Giornata Mondiale del rifugiato 2017 e il suo monito per un futuro più luminoso

Creare cittadini consapevoli e responsabili, che si sentano profondamente coinvolti in ciò che gli succede attorno: questa la finalità della “Giornata mondiale del rifugiato”, promossa dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per ricordare sempre il drammatico fenomeno dell’immigrazione, il cui termine, purtroppo, sembra una meta ancora lontana. Il 2017 è stato l’undicesimo anno in cui la Fondazione Inda ha aderito all’iniziativa, creando uno spettacolo ricco e fantasioso, tra musica, teatro, colori ed emozioni, il cui incasso è stato devoluto in beneficenza. 

Lunedì sera, tra la luna e le stelle della città archimedea, in uno scenario unico al mondo quale è il Teatro greco di Siracusa, si è svolta la manifestazione, che è stata presentata da un impeccabile Mimmo Contestabile e a cui hanno preso parte Leo Gullotta (molto toccanti i suoi interventi, come il monito forte con le parole di don Milani), Red Canzian e la figlia Chiara (i quali hanno eseguito “Uomini soli”, uno dei cavalli di battaglia dei Pooh, con un sound assolutamente inedito), il regista e coreografo Micha Van Hoecke (credo non abbia bisogno di presentazioni… Un nome, una garanzia!), la cantante Anita Vitale (non la conoscevo prima, ma ha fatto venire i brividi alla sottoscritta per il talento, il modo elegante di tenere il palco, di cantare e suonare il pianoforte, oltre all’innata capacità di creare magia intorno a lei, come se il tempo si fermasse. La classe non è acqua, cari miei!), lo storico leader degli Avion Travel Peppe Servillo (inconfondibile il suo timbro di voce), Mario Incudine, assolutamente coinvolgente con il proprio modo di fare e la sua musica che ha fatto ballare tutti quanti (stupendo quando diversi giovani immigrati presenti tra il pubblico, presi dall’entusiasmo, sono saliti sul palco, lasciandosi andare e facendo vedere cosa significa avere la musica nel sangue), l’attrice siracusana Rita Abela (la cui bravura la conosciamo molto bene da anni, ma ogni volta è davvero un piacere ascoltarla) e gli allievi dell’Accademia d’arte del dramma antico (che dire su di loro? Assolutamente fantastici!). Grande assente, la cui mancanza si è sentita, è stato quel gran genio di Moni Ovadia, da sempre in prima linea per la difesa dei più deboli.

Anche se ritengo cheun po’ di miele di troppo e frasi fatte ad hoc e d’effetto siano state a volte aggiunte (ma questa è solo la mia impressione… solo perché sono convinta che nella vita valgano molto di più le azioni concrete di ogni giorno, invece di semplici parole lasciate al vento), valori come il coraggio, l’amore per il prossimo, la ricerca di cambiamento e di giustizia sono emersi da numerosi interventi. Come nel caso della giornalista Elvira Terranova, caposervizio all'Adnkronos, la quale, tra i diversi riconoscimenti conseguiti durante la sua brillante carriera, ha anche ricevuto nel gennaio 2016, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana. La Terranova, infatti, nella notte tra il 7 e l'8 maggio del precedente anno aveva partecipato attivamente a Lampedusa una vera e propria catena umana, strappando alla morte decine di profughi, il cui barcone si era incagliato sugli scogli; ha raccontato, con un filo di voce per l’emozione ma anche piena di grinta e caparbietà, la storia di Severin, un piccolo bimbo nigeriano di soli quattro mesi, che ha preso sotto la sua ala protettiva, accudendolo e cercando per tutta la notte i suoi genitori. Soltanto all'alba la giornalista ha trovato la madre del bambino. Severin, quindi, è stato consegnato sano e salvo alla sua mamma, ma se non avesse avuto uno speciale angelo custode biondo forse non ce l’avrebbe fatta.

Oltre ad Elvira Terranova, sono stati testimonial della serata Antonella Basilone, in rappresentanza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, e Ramzi Harrabi, docente, mediatore culturale, presidente della Consulta Immigrati e interprete della commissione rifugiati, che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza dell’immigrazione, arrivando diversi anni fa dalla Tunisia nella città di Siracusa con uno degli innumerevoli viaggi della speranza. 

Domanda: forse nella nostra epoca non siamo un po’ tutti immigrati, alla continua ricerca del nostro posto nel mondo, di un po’ di pace e serenità in travagliate e stressanti vite? Forse non dovremmo ricordarci ogni giorno di queste drammatiche situazioni e non solo in serate come questa descritta o anniversari? Non dovrebbero essere questi messaggi come dei semi, da curare e far crescere dentro noi, per un futuro diverso? Non sarebbe bello aiutare chi ha bisogno, ad esempio entrando in gruppi di volontariato?

Alessandra Leone