addentrarsi nei meandri della città facendo riferimento alle parole di illustri artisti e scrittori, nonché alle sensazioni personali di cui la stessa autrice ci da notizia. Il tutto viene presentato come una passeggiata vivace: ‘la strada di Montparnasse che una pioniera della Nouvelle Vague ha trasformato in una spiaggia, i bistrot in cui Hamingway e Fitzgerald si confessavano i loro crucci più intimi, i giardini sorti per il capriccio di una regina o l’intuizione di un banchiere filosofo, le nuove vie della streetart’.

E appellandosi proprio a questo bisogno di esplorazione, al significato del viaggio nella sua accezione più genuina e contemporaneamente più rischiosa, il libro è strutturato in capitoli contrassegnati da lettere. Ciascuna lettera è legata a qualcosa che trova riscontro nella cultura parigina, nella sua storia, nella sua geografia o nei personaggi che l’hanno resa celebre.

Così alla voce “D”, si legge della figura dei Dandy, del loro significato autentico, del loro rappresentante massimo Oscar Wilde, degli oggetti e dei costumi che li caratterizzavano; giunti alla “R” invece, tocca a “Rosa Bonheur”, il piccolo ristorante in cima al parco di Buttes-Chaumont che da poco ha aperto una succursale sulla Senna al Port des Invalides.

E tra una fotografia e un’altra, tra un sogno ed un altro – perché è questa la sensazione che si ha leggendo, di visitare quei luoghi, di chiacchierare con quei protagonisti – non mancano le citazioni ad impreziosire la lettura, e gli spazi finali per annotare le sensazioni del proprio viaggio intrapreso.

Adesso a quanti stiano pensando che siamo stati ripetitivi nel voler proporre un altro testo

che ha la capitale francese come protagonista, vi confessiamo che abbiamo pensato di organizzare con questi due volumi (facciamo riferimento a “Quel nome è amore, itinerari di artisti a Parigi”, Luigi La Rosa) un vero e proprio tour, in cui una storia e una città, ciascuna scandagliata per bene, possano condurvi, anche dal proprio divano di casa, a godere di un viaggio sempre attuale.

Con toni freschi, un ritmo veloce, un linguaggio che dialoga attivamente con il lettore, le immagini colorate che fuoriescono come disegni impressi all’istante, consigliamo questo libro a quanti hanno voglia di divertirsi, scoprendo qualcosa in più su una città che “digerisce tutto. Non assimila niente. È questo che le conferisce quell’aria di debolezza dietro cui si cela una capacità di resistenza senza limiti”, Jean Cocteau.

 

Daniela Tralongo

 

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Quel nome è amore, da Parigi giunge il richiamo.

‘Affondo nel metrò in un flusso di viaggiatori dai volti stanchi. Hanno borse e nelle borse abiti leggeri, come l’estate che si apparecchia sotto il cielo bordato di fuliggine e la pioggia che vien giù dall’inizio dell’inverno. O come la sera del martedì, questo martedì all’apparenza uguale a qualunque altro giorno della vita eppure segretamente speciale, un martedì che marcisce nei cortile, che sgretola sugli arrondissement, che semina amplessi di luce sulle inferriate dei balconi.’

 

E in questo martedì di agosto, così assolato e così distante dal martedì parigino narrato da Luigi La Rosa nel suo libro “Quel nome è amore. Itinerari d’artista a Parigi” (ad est dell’equatore edizioni), la nostra scelta è caduta su un libro speciale. Un libro che racconta le vicende del narratore che torna nella magica città francese per restituire un libro al proprietario, bello e giovane, intravisto in metrò. Da questo pretesto però subentrano incontri inaspettati. Da Raymond Radiguet, amante di Jean Cocteau, a Renée Vivien, poetessa metafisica, a Carlos Casegamas, intimo amico di Picasso e non solo.

Il viaggio si fa occasione per mirare e raccontare ancora una volta la bellezza a tutto tondo, quella che sbigottisce e stravolge, quella che a volte bisogna recuperare con le formule delle apparizioni, dei sogni, delle fantasie perché la crudezza della realtà ne ostacola la vista.

Di questa bellezza, con i soliti toni evanescenti, dolci e travolgenti che caratterizzano la scrittura dell’autore, ci viene fornito il modo per accoglierla nelle nostre vite, senza impossessarcene perché  la bellezza non detiene padroni.

Così la scrittura diventa la musa per il lettore per ricongiungersi a questa epifania, come gli amanti, gli amici furono le muse di artisti e scrittori.

Parigi in questo si erge sovrana, con le sue mappe, le sue vie, i suoi cafè e le sue arterie pulsanti di bellezza.

Consigliamo questo libro ai sognatori, a chi è solito rivolgere lo sguardo oltre l’apparente bagliore della banalità, e lì tra una fessura e un’altra cerca l’avventura più insolita senza tempo.

 

Daniela Tralongo

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I quaderni di Archestrato Calcentero, una ghiotta lettura!

Carlo Ottaviano e Simonetta Agnello Hornby scrivono nel mémoire ‘ … Parlare, occuparsi di cucina non è solo mescolare ingredienti o impiattare artisticamente, come adesso le mode da Masterschef ci impogono. Cucina – e lo vediamo nelle pagine di Blanco – è stare assieme, è accoglienza, è arte dell’ospitalità.’

Questo il motivo che riassume il senso di una lettura che parla anche di cucina, ma che principalmente narra la tradizione culinaria siciliana aristocratica e conventuale, guardando all’evoluzione di celebri ricette presenti nell’isola dal XVII secolo.

L’autore, Marco Blanco, modicano, che dedica questo suo libro “I quaderni di Archestrato Calcentero” (Bonfirraro edizioni) al modicano Franco Ruta, maestro cioccolatiere scomparso lo scorso anno, ci regala un testo che sa di storia contemporaneamente recente e antica. Recente perché prevalentemente gli ingredienti che ancora oggi usiamo nelle nostre cucine sono pressochè uguali a quelli dei nostri antenati, antica perché riscontriamo abbinamenti o tecniche ormai caduti in disuso.

270 pagine sono state impiegato per ricostruire con scrupolosa attenzione il profilo “archeograstronomico” del gusto siciliano, grazie alla mole ingente di ricettari, archivi di Stato e privati consultati dall’autore, profilo che si rifà a quegli stessi quaderni, all’epoca taccuini, usati dai maestri cucinieri, suore gastronome e monsù e che qui volutamente si sono voluti accostare al padre della cucina siciliana, Archestrato.

Consigliamo questa lettura agli amanti della storia, delle tradizioni, dei costumi della Sicilia. A quanti amanti del gusto, non si lasciano abbagliare dalla bellezza di un piatto ma scavando nei suoi sapori vuole scovare le origini di una intera cultura.

 

Daniela Tralongo

Letture ricreative: cose da leggere la domenica!

Letture ricreative, traiettorie e costellazioni letterarie è il titolo di questa domenica.

La scelta è dovuta a semplici ragioni: la domenica è il giorno della lentezza, della “ricreazione” dello spirito, del fisico e della mente. E quest’assonanza di significati tra titolo e giorno, trova la sua giustificazione più marcata nel contenuto di questo volume.

Salvatore Ferlita, nella sua introduzione, presenta il suo libro (edizioni Palindromo) come un insieme di più contenitori in cui ha collocato saggi maturati in periodi ed anni diversi.

Il testo si divide in più sezioni, che rispecchiano le costellazioni tematiche calcate da chi scrive, il cui collante è rappresentato dal senso più autentico e profondo del novecento letterario, non solo italiano. Da qui il Lettore viene preso per mano e accompagnato a prender parte a dinamici dialoghi, tra le esternazioni dello scrivente e le risposte a suon di citazioni di scrittori e letterati, che su quegli stessi argomenti hanno ragionato e scritto pagine e commenti. E tra le domande poste da un Calvino che si e ci chiede ‘che fine ha fatto Collodi?’ e le meditazioni sull’ottocento letterario dell’infanzia, non si avverte alcuna pesantezza nella discussione.

Per chi legge la sensazione è quella di essere un protagonista attivo di queste pagine, con le proprie riflessioni che si innescano nel dialogo proposto.  Una chiara conferma questa del potere demiurgico del lettore, che ritroviamo espressa anche nel libro, nel racconto dell’episodio della morte di Sherlock Holmes voluta da Conan Doyle (si legge ‘ la madre dello scrittore non accolse di buon grado la notizia del decesso di Holmes. A tal punto da togliere la parola e il saluto al figlio, perseguitato dalle lettere di protesta dei lettori. I quali lo costrinsero a ripescare il personaggio…’).

Nella sezione a seguire, il registro assume toni ancora più accattivanti, con temi che solleticano la curiosità di un pubblico vasto, la cui voglia di evasione trova risposta in pagine di grandissima originalità tematica. E da questo ci si trova a leggere e comprendere il perché siamo soliti identificare il caffè come bevanda intellettuale (‘ Nel suo nero colore, il caffè potrebbe avere come ipostasi l’inchiostro …’), che ha influenzato i costumi di interi periodi storici, sfociando in significati ben più strutturati (‘«Rallegra l’animo, risveglia la mente» annuncia dalle sue colonne “Il caffè” del Verri, creando un ponte diretto tra la bevanda e l’attività di pensiero’).

Da tutto questo e anche dagli “altri contenitori” eretti, mentre si legge si ha la percezione di essere proprio in uno di quei Cafè francesi, tra amici e sodali di altissima formazione che ci tengono compagnia in una domenica estiva, divertendo e arricchendo le nostre ore di “ricreazione”.

Consigliamo questo libro agli amanti della letteratura, ai curiosi dell’agire umano, a quanti hanno voglia di prendersi una pausa e divertirsi a leggere e scoprire quella ‘vasta landa di echi’ che in letteratura si rincorrono in una ‘topografia di rapporti’ straordinari.

 

Daniela Tralongo

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Gustologia: un viaggio da fare a tavola!

La bufala è sempre la stessa, “con la cultura non si mangia”. La smentita viene spiegata a dovere.

Con questo proposito Patrizio Roversi e Martino Ragusa, scrivono un libro per palati curiosi di assaporare gusti nuovi, partendo dalla storia che ha costruito quei sapori e dalla terra che li ha eretti a simbolo di tradizioni.

Sebbene il titolo “Gustologia, Viaggio nell’Italia del cibo dalla terra alla tavola” (edizione Rai Eri) faccia pensare ad una lettura dall’assetto scolastico, in realtà il testo è una piacevolissima scoperta di usi e costumi delle regioni italiane, partendo dalla loro connotazione territoriale.

“C’è più cultura in una ricetta tradizionale che in un’enciclopedia” troviamo scritto nella loro introduzione e avanzando nella lettura non siamo in grado di smentirli.

Il libro è il risultato di due approcci diversi, quello gastronomico da una parte e quello geografico dall’altra, che nel loro insieme hanno dato vita ad una guida ricca e mai banale.

Seguendo la tendenza del geografo Jean-Robert Pitte si assiste ad un viaggio che pone il lettore in contatto con il territorio attraverso i suoi sapori.

Della Sicilia ad esempio, viene approfondito il carattere ibrido della cucina praticata nei palazzi baronali con quella popolare. Secondo il volere della Regina di Napoli e di Sicilia, Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta Regina di Francia, le famiglie aristocratiche furono incentivate ad assumere cuochi francesi presso le loro dimore. La loro presenza nelle case patrizie consentì ai popolani che frequentavano quegli stessi palazzi di entrare a contatto con le ricercate ricette preparate dai monsù (cuochi francesi) e di riproporne in casa versioni simili con ingredienti meno sofisticati. Da qui sono nate le sarde a beccafico, la cui forma ricordava le pregiatissime carni degli uccelletti che si nutrono di fichi. Contestualmente l’ibridazione si sviluppava anche in senso opposto, perché gli stessi monsù spesso si mostravano interessati ad arricchire le ricette popolane con i preziosi pistacchi, lo zafferano o l’uvetta sultanina.

E che dire poi delle ricerche emerse su uno dei piatti che hanno reso l’Italia celebre nel mondo: la pizza. Nel libro ne viene ricostruita la nascita, le testimonianze (come quella di Alexandre Dumas padre), le prime ricette, nonché i primi locali che la produssero, come la Pizzeria Port’Alba ancora oggi attiva.

Insomma il libro è un’ottima alternativa alle più diverse proposte di viaggio estive.

Potrete scoprire il Bel Paese e cimentarvi nei piatti più tipici, gustandone la sua immensa cultura… tranquillamente seduti a tavola!!

 

Daniela Tralongo

Gente di Ortigia e di Borgata. Le storie di Salvatore Maiorca

Verseggiare le origini di una città ha sempre un gran fascino. E Salvatore Maiorca, giornalista, lo fa alla maniera virgiliana riproponendo i passi aretusei dell’Eneide in apertura del suo “Gente di Ortigia e di Borgata. Storia e storie da ieri a domani”, Lombardi editori. È difficile circoscrivere questo libro ad un unico genere letterario, trattandosi di racconto commisto alla cronaca. Viene quasi da dire che siamo di fronte ad un romanzo di formazione, però non di un personaggio ma di una area geografica, della sua fisionomia e della sua mentalità. Con un linguaggio asciutto e leggero, Maiorca dispiega l’intreccio della trama tra ricostruzioni e memoriali storici (recenti e lontani), facendoli poi riversare in strada. Lì avviluppati alla semplicità del loro agire, ci sono tra i tanti,  i “tipi” di Ortigia, ‘u luppinaru, il lustrascarpe, il pescivendolo e il gelataio, ma anche le scuole che hanno cambiato volto (il liceo classico T. Gargallo), o i turisti eccellenti (Winston Churchill, Siracusa 1955).

Daniela Tralongo

Fefè e Andreuccio: la storia vera di Montalbano

Perché si sente il bisogno di ricordare? Questa è la domanda che viene lecito porsi approcciandosi al libro Hoefer racconta Camilleri. Gli anni a Porto Empedocle, Dario Flaccovio Editore, scritto a quattro mani da Andrea Cassisi e Lorena Sciumè. Seguendo il filone di una letteratura che ha avuto fortuna a partire dal 1800, la letteratura della memoria – come la definisce Melo Freni (amico e collega dei due autori) nella prefazione – non si costruisce unicamente nella riproposizione cronologica di ricordi, ma si erge su un filo narrativo fatto di immagini ed emozioni insieme che simultaneamente colorano e profumano le pagine di questo volume. Fefè e Andreuccio dialogano sulle pagine come nella vita. Da mezzo secolo i due amici sono testimoni a distanza ciascuno della vita dell’altro, perché seppur non vedendosi, i loro dialoghi sono fitti e intensi e su incontri telefonici raccolgono di settimana in settimana nuovi squarci di vita, nuovi aneddoti e memorie. Da questa premessa Fefè si lascia andare a condividere un ritratto del “Maestro” inedito al suo pubblico, più intimo e reale che ne definisce la personalità sin dall’età più giovane fino alla sua successiva formazione di adulto, svelando l’origine di alcuni tratti letterari legati a fatti realmente accaduti. E torna ancora una volta il ricorso a quella lingua madre che Andreuccio ha urlato e coniato nel suo Montalbano, partendo da un dialetto, il proprio, che risuona nelle case, in tv, come nelle parole di chi legge, in questo libro. Hoefer infatti ne dichiara l’amicizia fraterna, lasciandosi andare ad un semplice “[..] essiri comi l’alica e lu lippu” per definire il rapporto con l’amico fraterno. La storia si scioglie in piccoli capitoli, in cui le parole di Fefè si inseriscono nella trama e tra le immagini che spuntano a collaudo dei ricordi. Si scopre un Andrea più “umano”, imbrigliato nelle dinamiche di una vita dai mille volti, e contemporaneamente si fa la conoscenza di quel Federico meno conosciuto. E allora eccola la quadratura del cerchio, ed ecco la risposta a quella domanda iniziale. Perché si sente il bisogno di ricordare? “Perché – citando ancora Freni – è tra i doni più belli della vita. La rimembranza, la sostanzialità dell’immaginazione che va oltre il registro della stessa, l’illusione. La realtà che rimane sullo sfondo e il sentimento che l’avvicina”. E così è.

Daniela Tralongo

"La bolgia delle eretiche" di Marinella Fiume

Marinella Fiume è una mia cara amica. Di ciò ne sono orgoglioso e quindi potrei sembrare poco obiettivo quando parlo di lei e dei suoi scritti, magari lasciarmi influenzare dall’affetto che provo nei suoi confronti. Ma così non è. Nell’ambiente scrittorio siciliano ci conosciamo un po’ tutti e ritengo che simpatie e antipatie personali debbano rimanere ai margini quando si scrive di un’opera letteraria, altrimenti tutto assume il contorno di una farsa. Questa premessa è d’obbligo prima di addentrarmi nel cuore de “La bolgia delle eretiche”, edito da Bonanno. Di Marinella ho letto gran parte della produzione letteraria e a ogni nuovo libro che pubblica non finisco mai di stupirmi della sua forza, della rabbia interiore da cui è animata per ristabilire verità nascoste, ingiustizie nei confronti dei più deboli. Così è stato per “Celeste Aida”, così è per questo nuovo romanzo. Ci sono donne nate per godersi la vita, aspirare alla quiete, al benessere materiale, alla serenità o, al limite, accontentarsi di vivere all’ombra di un marito. Marinella è nata guerriera, si erge a paladina di tutte le donne oppresse, donne che nel passato hanno lottato per affermare il proprio talento e la propria personalità; hanno lottato spesso invano, censurate da una società maschilista e bigotta, subendo restrizioni e condanne a morte. Non a caso in questo libro si parla di bolge e di eresia. L’Inferno è qui, sulla Terra. L’Inferno è nella mente degli esseri umani quando scaricano la loro brutale cattiveria contro altri esseri umani. Penso che la stessa autrice di questo libro se fosse vissuta nel Seicento non sarebbe scampata al giudizio severo della Santa Inquisizione. Marinella ha capelli rossi, sguardo magnetico, “vivacità” di linguaggio; idiosincrasia per le cose storte, tendenza a spiattellarti in faccia la verità, o almeno la sua verità. Insomma, le cose non le manda a dire. Se non strega, un po’ “mavara” lo è veramente. Per fortuna è nata nel nostro secolo e ce la teniamo ben stretta. Questo libro è un libro sofferto, scavando nel dolore di donne innocenti, vittime dei peggiori soprusi; fantasmi che vagano nelle tenebre; fantasmi che non trovano quiete per la loro anima violentata. Mariannina Coffa, la fragile poetessa netina che null’altro chiedeva se non di poter incidere i propri pensieri su un foglio di carta; Peppa la cannoniera, analfabeta eroina risorgimentale, forse suo malgrado, inconsapevole strumento di una Patria maligna. E tante altre ancora: Suor Agueda, Francisca, Garronfola, Sofonisba. Tutte accomunate da un unico tragico destino. Tutte riportate alla luce da una scrittrice mai doma di scavare nel passato, mai doma di rendere giustizia a chi non ne ha avuto.

Salvo Zappulla

IL CASO TORTORA: UN ESEMPIO DA NON DIMENTICARE

«Quando l'opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in "innocentisti" e "colpevolisti" - in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto».(Leonardo Sciascia, articolo tratto da El Pais, 5 maggio 1987)

Telematch, Campanile sera, La domenica sportiva, Portobello: sono stati grandi successi della televisione italiana, programmi storici che hanno avuto come conduttore il grande Enzo Tortora, il cui nome è ricordato purtroppo anche per un caso di malagiustizia di cui fu vittima, denominato poi "caso Tortora". Infatti il conduttore e giornalista, al culmine del successo, fu accusato di gravi reati, cui in realtà era totalmente estraneo. Il 17 giugno 1983, Enzo Tortora veniva svegliato alle 4 del mattino dai carabinieri di Roma e arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Attaccato anche nell'ambiente giornalistico, furono addirittura pubblicate storie false per falsi scoop, ponendo sotto attacco l’uomo e il professionista. Una situazione che segnò inevitabilmente la vita del conduttore, che in poco tempo toccò il cielo con un dito per il successo clamoroso dei suoi programmi (Portobello,, inizialmente previsto in seconda serata e successivamente spostato in prima dato il gradimento del pubblico, batté ogni record di share mai realizzato fino a quel momento, sino alla soglia dei 26 milioni di spettatori, pari a circa il 47% dell'intera popolazione italiana), fino a scendere fino all’inferno, umiliato e preso di mira dentro il carcere. Riferisce lo storico della televisione Grasso che "le reti RAI mandarono in onda ininterrottamente e senza pietà le immagini del conduttore ammanettato".

Di come visse questi mesi in carcere sono testimonianza le lettere mandate all’amata Francesca Scopelliti nel libro “Lettere a Francesca”, che è stato presentato giovedì 18 al liceo O.M.Corbino a Siracusa. Un testo forte e intenso, che fa pensare, emozionare, riflettere e obbliga il lettore a porsi domande, stimolando un’ampia riflessione sui valori della libertà, della giustizia e della legalità. Un libro pieno d’amore per la sua compagna, per la vita, con continua sete di giustizia, mista a indignazione e incredulità. Dopo i durissimi mesi in cella e i domiciliari, Tortora fu assolto e fu eletto eurodeputato per il Partito Radicale, di cui divenne anche presidente, facendosi portavoce di chi non ha voce e non può far valere i propri diritti. 

Grazie alla sensibilitàdi Tortora e allo scalpore che ne conseguì, questa vicenda ha aperto una riflessione importante sulle condizioni della detenzione nel sistema carcerario italiano. L’incontro nella città aretusea è stato organizzato, grazie al patrocinio di Taobuk (Festival Internazionale del libro di Taormina), dall’Associazione politico-culturale CittàinComune insieme all’Associazione Radicale Elio Vittorini Primo Presidente e all’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa. Sono queste le presentazioni e le manifestazioni che danno una “scossa”ai cittadini, che fanno riflettere su alti valori quali la libertà e il senso di giustizia e di dignità. Sono questi gli esempi da prendere in considerazione, quelli di chi lotta per ciò in cui crede, in cui sensibilità e voglia di portare alla luce la verità non muoiono, andando anche contro tutto e tutti. Sempre con una forte, immensa voglia di vita. 

Alessandra Leone

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BELLO È POSSIBILE?

Gianluca Garelli

Gianluca Garelli

Sosteneva Platone che “Il percorso verso la Bellezza è graduale, inizia dai corpi e arriva all’anima”. Ma cos’è la bellezza? Oggi si può raggiungere? 

Questa è una delle tante domande che assillano gli uomini fin dall’antichità, non essendo semplice la risposta. Proprio tale spinosa e affascinante questione è stata quest’anno il tema dell’associazione di filosofia, cultura e volontariato Nuova Acropoli, intitolando la decima edizione del suo Festival della Filosofia "Bello è possibile!". In questo modo, tra diversi incontri e confronti anche con i giovani, Siracusa ha partecipato alla giornata mondiale della filosofia, creata dall'Unesco e celebrata ogni anno il terzo giovedì del mese di novembre.

Molto interessante è stata la lectio magistralis, svoltasi sabato 26 novembre nella sala Borsellino di palazzo Vermexio e curata dal prof. Gianluca Garelli, docente di Estetica presso l’Università di Firenze e autore del recente saggio "La questione della bellezza". Garelli nella sua carriera si è occupato principalmente di filosofia classica tedesca, di storia dell’estetica, di ermeneutica filosofia, di teoria del tragico e con il suo ultimo lavoro sulla bellezza ripercorre le varie forme che la dialettica del bello ha assunto nel corso del pensiero occidentale. 

Sì perché la bellezza è un tema attuale: chi non vorrebbe essere circondato dalla Bellezza? Tutti vorremmo incontrarla quotidianamente sulla nostra strada, regalandoci un sorriso e rallegrando il cuore. Soprattutto in un momento storico in cui l’orrore è purtroppo diventato all’ordine del giorno, rischiando di abituarci ad esso. Proprio per questo è importante tornare alla domanda iniziale. Bello è possibile? Dove alberga la bellezza? La relazione di Garelli è stata preceduta dai saluti dell’assessore Francesco Italia del comune di Siracusa e dagli interventi dei professori Roberto Fai ed Elio Cappuccio del Collegio Siciliano di Filosofia, che hanno collaborato alla realizzazione dell’attività e hanno fatto un excursus dei più importanti filosofi della storia che si sono occupati della questione. 

Per gli antichi Greci si usava il termine kalòs kai agathòs, cioè "bello e buono", come "valoroso in guerra" e come "in possesso di tutte le virtù". In particolare il termine καλός si riferiva non solo a ciò che è "bello" per il suo aspetto sensibile, ma anche a quella bellezza che è connessa al comportamento morale "buono" (ἀγαθός). Strettamente connessoa tale concetto è il termine “armonia”. Per Platone la bellezza colpisce all’improvviso, senza un perché: è come un battito di ciclio, di cui non abbiamo percezione. Nell’Ippia maggiore per ben 7 volte Socrate e Ippia provano a definire il bello, ma non vi riescono; Plotino contesta la pretesa di ridurre in formule numeriche e rapporti definiti la bellezza; Kant ne “La Critica del giudizio” sostiene che il bello non è una qualità oggettiva (propria) delle cose, in quanto non esistono oggetti belli di per sé, ma è l'uomo ad attribuire tale caratteristica agli oggetti. Il sentimento del bello è infatti puro, disinteressato, universale e necessario. Per il filosofo Denis Diderot il senso estetico e la bellezza divengono per lui il frutto di un “rapporto” tra l'oggetto artistico e chi lo percepisce con la propria sensibilità individuale. Fondamentale quindi è il “rapporto” soggetto-oggetto. 

Dopo questa ricca introduzione che ha fatto entrare nel cuore della questione, il prof. Garelli ha esordito simpaticamente dicendosi imbarazzato a parlare di bellezza proprio a Siracusa, che ha trovato incantevole con la moglie. Ha continuato poi l’interessante percorso storico intrapreso da Fai e Cappuccio attraverso le varie forme che la dialettica del bello ha assunto nel corso del pensiero occidentale, soffermandosi anche sul rischio della democratizzazione della bellezza, ossia la continua ricerca della perfezione, che può diventare ossessione. Il rischio del fallimento per l’uomo è così massimo, perché si tende a un ideale impossibile.
Alla fine Garelli ha posto una domanda ai numerosi presenti in sala: La bellezza può essere uno spazio in cui ciascuno di noi ha la capacità di esprimersi? Bellezza, quindi, è libertà? Con questa domanda, cari lettori, vi lasciamo alle vostre (belle ovviamente) personali riflessioni.

Alessandra Leone

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LUCIA MORPURGO RODOCANACHI E IL DURO LAVORO DA GHOSTWRITER

Lucia Morpurgo Rodocanachi. Chi era costei? Lucia Morpurgo, la “gentile signora” come era solito chiamarla Gadda, è nata a Trieste il 25 novembre 1901; nel 1914 si trasferì a Genova, dove si diplomò maestra con il massimo dei voti, sebbene non avesse poi mai esercitato questa professione. Gli anni giovanili furono scanditi da furiose letture, dalla passione per la pittura, il ricamo e la grafologia. Sposato il pittore di origine greca Paolo Rodocanachi, la coppia si ritirò ad Arenzano, luogo tranquillo e ideale per dedicarsi all’arte, stabilendosi inizialmente in una piccola casa. La seconda dimora, la “casa rosa” dalle ampie stanze, disegnata dal marito nei minimi particolari, divenne invece un polo d’attrazione per artisti: qui due volte l’anno la Rodocanachi organizzava grandi raduni, in cui gli amici intellettuali – gli “amici degli anni Trenta”, come amava ricordarli – si incontravano. Negli anni Trenta del Novecento, infatti, la sua casa era frequentata da pittori, artisti e letterati, come Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini e Carlo Bo, parlando solitamente di letteratura straniera, per quella sorta di xenofilia tipica degli spiriti liberi negli anni chiusi del Fascismo. Nel 1933, dopo una lettera di Montale del 9 giugno in cui il poeta e scrittore le chiedeva se fosse disponibile in breve tempo ad aiutare Vittorini nella consegna di St. Mawr di Lawrence a Mondadori, la Rodocanachi iniziò la sua attività di traduttrice. E Lucia traduceva, retribuita poco e spesso in ritardo, per conto di Vittorini, Gadda, Montale, Sbarbaro e altri intellettuali; Lucia scriveva, nell’ingrato ruolo di ghostwriter, correggendo e a volte eseguendo intere porzioni di lavoro poi pubblicate a nome degli illustri committenti, senza che il suo nome comparisse mai. Recentemente la casa editrice Archinto ha pubblicato proprio lo scambio di lettere tra Vittorini e la Rodocanachi, nel periodo che va dal 1933 al 1943 (“Si diverte tanto a tradurre?”, a cura di Anna Chiara Cavallari e di Edoardo Esposito). Nel libro emergono l’ansia di Lucia di non riuscire a consegnare nei tempi stabiliti, gli scambi dei due interlocutori dei loro punti di vista sugli autori da tradurre, le pagine da rivedere, le ripetute raccomandazioni, le precarie condizioni economiche di Vittorini, la speranza che l’editore paghi, le promesse di saldare i debiti con la collaboratrice destinata a rimanere nell’ombra. In “Si diverte tanto a tradurre?” si incorre poi in notizie di particolare peso nella biografia dello scrittore siracusano, come le difficoltà economiche e il dispiacere nel trovarsi in certe situazioni. «Vorrei tanto riuscire a dire una parola nuova, che avesse peso in una trasformazione del mondo. Fare dell’arte è fare un mondo a sé e di questo non me ne importa, io voglio influire sul mondo comune, invece» (28 gennaio 1936).

Alessandra Leone

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