Fefè e Andreuccio: la storia vera di Montalbano

Perché si sente il bisogno di ricordare? Questa è la domanda che viene lecito porsi approcciandosi al libro Hoefer racconta Camilleri. Gli anni a Porto Empedocle, Dario Flaccovio Editore, scritto a quattro mani da Andrea Cassisi e Lorena Sciumè. Seguendo il filone di una letteratura che ha avuto fortuna a partire dal 1800, la letteratura della memoria – come la definisce Melo Freni (amico e collega dei due autori) nella prefazione – non si costruisce unicamente nella riproposizione cronologica di ricordi, ma si erge su un filo narrativo fatto di immagini ed emozioni insieme che simultaneamente colorano e profumano le pagine di questo volume. Fefè e Andreuccio dialogano sulle pagine come nella vita. Da mezzo secolo i due amici sono testimoni a distanza ciascuno della vita dell’altro, perché seppur non vedendosi, i loro dialoghi sono fitti e intensi e su incontri telefonici raccolgono di settimana in settimana nuovi squarci di vita, nuovi aneddoti e memorie. Da questa premessa Fefè si lascia andare a condividere un ritratto del “Maestro” inedito al suo pubblico, più intimo e reale che ne definisce la personalità sin dall’età più giovane fino alla sua successiva formazione di adulto, svelando l’origine di alcuni tratti letterari legati a fatti realmente accaduti. E torna ancora una volta il ricorso a quella lingua madre che Andreuccio ha urlato e coniato nel suo Montalbano, partendo da un dialetto, il proprio, che risuona nelle case, in tv, come nelle parole di chi legge, in questo libro. Hoefer infatti ne dichiara l’amicizia fraterna, lasciandosi andare ad un semplice “[..] essiri comi l’alica e lu lippu” per definire il rapporto con l’amico fraterno. La storia si scioglie in piccoli capitoli, in cui le parole di Fefè si inseriscono nella trama e tra le immagini che spuntano a collaudo dei ricordi. Si scopre un Andrea più “umano”, imbrigliato nelle dinamiche di una vita dai mille volti, e contemporaneamente si fa la conoscenza di quel Federico meno conosciuto. E allora eccola la quadratura del cerchio, ed ecco la risposta a quella domanda iniziale. Perché si sente il bisogno di ricordare? “Perché – citando ancora Freni – è tra i doni più belli della vita. La rimembranza, la sostanzialità dell’immaginazione che va oltre il registro della stessa, l’illusione. La realtà che rimane sullo sfondo e il sentimento che l’avvicina”. E così è.

Daniela Tralongo