LUCIA MORPURGO RODOCANACHI E IL DURO LAVORO DA GHOSTWRITER

Lucia Morpurgo Rodocanachi. Chi era costei? Lucia Morpurgo, la “gentile signora” come era solito chiamarla Gadda, è nata a Trieste il 25 novembre 1901; nel 1914 si trasferì a Genova, dove si diplomò maestra con il massimo dei voti, sebbene non avesse poi mai esercitato questa professione. Gli anni giovanili furono scanditi da furiose letture, dalla passione per la pittura, il ricamo e la grafologia. Sposato il pittore di origine greca Paolo Rodocanachi, la coppia si ritirò ad Arenzano, luogo tranquillo e ideale per dedicarsi all’arte, stabilendosi inizialmente in una piccola casa. La seconda dimora, la “casa rosa” dalle ampie stanze, disegnata dal marito nei minimi particolari, divenne invece un polo d’attrazione per artisti: qui due volte l’anno la Rodocanachi organizzava grandi raduni, in cui gli amici intellettuali – gli “amici degli anni Trenta”, come amava ricordarli – si incontravano. Negli anni Trenta del Novecento, infatti, la sua casa era frequentata da pittori, artisti e letterati, come Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini e Carlo Bo, parlando solitamente di letteratura straniera, per quella sorta di xenofilia tipica degli spiriti liberi negli anni chiusi del Fascismo. Nel 1933, dopo una lettera di Montale del 9 giugno in cui il poeta e scrittore le chiedeva se fosse disponibile in breve tempo ad aiutare Vittorini nella consegna di St. Mawr di Lawrence a Mondadori, la Rodocanachi iniziò la sua attività di traduttrice. E Lucia traduceva, retribuita poco e spesso in ritardo, per conto di Vittorini, Gadda, Montale, Sbarbaro e altri intellettuali; Lucia scriveva, nell’ingrato ruolo di ghostwriter, correggendo e a volte eseguendo intere porzioni di lavoro poi pubblicate a nome degli illustri committenti, senza che il suo nome comparisse mai. Recentemente la casa editrice Archinto ha pubblicato proprio lo scambio di lettere tra Vittorini e la Rodocanachi, nel periodo che va dal 1933 al 1943 (“Si diverte tanto a tradurre?”, a cura di Anna Chiara Cavallari e di Edoardo Esposito). Nel libro emergono l’ansia di Lucia di non riuscire a consegnare nei tempi stabiliti, gli scambi dei due interlocutori dei loro punti di vista sugli autori da tradurre, le pagine da rivedere, le ripetute raccomandazioni, le precarie condizioni economiche di Vittorini, la speranza che l’editore paghi, le promesse di saldare i debiti con la collaboratrice destinata a rimanere nell’ombra. In “Si diverte tanto a tradurre?” si incorre poi in notizie di particolare peso nella biografia dello scrittore siracusano, come le difficoltà economiche e il dispiacere nel trovarsi in certe situazioni. «Vorrei tanto riuscire a dire una parola nuova, che avesse peso in una trasformazione del mondo. Fare dell’arte è fare un mondo a sé e di questo non me ne importa, io voglio influire sul mondo comune, invece» (28 gennaio 1936).

Alessandra Leone

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