Armonia e misura per I sei personaggi in cerca di autore di Michele Placido

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Già, mentre mi avvicino al teatro, vedo fila davanti ai cancelli, scorgo a distanza voci e volti giovani, molto giovani, sono scuole. Già alle diciassette il teatro è quasi tutto pieno, il pubblico è un misto di occhi curiosi e suoni di smartphone che ricevono notifiche e scattano foto. Qualche signora imbelletta il proprio animo discutendo di Placido in platea, poi la voce dall’altoparlante ci comunica che da lì a pochi minuti lo spettacolo avrà inizio, chi è restato senza posto si affretta a trovarne uno, il buio, si apre il sipario ed inizia lo spettacolo.

La scenografia mi piace, è semplice, ma molto appropriata, un tavolino con sedie che sanno di vissuto sulla sinistra, una vasca dorata e una scala a forbice sulla destra, sul fondale il teatro a nudo con i suoi ponteggi e le sue carrucole. Sono felice, è una buona scelta.

All’apertura della scena i sei personaggi fanno un’apparizione fugace con fasci di luce che li presentano per pochi attimi l’uno scomparendo all’apparire dell’altro. Anche questo mi piace, semplice e incisivo. Subito dopo in rapida sequenza fanno il loro ingresso gli attori della compagnia in prova, il direttore di scena, l’aiuto-regia e il regista. Iniziano subito a mettersi al lavoro per provare il loro spettacolo che andrà in scena dopo pochi giorni. La scelta è stata di variare il testo di Pirandello mettendo a riposo il “Gioco delle parti”, ciò che aveva scritto l’autore. Nella visione di Placido la compagnia ha in prova uno spettacolo sul femminicidio, con annesso assessore al telefono che ha trovato data e finanziamento e una costumista che fa recapitare un abito di scena orribile fra le furie della prima attrice. Approvo a metà questa scelta, non tanto per la modifica al testo, perché adoro le attualizzazioni fatte bene e questa è ben riuscita, ma inizio davvero a scocciarmi che ovunque vada in qualche modo si parli di femminicidio, abusi sulle donne o cose così. Quando una cosa diventa troppo di moda perde di molti significati a mio avviso. Leggo comunque una buona dose d’ironia che mi risolleva l’animo critico.

Gli attori interpretati da Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, il direttore di scena Antonio Ferro ed il regista Silvio Laviano palleggiano con agilità fra di loro, la recitazione è pulita e chiara, lo spazio scenico è gestito alla perfezione creando, man mano che si snoda la vicenda, una grande armonia visiva fra tutti gli elementi in gioco. L’armonia mi mette a mio agio, mi rilassa e mi aiuta ad entrare presto nel meccanismo del gioco. Io adoro l’armonia.

L’ingresso dei sei personaggi è un altro elemento che mi aiuta a comprendere ancor meglio il codice di questa messa in scena, non c’è troppo mistero, non c’è troppa aspettativa non ci sono eclatanti cambi di atmosfera, i sei entrano quasi come entrasse chiunque altro. Il codice mi è chiaro, mi sarebbe piaciuto avere un brivido in più alla loro entrata, ma va bene così, è tutto chiaro, pulito, è un’ottima dote per uno spettacolo.

Michele Placido, che interpreta il Padre, cattura la scena con grazia e senza mai strafare, la sua abilità con la parola è notevole e i suoi cambi tonali sono molto affascinanti, è un grande attore ed è quasi superfluo ribadirlo.

La vicenda inizia ad entrare nel suo cuore con i personaggi che insistono ad essere rappresentati. Mi è molto piaciuta la scelta di un antico testo della tradizione siciliana, Sciccareddu di lu me cori, come canzone seduttiva della figliastra interpretata da Dajana Roncione, lei ha molta carica ed è bella al punto giusto, mai volgare, ma aggraziata e piena di energia cattura bene la mia attenzione per tutta la pièce, nell’arco dello spettacolo vibra un po’ troppo la voce, ma alla fine gli applausi più forti sono per lei. Guia Jelo, nei panni della madre, riesce sempre a sorprendermi per l’intensità con cui interpreta ogni ruolo ed anche questa volta conferma la mia condizione regalandomi il primo brivido sulla pelle. Anche Luca Iacono, il figlio, mi piace, mantiene un alone costante di mistero e dubbio, si muove con una fluida rigidità che mette in luce le sue doti, pochi movimenti, ma giusti ogni volta. La bambina e il giovinetto, i piccoli Paola Mita e Flavio Palmeri, mi regalano il secondo brivido, hanno presenza, sono veri.

La vicenda prosegue e la prima ora trascorre senza che quasi me ne accorga, è un buon segno, io sono uno che si annoia quando non si sente soddisfatto. Poi il ritmo cala quasi drasticamente e le pause fra una battuta e l’altra rischiano di ledere le buone sensazioni che fino a quel punto ho avuto, l’ingresso di Madama Pace, Luana Toscano, salva la signora seduta accanto a me dal mio continuo muovermi sulla poltroncina, catturando la mia attenzione. Calano dall’alto una specchiera e una tenda accanto all’appendiabiti e i cappellini che il padre aveva sistemato poco prima ed anche per questa scena la pulizia e l’ordine regnano sul palcoscenico di Placido. La scena che ne segue è davvero ben fatta con degli ottimi Tabita e Doria a recitar la parodia di loro stessi ed a essere derisi dalla figliastra, mi piace. Solo a questo punto cambia l’atmosfera creata dall’illuminotecnica. Le luci sono il perno della narrazione ed anche per ciò che concerne il disegno luci, mi ripeto, e dico: pulite. Avrei gradito qualcosa in più, ma solo per gusto personale, i giochi di penombre e l’educata presenza dei tagli e delle piogge, sono perfettamente in linea col codice dello spettacolo. Pochi e corretti interventi sonori, in linea col progetto: pulito.

La seconda parte del testo s’incastra fra le verbose intuizioni filosofiche di Pirandello, che Placido gestisce con classe e mestiere, ed il cuore della vicenda che ci porta al finale prendendoci per mano con la grazia che caratterizza tutto lo spettacolo.

Amo alla follia quando l’autore scrive un finale e gli interpreti lo rispettano e quando la figliastra corre via del palco verso la luce, le mie mani iniziano ad applaudire entusiaste, armoniche e “pulite”.

 

Massimo Tuccitto

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La “Cavalleria Rusticana” di Mascagni nella versione siracusana al Castello Maniace

Nella piazza d’armi dell’imponente Castello Maniace è andata in scena ieri l’opera di Pietro Mascagni, “Cavalleria Rusticana” all’interno della kermesse di Mythos Opera Festival, che in questa estate 2017 ha promosso l’incontro dell’Opera con il “mito” nelle città di Taormina e Siracusa, calcando nelle esperienze precedenti anche scenari internazionali come la Turchia.

Il direttore Gianfranco Pappalardo Fiumara, salutando la città e rivolgendo i ringraziamenti per l’ospitalità avuta, ha manifestato anche il dispiacere per alcune criticità riscontrate durante l’organizzazione del festival.

Lo spettacolo di Mascagni è stato applaudito da un nutrito numero di spettatori che fanno ben sperare in simili iniziative anche per il futuro.

Il dubbio sulla scelta (?) della location resta, sia per l’impatto sonoro, come già emerso durante la Carmen, che per quello visivo.

Perché sebbene la visione del castello che si tinge di colori diversi, amplificando i toni e gli stati d’animo recitati nelle singole scene, sia di grande suggestione, tuttavia la sua presenza risulta ingombrante rispetto alla scenografia.

Questa, infatti, ancora una volta, si distingueva per la sua essenzialità, con pochissimi elementi che servivano a contestualizzare l’azione. Da una parte predominava la Croce, sineddoche del giorno pasquale. Un tavolo da locanda invece occupava il lato opposto del palco, con la narrazione degli amori e dei tradimenti che coinvolgevano Turiddu, Santuzza, la giovane Lola, compare Alfio e tutti i popolani, che si svolgeva tra questi due poli.

Se l’impronta dello spettacolo ha visto una diretta partecipazione siracusana, con la direzione del Maestro Maurizio Ciampi, il cast includeva professionisti di varie nazionalità, la bravissima Sofia Mitropoulos (Santuzza), Sebastian Ferrada (Turiddu), Armando Puklavec (Alfio), Sabrina Messina (Lola) ed Elena Kanakis (Lucia), tutti artisti di grande levatura.

Tra il sacro e il profano, il capolavoro di Mascagni, che è manifesto del verismo nell’opera lirica, con la regia di Massimo Bonelli, e aiuto regia di Massimo Tuccitto (ancora un altro siracusano), ha visto l’esecuzione dell’orchestra filarmonica di Catania e del Coro Lirico Siciliano.

Il lavoro della compagnia ha meritato tutti gli applausi finali, una leggera amarezza resta per alcune imperfezioni dell’impianto audio per cui va lodato lo sforzo degli attori, che in più di un’occasione rischiavano di veder sovrastate le rispettive voci dai suoni.

L’augurio per il prossimo anno è di assistere a spettacoli in cui possano risolversi questi ed altri dettagli organizzativi.

 

Daniela Tralongo

Applausi e qualche critica per la Carmen di Bizet al Maniace

Siracusa – è andata in scena la seconda replica della Carmen di Bizet (libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy), tratta dalla omonima novella di Prosper Mérimée (1845). 

Dopo la sua prima rappresentazione (Parigi, 1875), l’opera ha avuto un grande successo e le sue musiche sono ormai storia. 

La trama, suddivisa in quattro atti, è quella di una giovane gitana, Carmen che nella Spagna del 1830 è al centro dell’attenzione generale per le sue capacità ammaliatrici. A seguito di un suo presunto coinvolgimento in un episodio di accoltellamento tenutosi nella fabbrica in cui lavora, ritenuta responsabile viene imprigionata. Il suo legame con il soldato Don Josè, le garantisce la scarcerazione, e i due innamorati si mettono in fuga, fino a quando il loro rapporto diventa sempre più logoro. Quando Carmen è ormai vicina ad un nuovo amore, Josè non vorrà lasciarla andare e decide di ucciderla per “tenerla ancorata a sé”. 

Un evento tragico segna il finale dell’opera, in nome di un amore che si è fatto ossessione. 

Questo il motivo che ha condotto gli organizzatori a voler dedicare la serata alla giovane Giordana Di Stefano, uccisa a 20 anni dall’ex fidanzato con 48 coltellate. 

Commoventi le parole della madre, che salita sul palco, con forza e coraggio ha voluto sensibilizzare tutti a non dimenticare anche le 1500 donne vittime di femminicidio degli ultimi 15 anni. 

A fare gli onori di casa è stato l’ideatore e sovrintendente musicale di Mythos Opera Festival, il pianista siciliano Gianfranco Pappalardo Fiumara, seguito dai saluti del Presidente Avis Sebastiano Moncada, avendo Avis patrocinato la manifestazione, poi del regista Enrico Stinchelli e dell’Assessore alla cultura Francesco Italia, entusiasta di poter ospitare la rassegna in un anno così particolare per Siracusa. 

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E in merito a questo non possiamo non manifestare anche noi il nostro apprezzamento per lo sforzo e la voglia di offrire una grande opportunità alla città di Siracusa e non solo (il festival si svolge anche all’Antico Teatro di Taormina) per questa iniziativa. E sembriamo non essere i soli a farlo. Nonostante le alte temperature e la vasta offerta culturale di questi ultimi mesi, infatti, l’area di Piazza d’armi del Castello Maniace ospitava un nutrito numero di spettatori, confermando l’interesse della comunità. 

La scena dai contorni lineari ed essenziali consentiva allo spettatore di rivolgere l’attenzione esclusivamente sui personaggi (Carmen era il mezzosoprano Federica Carnevale, don Josè era interpretato da Roberto Cresca, poi Micaëla era il soprano Elena Bakanova, e Sergey Murtazin vestiva i panni di Escamillo), che hanno saputo ammaliare il pubblico nonostante le barriere linguistiche. Perché questo è stato un elemento un po’ critico dello spettacolo, che essendo interamente in lingua originale non consentiva agli astanti di seguire con più coinvolgimento e consapevolezza le scene né tramite sopratitoli, né tramite presenza di libretto. 

La location probabilmente non è neanche stata d’aiuto, non favorendo in maniera ottimale né la diffusione del suono né consentendo una visuale completa a ciascun spettatore, forse a causa di una distanza limitata tra palcoscenico e platea. 

Questo il rammarico più grande che si evince a fine serata, dopo aver assistito ad uno spettacolo di alto livello, per cui una menzione particolare va fatta all’orchestra Filarmonica di Catania, diretta dal Maestro Mirco Roverelli e il Coro Lirico Siciliano. Senza dimenticare i costumi realizzati dall’artista Lele Luzzati e forniti dalla Fondazine Cerratelli di Pisa in occasione del decennale dalla sua scomparsa e le coreografie di Alessandra Scalambrino. 

Daniela Tralongo

 

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Il Prometeo di Alessandro Preziosi a Siracusa

Giovedi scorso, in una tipica sera d’estate, sotto un cielo stellato, con una leggera e piacevole brezza marina e sullo sfondo l’incantevole castello Maniace,  è andato in scena lo spettacolo “Prometeo”, un monologo interpretato dall’attore Alessandro Preziosi che, dopo più di 15 anni, ha fatto il suo ritorno nella città aretusea, rivestendo i panni della tragicità greca, tanto cara alla nostra tradizione. 

Lo spettacolo era incentrato sulla figura di Prometeo, il titano che tanto amò gli uomini, al punto da subire l’agonia eterna: Esiodo ci racconta che Prometeo, contemplando la condizione misera dell’uomo, volle sottrarre dal fuoco divino una piccola scintilla e donarla agli uomini; Zeus, infuriato, lo punì incatenandolo tra le rupi del Caucaso, e il titano fu costretto inoltre a vedere un’aquila divorare il suo fegato che perennemente si rigenerava, offrendo eterno pasto a quel rapace ingordo.

Nel monologo si intrecciavano brevi passi tratti dalle varie interpretazioni della figura titanica ( Eschilo, Byron, Goethe ) e passi biblici (Adamo ed Eva, San Paolo), il tutto impreziosito da una musica magistralmente composta ed eseguita da Paky Di Maio. È stato interessante il connubio tra le tradizioni greca e cristiana, facendo notare le notevoli assonanze e la simile sorte che subisce chi osa andare contro la volontà di dio. Il Prometeo greco, come gli Adamo ed Eva cristiani, voleva rendere partecipi gli uomini di ciò che più li avvicina a dio: la conoscenza. Essa però, messa in mano a tutti, rischia di diventare un pericolo se utilizzata in modo negativo. È questa la colpa di Prometeo: l’aver visto nell’umanità solo il buono, perchè esistono il Bene e il Male, il giusto e l’ingiusto, e Prometeo ha peccato di ingenuità.

Quello che è stato messo in scena è stato un Prometeo “umanizzato”, che si interroga e si racconta come farebbe ognuno di noi davanti a se stesso: cosa è Bene e cosa è Male, perché si sbaglia e da che punto di vista ciò che si fa è sbagliato, fino al culmine della rabbia e alla voglia di vendetta per una punizione considerata ingiusta. La sensazione era quella di assistere ad una rappresentazione musicale: Preziosi si è esibito alla stregua di un cantante, con voce intonata, intonata, sempre ben dosata, accompagnata da un sottofondo musicale quanto mai appropriato, quasi come se indossasse un vestito diverso per ogni versione del personaggio. 

Sebbene non la presenza di pubblico non sia stata quella delle grandi occasioni, su circa mille sedute totali più della metà dei posti disponibili erano vuoti,  gli spettatori ascoltavano in religioso silenzio, come rapiti dalle parole e dai suoni. Un’atmosfera magica, quella del castello Maniace, ha favorito l’empatia del pubblico con la rappresentazione. 

Martina Mangiafico

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Il debutto de "Le Rane" di Barberio Corsetti a Siracusa. La sfida moderna che fa centro.

Le Rane sono tornate.

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Al ritmo del loro koax – koax (intonato dai magnifici SeiOttavi – Germana Di Cara, Vincenzo Gannuscio, Alice Sparti, Kristian Andrey Thomas Cipolla, Massimo Sigillo Massara, Ernesto Marciante - , che hanno curato le musiche dell’intera commedia), hanno fatto il loro ingresso sfavillante al Teatro Greco di Siracusa, dopo una lunga assenza durata 15 anni. 

Grande è stata l’attesa per questa messa in scena, sia per l’oggetto tematico al centro delle vicende raccontate da Aristofane (la cui attualità permane nonostante si frappongano più di 2000 anni dalla sua stesura), sia per i protagonisti chiamati in causa.

Tra questi, l’esordio di Ficarra e Picone al teatro classico aveva destato molta curiosità. E il duo comico siciliano non ha disilluso le aspettative. 

Come più volte avevano ribadito, “siamo uno degli strumenti con cui prenderà vita la commedia”, e così è stato. Nella scena messa in atto ieri, davanti ad una cavea gremita di tantissimi giovani, Salvatore e Valentino hanno dato prova di sapersi muovere anche in palcoscenici diversi da quelli soliti, mantenendo in qualche modo la loro personale comicità. 

Sulla scena hanno interpretato le figure del servo e del padrone. L’uno Xantia (Picone), sempre affaticato, affamato, vittima del padrone ma pronto a rendergli la pariglia. L’altro Dioniso (Ficarra), dio del vino, che si mostra impavido ma collassa subito di fronte ai bisogni corporali, senza però perdere del tutto la propria lucidità. 

I due decidono di procedere nel regno dei morti al fine di riportare in vita la “sana creatività”, così come la definisce Dioniso, e questo con l’intento di salvare la città di Atene orami dissoluta e priva di alcun riferimento morale. A contendersi la possibilità di avere questo poderoso compito saranno Eschilo ed Euripide, e le loro due differenti visioni in merito al ruolo della poesia, del teatro: se il primo (interpretato da un bravissimo Roberto Rusticoni), con i suoi panni eleganti, si fa portavoce di un teatro che deve servire per educare gli uomini, evocando situazioni e princìpi, il secondo (un magnifico Gabriele Benedetti), con fare holliwoodiano rimanda ad un teatro del fare quotidiano, un teatro che mostri ed evidenzi i caratteri del mondo in tutte le sue sfaccettature e perversioni. La gara tra i due, a colpi di citazioni parodiche, finisce con il premiare il virtuoso Eschilo, sebbene la sua poetica sia quella che maggiormente viene dissacrata per poi esserne rivendicata l’importanza. 

E in che modo era possibile veicolare un tema così vicino alla nostra contemporaneità, e così lontano temporalmente, visto anche i continui riferimenti a vicende e nomi ben conosciuti nell’Atene del 405 a.C.?

La risposta sta tutta nella regia di Giorgio Barberio Corsetti. Una regia moderna, che ha preso in mano il testo di Aristofane e lo ha attualizzato più che poteva pur mantenendone un equilibrio, sia a livello linguistico (della traduzione bisogna essere grati a Olimpia Imperio) sia sotto il profilo dei costumi (Francesco Esposito), della sceneggiatura (Massimo Troncanetti) e perfino delle musiche. 

Perché il valore e il senso della poesia e del teatro sono temi ancora discussi e più che mai al centro delle discussioni odierne. L’impegno della classe politica nel voler sostenere l’arte e la letteratura o volerle occultare. Le motivazioni che stanno alla base di queste opposte strategie. L’invettiva contro un pubblico (o un popolo) propenso a dimenarsi tra sciocche faccende, dimenticando i valori più elevati, i diritti da difendere e i principi da trasmettere alle nuove generazioni. Come si può avere una comprensione critica di questa realtà dunque se il testo e il suo significato non sono prima di tutto fruibili?

E allora eccoli lì: le battute risuonano familiari, i costumi colorati e abbinati alle realtà più varie delle nostre stesse città, le musiche si rifanno a motivi vari che vanno dalla musica sacra alla contemporanea, dal rock al jazz, con le rane che cantano uno swing ridicolo e grazioso insieme, riproducendo un lavoro di elettronica sulle voci e di beat box, il tutto interamente cantato a cappella.

Le soluzioni finali, con l’utilizzo di strumenti video che consentono di godere di importanti primi piani, e l’utilizzo ancora una volta moderno ed intrigante di alcune marionette, consentono di avere un ritmo sempre teso e mai calante. 

La commedia si conclude e gli applausi risuonano per vari minuti. Il plauso è per tutta la compagnia, i nostri fari sono tutti per la regia!

 

Daniela Tralongo

"Anime Migranti": Ovadia e Incudine incantano Siracusa

In un Teatro Massimo di Siracusa gremito e febbricitante si è svolto lo spettacolo teatrale "Anime migranti" con protagonisti Moni Ovadia, Mario Incudine, Annalisa Canfora e una meravigliosa piccola orchestra ad accompagnarli, all'interno del festival Sabir. Lo spettacolo è in sé una profonda riflessione sulla memoria. In questi tempi dove in Italia predomina il dibattito sull'emigrazione e sull'accoglienza Ovadia e Incudine spostano il focus della riflessione sul tema della memoria. Lo spettacolo si snoda fra interpretazioni e canzoni che raccontano la storia degli emigranti siciliani, chi partiva con la nave per l'America, chi andava verso la Germania a lavorare nelle miniere di carbone, chi semplicemente partiva per trovare fortuna altrove, testi e canzoni che si interrogano e rispondono su cosa sia l'anima della Sicilia. Accorata e profonda la riflessione sull'anima dei siciliani che una volta emigrati, come insegna Verga, non possono far altro che continuare a guardare alla propria terra, la Sicilia, con una maliconia che si portano negli occhi e nel cuore in ogni istante di permanenza in altro Paese. Chi nasce in Sicilia se parte poi torna o sogna per tutta una vita di ritornarci.

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Statuario e composto Ovadia dona a chi lo guarda una sottile forma di certezza. I suoi movimenti e i giochi che effettua con la voce sembrano in ogni istante tranquillizzare il pubblico, donargli un'intriseca forza che si tramuta facilmente in coraggio, il coraggio di ascoltare con attenzione parole che non siamo soliti sentire nei massmedia. "Clandestino è chi ha perso la memoria!", tuona Ovadia quasi a fine spettacolo ed è lì che una corazza mi è sembrato si formasse nelle pareti esterne del mio cuore, come se avessi avuto da quel momento la certezza di aver compreso a fondo il senso di quel termine.

Mario Incudine è un fenomeno. Lo dice Moni Ovadia agli applausi, lo sento ogni volta che lo sto ad ascoltare. Quando canta la sua voce e i suoi testi disegnano parabole precise nell'aria ed arrivano dirette e chiare a chi ascolta. Le canzoni narrano storie di emigranti siciliani, cantano l'amore e l'odio per questa "amara terra, amara e bella", s'intrecciano con gusto e organizzazione ai testi interpretati da Ovadia, ma dove Incudine supera se stesso e s'incastona per sempre nei miei ricordi e sono sicuro anche in quelli del pubblico che mi circonda, è quando esegue il cunto. I cunti siciliani, sono un'antica tecnica dei cantastorie che tramandavano oralmente le vicende più importanti della storia della Sicilia e sentire Mario Incudine eseguirle stimola, a mio giudizio, sentimenti e sensazioni ataviche nell'animo di qualsiasi siciliano. Si muove qualcosa dentro di me che comprendo vada ben oltre le mie conoscenze e il mio modo di percepire quotidianamente la realtà. Come un'eredità, una memoria storica che il mio ipotalamo libera non appena viene stimolata dalla vibrante ed insensa voce di Mario Incudine e quando osservo i suoi movimenti, capisco che comprendere tutte quelle parole lanciate a velocità supersonica dalla sua bocca non serve. Sento che dentro di me si muove qualcosa di più profondo dell'apprezzamento dell'immensa tecnica di Incudine, io amo l'arte per questo.

A onor del vero, ho trovato eccelsi anche i musicisti con cui Incudine e Ovadia trovano un collegamento espressivo che percepisco vada al di là dell'esecuzione, gli sguardi e i sorrisi che si scambiano durante lo spettacolo. Intensa, diligente e azzeccatissima anche Annalisa Canfora che incrementa il valore artistico di questa piéce con le note e il cuore di una donna senza la quale sarebbe stato come un puzzle a cui mancano diversi pezzi per completarsi. Meravigliose le immagini che passano alle spalle ed accanto ai protagonisti sul palco, splendiamente orchestrate in un gioco di proiezioni ben delineato ed armonico, un mapping inclusivo e mai invasivo che s'armonizza alla perfezione con la linearità della scena. Luci, musica, interpretazioni, immagini, tutto al servizio della riflessione, senza appesantirsi, con agilità e classe. Onore e gioia al merito. Da vedere.

Massimo Tuccitto

Una "magica" Tebe è al centro delle Fenicie al teatro greco di Siracusa

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Questa sera, nello splendido scenario del teatro greco di Siracusa, è andata in scena, dopo ben 49 anni dalla sua ultima rappresentazione, la tragedia “Fenicie” di Euripide, con la regia di Valerio Binasco e traduzione di Enrico Medda . Un mix di modernità e classicità, già a partire dagli abiti dei vari personaggi: la regina Giocasta (interpretata da una superba Isa Danieli) in un lungo vestito nero, come nero è il suo stato d’animo per la sventurata sorte della propria famiglia, così come racconta nel monologo iniziale, che risulta pieno di pathos; l’esercito della città di Tebe in uniforme moderna; Antigone (la giovane e talentuosa Giordana Faggiano) in un vestito giallo e una cascata di riccioli neri al vento, inizialmente un po’ tentennante, mentre alla fine della tragedia piena di pietas e di amore, di senso di giustizia e coraggio; Eteocle (Guido Caprino) in giacca di pelle nera e catene al collo, a cui si contrappone il fratello Polinice (l’attore Gianmaria Martini). A questa modernità, dimostrata anche nel linguaggio, spesso forte e incalzante, si contrappone il coro, rappresentato dalle Fenicie (da cui prende appunto il nome la tragedia), che richiama chiaramente all’antichità e si esprime in un linguaggio oscuro, pieno di riferimenti a eventi religiosi non sempre facili da comprendere. 

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La tragedia euripidea, rappresentata per la prima volta nel 410 o 409 a.C., tratta un episodio del Ciclo tebano e l'argomento è lo stesso dei “Sette contro Tebe” di Eschilo, l’altra tragedia messa in scena quest’anno sul colle Temenite: la reciproca uccisione di Eteocle e Polinice, entrambi figli di Edipo e fratelli di Antigone, che rivendicano, ciascuno secondo le proprie ragioni, il diritto di governare su Tebe. Vi è un chiaro accanimento del fato, degli Dei, la cui vendetta è inflessibile, mentre la speranza degli uomini, di tutti gli uomini, compresi quelli più potenti, risulta inutile. “Bisogna sopportare ciò che viene dagli dei”, afferma sconsolata Giocasta, la quale tenta invano di trovare una soluzione alla sciagurata contesa tra i figli, entrambi fieri e irremovibili nelle loro motivazioni e che, rifiutando qualsiasi accordo o compromesso, finiscono per correre verso un tragico finale. L’indovino cieco Tiresia (Alarico Salaroli), malconcio e trasandato con barba e capelli lunghi bianchi, interpellato da Creonte, fratello di Giocasta, afferma che l'unico modo di salvare Tebe è quello di sacrificare Meneceo (Matteo Francomano), il quale, nonostante l’opposizione del proprio padre Creonte, accetta il responso per la salvezza della patria e si uccide. Dopo un attacco fallito dell'esercito di Argo, Eteocle e Polinice si affrontano, dandosi vicendevolmente la morte; sui loro cadaveri la madre Giocasta si suicida; Creonte (interpretato da Michele Di Mauro), ormai nuovo re di Tebe, condanna Edipo e Antigone all'esilio, vietando la sepoltura del traditore della patria Polinice lasciandolo così in pasto agli avvoltoi e ai cani e ordinando di mettere a morte chiunque osi disubbidire a tali ordini. Nella scena finale, Antigone ed Edipo (Yamanuchi Hal), affranti e sconsolati, abbandonano Tebe, dirigendosi verso Colono. Splendida l’idea di accompagnare alla recitazione, fin dall’inizio, il pianoforte di Eugenia Tamburri, riuscendo a creare un alone di magia, scandendo i vari momenti tragici e aumentando di intensità il ritmo man mano che si accresce la tensione sul palcoscenico. 

Un’occasione, questa, per riflettere su temi di grandissima attualità e sulla complessità della psiche. Il teatro, infatti, si conferma luogo in cui è possibile occuparsi di umanità, rivolgendosi agli uomini di ogni tempo, del passato, presente e futuro, con loro tribolazioni, speranze, paure, che, alla fine, sono sempre le stesse.

Alessandra Leone

 

Debutto amaro dei "Sette contro Tebe"

Una guerra intestina. Di quelle che producono scompiglio, paura, dolore e smarrimento. Una guerra che ci ricorda le tante guerre a noi contemporanee. Questo è l’argomento della guerra di Eteocle(interpretato da Marco Foschi) e Polinice, la guerra dei Sette contro Tebe, la prima tragedia del 53° ciclo di rappresentazioni classiche, messa in scena oggi al Teatro Greco di Siracusa. Eschilo racconta la storia di una contesa fratricida, sfociata in una battaglia di riconquista della città di Tebe da parte di Polinice e di difesa della stessa patria da parte del fratello Eteocle, i due regnanti che ad anni alterni governavano la città ereditata dal padre Edipo.

I due arrivano allo scontro non appena l’accordo che avevano stabilito per esercitare il potere in città viene a mancare e Polinice rivendica i suoi diritti attaccando la sua stessa patria. Sulla distopia di questa relazione familiare si consuma uno dei temi esposti dal dramma. A questo farà seguito la domanda se sia più importante il rispetto per l’amore fraterno o quello per le leggi cittadine – nella scena finale, essendo morti i due re di Tebe, un nuovo regnante subentra al potere, e vieta di concedere a Polinice gli onori della sepoltura (con una trovata scenografica che riconduce alla memoria i campi di prigionia più moderni), divieto contro cui Antigone (sorella di entrambi) si oppone, ammonendo “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”, nonostante i tentavi del popolo di dissuaderla -. L’osservanza delle regole è un tema su cui la tragedia firmata dalla regia di Marco Baliani insiste in più momenti. E lo stesso Eteocle, incitando i giovani a combattere per difendere la città, rimproverando Antigone perché teme lo scontro, per il suo palesare le sue paure dinnanzi al popolo e il suo voler appellarsi agli dei, le ricorda “l’obbedienza è la madre della felicità”.

Sono la paura, l’incertezza del futuro e le perplessità di fronte ai dittami imposti dall’alto, le sensazioni che più arrivano allo spettatore. Sorprendono gli artifici con cui queste stesse emozioni vengono veicolate. Perché il vero protagonista sembra essere il suono (le musiche sono di Mirto Baliani), che avvolge e circonda lo sguardo smarrito degli attori che avvertono le scorrerie dei nemici avvicinarsi. Quel suono che cambia, si fa ritmo tribale, per poi diventare un pianto ovattato di fronte alle lacrime versate per la morte dei due consanguinei. E gli attori, nonostante gli incidenti legati al mal funzionamento dei microfoni, accompagnano questo stesso suono durante l’intero spettacolo, standogli accanto, mimando sguardi che si rivolgono al di là della cavea. Il ritmo dei loro dialoghi è lento, sospeso fin tanto che la battaglia non inizia. Solo nello scontro evocato della guerra, cambia il registro. Il cambio d’abito, le movenze del combattimento, i fumi che avanzano dal campo danno una scossa alla vicenda. Gli odori ricreano gli ambienti di una città bruciata, di cui gli abiti dei combattenti caduti dipingono con i loro colori l’orrore della guerra e di ciò che ne viene dopo (ancora una volta la storia coeva ci viene in aiuto). Sullo sfondo troneggia la figura dell’imponente albero che si piega senza mai collassare del tutto, della natura a cui vuole affidarsi sin da principio la fragile e istintiva Antigone, impersonata da Anna Della Rosa, che si rivolge al suo popolo con un linguaggio volutamente materico.

Daniela Tralongo

I moderni Promessi Sposi stupiscono Catania

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Avete mai pensato di potervi fare delle grasse risate leggendo i “Promessi Sposi”? Questa è una di quelle reazioni che vagamente possono coinvolgere il lettore. Ma non lo spettatore. Non chi ha assistito ieri alla prima della commedia musicale “I promessi sposi. Amore e provvidenza” in scena al Teatro Ambasciatori di Catania. La compagnia “Poetica eventi” pur essendo di recentissima costituzione ha corso il rischio confrontandosi come primo esperimento con la realizzazione di questa trasposizione teatrale. La narrazione manzoniana, si sa, non è semplice. Si costruisce su un racconto articolato, in cui oltre alla trama, al travaglio dei protagonisti e alle psicologie dei vari personaggi, un ampio spazio è occupato dall’elemento storico con tutte le sue estrinsecazioni, dalle ambientazioni, ai sentimenti popolari, ai modus operandi perfettamente in linea con la cultura del tempo.

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Ciò che è stato portato in scena invece è stato altro. Perché se la trama è rimasta inalterata, se la gioia per il lieto evento e il dramma consequenziale agli ostacoli per la sua realizzazione sono stati gli stessi, se il viaggio dei due amanti è proceduto come da manuale attraversando altre città, perdendosi per poi ricongiungersi sul finale, non si è mai avuta l’impressione di assistere ad eventi distanti né sul piano temporale né su quello emotivo. I sentimenti che coinvolgevano i personaggi, erano riconoscibilissimi e attuali per l’epoca odierna: i dubbi sulla solidità di una giustizia che spesso tarda a fare il suo corso, la voglia di agire affidandosi alla vendetta privata, lo sconforto di due innamorati costretti a separarsi perché altro si impone lungo la loro strada, le sofferenze di un popolo martoriato che cerca di ribellarsi, incapace di agire come unico fronte contro chi abusa di lui e che riversa in scontri intestini la propria rabbia e disperazione. 

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Questo è quello che è stato fatto dalla regia del giovanissimo e talentuoso Alessandro Incognito, con l’assistente di regia Daniele Virzì e la supervisione della professionista Gisella Calì. Quello che è stato reso al pubblico è infatti la modernità del racconto manzoniano. E questo ha trovato conferma non solo nella struttura sequenziale delle vicende, che potevano essere snellite forse solo in rarissimi momenti, ma anche nella composizione scenografica (di Gaetano Tropea), semplice e perfettamente funzionale a evocare immagini di sfondo che si perdevano poi dinnanzi alla profondità del testo recitato e cantato.

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Le musiche (la cui direzione è stata affidata a Lilla Costanelli) infatti sono state un altro elemento straordinariamente riuscito, capaci di emozionare con la delicatezza delle voci e delle note e travolgere con ritmo incalzante nei momenti di più forte tensione. Il fattore musicale è stato il file rouge dell’intera rappresentazione, protagonista all’unisono negli assoli (in particolar modo di Renzo, Alessandro Incognito, Lucia, Maria Cristina Litrico, Cristoforo, Giuseppe Bisicchia, Gertrude, Grace Previti) e nelle fasi corali con eguale intensità. Accompagnato dalle bellissime coreografie messe a punto da Erika Spagnolo, la resa scenica è stata una sorpresa continua che amalgamava sapientemente l’emotività della scena mai banale, arricchita a tratti anche dall’uso di video mapping, con le azioni previste, dentro e fuori il palcoscenico. 

Lo spettacolo sarà in scena anche stasera e domani, e non possiamo non consigliarne la visione ai nostri lettori. 

 

Daniela Tralongo

 

"L'attore manifesto", la piece teatrale sul mestiere dell'attore

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Avola, 21 Aprile 2017. "L'attore manifesto" è un buono spettacolo.

In un Teatro Garibaldi quasi in Sold Out, tre attori, la scena ridotta all'essenziale, nessun impianto scenografico, tre sedie, solo la recitazione a dir tutto ciò che serve per descrivere il senso di questo gioco di teatro costruito da Corrado Drago, Elvio La Pira e Marcello Manzella, autori del testo oltre che attori, coadiuvati in fase drammaturgica dal proffessor Gian Paolo Renello.

La piece racconta il mestiere dell'attore, nelle sue fragilità, nella sua essenza, nella sua conturbante e ambigua unicità e lo fa con intelligenza e ironia. Gli attori si spogliano e si rivestono dei vari personaggi che dichiaratamente al pubblico interpretano. Entrano ed escono dai loro ruoli con agilità e una aggraziata comicità, che fa esplodere il teatro in fragorose risate con tempi e appuntamenti molto ben congegnati dai tre protagonisti.

Questo spettacolo è un orologio che funziona molto bene, i ritmi sono alti e tengono lo spettatore sempre pronto a una nuova risata. Dolce e a volte malinconica la satira sulla mancata possibilità di pagare un bambino per recitare nello spettacolo (sostituito per risparmiare da un bambolotto), divertenti e drammaturgicamente molto ben organizzati i discorsi al limite del surreale sulla vena Marxista dei film Disney. Che sia per la boriosa comparsa di un regista che poco sa di ciò che parla, ma tratta gli attori come imbecilli marionette o per la sfiorata lite fra un attore di esperienza e un novello attore che sottolinea l'importanza del battere le finali, che si ragioni dell'eterno dissidio su come vivere il rapporto col pubblico che i tre chiamano "coso" o che compaia uno spettatore arrabbiato da uno dei palchi del teatro, le gag si rincorrono e fanno trascorre il tempo senza nemmeno l'esigenza di riflettere sulla profondità di ciò che è detto sul palco. Un'ottima tecnica, le riflessioni tornano leggere in mente nella strada del ritorno verso casa.

La recitazione è la vera protagonista e i tre la onorano con diligenza e puntalità.

Mi colpisce più d'ogni altro Elvio La Pira, vero atleta della parola, gestisce suoni e ritmo con maestrìa e diletto. In una seria e posata dedizione, restituisce stati d'animo e grottesca energia con eleganza e virtuosismo. Corrado Drago è il cuore pulsante dello spettacolo, i suoi tempi sono perfetti. Sente il pubblico sulla pelle, lo studia, lo coccola e lo gestisce con abilità e totale amore. Il giovane Manzella palleggia bene con i suoi due più navigati compagni di scena restituendo e rilanciando con evidente e innato talento.

Avrei gradito più attenzione alle luci e alle musiche, un solo piazzato bianco e pochi interventi musicali a volte mi lasciavano la sensazione di uno spettacolo comunque in evoluzione, ma quando La Pira discute con Drago sul fatto che hanno scritto loro lo spettacolo per risparmiare sui diritti Siae, mi torna nuovamente tutto e accetto con garbo questa mancanza.

Da vedere. 

Massimo Tuccitto

Il mito a Catania, Jesus Christ Superstar

Catania – Sono le 17:40 quando si chiudono le porte dietro le sedie rosse e si spengono le luci. La chitarra inizia a suonare, accompagnando la voce graffiante che presenta la scena. È Giuda (bravissimo Feysal Bonciani). Da lì la crew anni ’70 si fa largo. Sono passati 46 anni dalla prima rappresentazione teatrale del musical Jesus Christ Sueperstar a Broadway, nel lontano 1971, comportando per questa prima versione 720 recite per 18 mesi con Ben Vereen e Bob Bingham, Samuel E. Wright, Anita Morris, Carl Anderson, Ian Gillan e Ted Neeley nelle repliche. Oggi il musical è ormai storia ed è tornato a far visita ai teatri europei da fine 2016, con un tour che ha toccato l’Olanda, il Belgio e in ultimo l’Italia. Diretto dal regista Massimo Romeo Piparo, per la produzione di Peep Arrow Entertainment, lo spettacolo messo in scena al Metropolitan di Catania dal 23 al 26 Marzo, è un successo (con grandissimo merito –ndr). La storia è nota, i costumi rispettano le aspettative fino ad esplodere in un vero e proprio scintillio di colori che lasciano stupefatti. L’impostazione pensata da Piparo funziona in tutte le componenti: l’orchestra dal vivo esegue con toni gravi e poi ascendenti le fasi della vita del Messia che vengono raccontate, partecipando alla costruzione e rendendo massimo il coinvolgimento del pubblico nella sofferenza dell’uomo che si sacrifica per il suo popolo e l’umanità tutta. Il mito costruito da Webber e Rice è sempre attuale per la forza della sua ragion d’essere: le dinamiche tra il popolo e chi lo governa. Ciò che viene portato sul palco è l’intramontabile senso di angoscia per un’umanità che in ogni epoca elegge i propri messia per poi mandarli al martirio. E si continua a morire perché altrove, in questa terra è deciso così. Il cast si muove con fluidità e professionalità tra gli ambienti scenografici in continuo cambiamento, che si caratterizzano per la sintesi delle nuove tecnologie in accordo con i passi dei Vangeli che arricchiscono il racconto e commentano la scena in atto, tra i dialoghi cantati in inglese. Se il rispetto della figura divina viene mantenuto nella sua staticità, emoziona la resa mimica di uno straordinario Ted Neeley, il Cristo originario del film del 1973. E con estremo piacere osserviamo la presenza nel cast di numerosi siciliani, tra cui Simona Di Stefano, straordinaria Maddalena a cui il pubblico non ha fatto mancare lunghissimi applausi ed una standing ovation.

Daniela Tralongo

"I Malavoglia" di Enrico Guarneri al Teatro di Noto

Nel 1881 viene pubblicato a Milano presso l’editore Treves uno dei romanzi più conosciuti dello scrittore siciliano Giovanni Verga: “I Malavoglia”. Una storia che affonda le proprie radici nella Sicilia ottocentesca, nella povertà, nella discriminazione sociale e nel valore della famiglia intesa sia in positivo che in negativo. E’ proprio all’interno di questa fitta trama che si svolge l’opera portata in scena da Enrico Guarneri insieme con Ileana Rigano, Rosario Minardi e diretta dalla regia di Guglielmo Ferro. 

L’apertura del sipario lascia la vista alla scenografia ideata da Salvo Manciagli, un allestimento curato nei dettagli che si adatta a rappresentare più luoghi, come la “Casa del nespolo” o la “Provvidenza”, sfruttando l’ escamotage della vela, e che vede come elemento principe il legno, simbolo inequivocabile di una quotidianità vissuta a pieno contatto con l’ambiente. La scena si apre con i componenti della famiglia Toscano di Acitrezza, la cui ’njuria (soprannome) per antifrasi è appunto i “Malavoglia”, raccolti intorno a Padre N’toni, personaggio cardine del romanzo interpretato magistralmente da Enrico Guarneri che ha saputo sviscerare la reale sofferenza di un uomo che vive inerme il proprio dramma familiare, cercando in tutti i modi di porvi rimedio senza purtroppo riuscirci. 

Gli attori con grande sforzo e bravura hanno lasciato trasparire il vero dolore vissuto da una famiglia in quelle condizioni, la disperazione di una moglie come Maruzza, interpretata con grande realismo da Ileana Rigano, che perde il marito in mare ed un figlio in guerra, o l’esigenza di N’toni, di andare via per cambiare la propria vita e quella dei suoi familiari, portato in scena in modo travolgente da Rosario Minardi.

Una così sofferta e realistica esecuzione del romanzo accompagnata dalle musiche di Massimiliano Pace ha senza dubbio creato un’empatia con il pubblico che ha apprezzato la messa in scena degli attori, senza distrarre mai gli occhi dal palco e premiandoli a fine spettacolo con un lungo applauso.

Non possiamo non notare una similitudine di costumi che ancora caratterizzano la nostra società con quella del nostro Verga: uomini, donne e bambini che con dignità lottano contro la povertà, contro i dissapori di una società che discrimina il più debole solo perché incapace di far fronte alle spese della vita, contro l’insana tradizione di chi giudica senza conoscere, contro chi insomma non sa e crede di sapere.

Enrico Guarneri ha sottolineato con la sua interpretazione l’onestà di chi ha voglia di riscattare la propria vita, non abbassando mai la testa anche di fronte le disgrazie, andando contro se stessi se vi è bisogno, e cercando di combattere per un obbiettivo comune, il bene della propria famiglia.

Una rappresentazione che fa riflettere e che lascia molti punti interrogativi su cosa sia veramente importante e cosa no, su cosa sia necessario ad un uomo e di cosa egli abbia realmente bisogno per sopravvivere, i soldi o la felicità di chi gli è più vicino.

Ottime le interpretazioni anche degli altri personaggi (Mena - Francesca Ferro, Donna Grazia - Vitalba Andrea, Bastianazzo / Avvocato Scipioni / Rocco Spatu - Rosario Marco Amato, Agostino Piedipapera - Vincenzo Volo, Mastro Turi / Don Michele - Mario Opinato, Zio Crocifisso - Pietro Barbaro, Lia - Nadia de Luca, Nunziata - Verdiana Barbagallo, Alfio Mosca - Giovanni Arezzo, Don Gianmaria - Francesco Abela, Alessi bambino - Gianmaria Aprile, Luca - Gianni Sinatra) che nell’insieme hanno dato l’impressione di essere un gruppo artisticamente affiatato e professionale.

Un ringraziamento particolare ad Enrico Guarneri che a fine serata, nonostante fosse provato dopo la faticosa interpretazione ci ha generosamente permesso di dialogare con lui, consentendoci di ascoltare da vicino le parole di chi fa e vive il teatro con professionalità ed emozione.

Antonino Lombardo

 

“Lo Schiaccianoci” – Una fiaba per bambini che conquista il cuore dei grandi

Il Teatro Bellini di Catania è di per sè un luogo stupendo, luminoso, che trasmette un senso di imponenza e di splendore artistico senza pari, lasciando percepire che da quel palco e da quelle mura è passata la storia della musica classica e del teatro internazionale. Sito al centro della città, il Teatro Bellini dispone di un’orchestra di 105 e un coro di 84 elementi e la sua sala è stata definita la migliore al mondo per l’acustica. Nel 1986 diviene Ente Autonomo Regionale e tra il 2002 ed il 2007 l’Ente diventa Fondazione. Sul suo palco sono state proposte, in prima mondiale, opere del calibro di “Norma” di Vincenzo Bellini o di “Kean” di Mario Zafred e si sono esibite personalità della musica e del teatro quali Vittorio Gassman e Maria Callas. Martedì 21 Febbraio, ho partecipato anche io alla storia di questo luogo insieme ad una buona fetta di pubblico catanese (per lo più adulto e alcuni bambini), alla rappresentazione di uno dei balletti più fiabeschi ed emozionanti mai ideati: “Lo Schiaccianoci”. Tratto da un racconto scritto da E.T.A. Hoffmann, e dal rimaneggiamento che ne fece Alexandre Dumas, il balletto è stato portato in scena con le musiche di Petr Il’ic Cajkovskij e le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. È una delle fiabe più belle mai scritte, ambientata durante la vigilia di Natale. Protagonisti sono Fritz e Clara, due fratelli, ed il Dottor Drosselmeier, amico della loro famiglia, il quale dona a Maria uno schiaccianoci, con le sembianze di un soldato, consigliando alla bambina di averne molta cura perché quello non è un giocattolo come gli altri. Durante la festa Fritz danneggia lo schiaccianoci e Maria, per non perdere di vista il suo nuovo giocattolo si addormenta con esso. Scocca la mezzanotte, la casa sembra essere caduta in un sonno profondo, quando nel salone dove si trova l’enorme albero di natale, fa la sua comparsa il Re dei Topi, intenzionato a distruggere i doni di natale e lo Schiaccianoci. Questo, insieme ai soldatini di piombo di Fritz, partecipa ad una terribile battaglia, nella quale il Re dei Topi viene ucciso e dalla quale lui esce ferito. Maria per salvare il suo amico, lo conduce nel regno dei giocattoli, un luogo incantato che sembra provenire da un sogno, dove incontra tutte le sue bambole, che hanno preso improvvisamente vita, e dove si renderà conto di essersi innamorata del suo amico Schiaccianoci. La storia si conclude la mattina di Natale, quando il Dottor Drosselmeier sveglia Maria dal suo lungo sonno, chiedendole se lo Schiaccianoci si fosse rimesso dopo il terribile scontro con il Re dei Topi. Maria sbalordita domanda a Drosselmeier come sia venuto a conoscenza delle sue avventure e lui le ricorda che sapeva che quello era un giocattolo magico e speciale, capace di prendere vita nei sogni della sua giovane amica. A raccontarla così sembrerebbe una semplice fiaba per bambini, ricca di magia ed avventure, ma quello di ieri pomeriggio è stato uno spettacolo pieno di fascino, di colori e meravigliose scenografie di Olena Gavdzinskaya e degli splendidi costumi di Nadya Shvets sia per adulti che per piccoli. Sebbene il Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa non sia stato impeccabile nella performance, questo non ha impedito al pubblico di apprezzare l’intero spettacolo. Ad ogni modo, i protagonisti indiscussi sono stati l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta per l’occasione dal maestro Boris Bloch e le due coppie di primi ballerini Maria Polyudova e Vladimir Statnyy, Elena Yelizarova e Andrii Pisariev. Gli applausi più scroscianti sono stati certamente per loro. Complimenti quindi al regista, all’orchestra, ai ballerini e alla direzione del Bellini per questo pomeriggio di sogni e avventure.

Francesca Brancato

Oscar Wilde ancora attuale. L’importanza della sua “onestà” al Teatro Sipario Blu di Catania.

Iniziamo dal principio. È il 1985 la prima volta che The importance of being Ernest va in scena a teatro a Londra. E il pubblico lo accoglie con entusiasmo. Negli anni a seguire questa è stata una delle commedie più rappresentate di Oscar Wilde in tutto il mondo. Sabato 18 e Domenica 19 Febbraio, l’Associazione Culturale Pensieri Riflessi ne ha proposto la propria versione al Teatro Sipario Blu di Catania. La storia è cosa nota, siamo nell’Inghilterra vittoriana, nella Londra aristocratica. Ad occupare la scena i protagonisti, Jack Worthing ed Algernon Moncrieff. Mr Worthing (nel cui nome si nasconde il primo gioco semantico, worth significa infatti “valore”) conduce una doppia vita, una in campagna in cui è un serio tutore di una giovine, Miss Cecily, e l’altra in città, in cui si finge Ernest (nome che ha affibbiato anche al fratello immaginario, motivo fittizio delle sue continue trasferte in città e punto nodale dell’intero intreccio tematico,in inglese rimanda al concetto di “onesto”, oltre ad essere nome proprio) e si dedica ad una vita di piaceri. Insieme a lui, l’amico Algernon prosegue una vita con altrettante scappatoie e bugie che lo conducono a dissipare le sue economie in atti di “bamburismo”. Tutto procede con regolarità, fino a quando sono costretti a rilevare ciascuno le proprie vere identità per riuscire a sposare le donne amate. In un perfetto gioco di scambi, nell’ultimo atto si verranno a sapere le vere origini di Jack, presentato al pubblico come un orfano e invece reale fratello di Algernon, a causa di un errore della governante che aveva perso il bambino appena nato. La trama, così come l’effetto comico, si ergono sugli scambi di battuta più che su cambiamenti scenografici o di azione. E al Teatro Sipario Blu questo si percepiva. Gli attori (Davide Marchese, Andrea Piccione, Maria Grazia Cavallaro, Flavia Angioni, Rossella Sorge, Paola Marchese, Alberto Pulvirenti, Alessandro Caruso, Giulia Maria Lolicato), seppur con qualche lievissima imperfezione, hanno rispettato appieno lo stile della commedia, riuscendo ad impersonare dialoghi a tratti paradossali restando imperturbabili e acuendo così l’effetto di risa. La regia pulita e ordinata della stessa Paola Marchese ha funzionato benissimo dal primo all’ultimo atto, così come le scenografie e i costumi scelti ad hoc hanno ricreato l’impressione delle mode e dei luoghi narrati. Wilde, che si era ispirato al modello delle well-made plays famose in Francia e in Inghilterra, ha scritto un testo in funzione dei dialoghi la cui genialità risiedeva proprio nel loro essere arguti, superficiali e brillanti allo stesso momento, con cui poter mettere in ridicolo gli aspetti più frivoli della società vittoriana che si muoveva nel rispetto delle apparenze. Ed oggi, non possiamo dire che sia cambiato poi molto da quel modello di società. Il pubblico che ha riempito letteralmente la sala, ha apprezzato la bizzarria di certe situazioni e riflessioni, ridendo con esse e non sentendole estranee.
Alla compagnia Pensieri Riflessi vanno i nostri applausi.

Daniela Tralongo

Il teatro underground in scena alla Borgata

“Questa è una storia, solo una storia” così comincia lo spettacolo “Murphy”, scritto e diretto da Massimo Tuccitto (Tu.Cci.), una storia bizzarra, un thriller ricco di suspense che scuote gli animi dall’inizio alla fine. Quattro protagonisti inseriti in un’ambientazione post apocalittica, nella quale gli uomini sono caduti in un lento ed inesorabile declino e le città si sono svuotate a favore delle campagne, i luoghi hanno cambiato nome e le persone diffidano l’una dell’altra, rivelando una strana e comune follia. Wili e Lara sono fratelli, vivono nelle campagne di Nuova Ella insieme allo storpio Murphy. Di lui non si sa nulla, tranne che non vede, non sente, e parla appena, pronunciando sempre e soltanto due frasi estratte da una vecchia filastrocca risalente ai tempi della guerra, che vedeva scontrarsi i Signori con i Clown. Tutto è molto strano, i ritmi lenti, le situazioni grottesche, un senso di inquietudine pervade la scena sin dal principio. I personaggi sembrano avere delle caratteristiche precise, si identificano subito: Wili e Lara fratelli, amanti, stretti da un legame forte ed ambiguo; Murphy inquietante ed allo stesso tempo indifeso. A rompere questa linearità arriva Mary Clo, una prostituta, orribilmente sfregiata, che prima della guerra faceva la ballerina di fox-trot. Da questo momento in poi si insinua il dubbio, Mary Clo rivela a Lara che insieme a lei vive un mostro, terribile, crudele, capace di azioni inconfessabili, lo stesso mostro che un tempo era suo amante, lo stesso che l’ha sfregiata per sempre e le ha rovinato la vita. Sulle note di “Guilty” di Al Bowlly avviene l’epifania di Murphy, lui sa di chi parla Mary Clo, sa perché è fuggita via terrorizzata e nelle fiamme del “battesimo” porterà con se quel segreto. Uno spettacolo interessante quello di Massimo Tuccitto, messo in scena in collaborazione con l’Associazione Culturale Godot. Un esempio di teatro contemporaneo, ispirato a Tarantino e Lynch, un genere di spettacolo che, di sicuro, non siamo abituati a vedere sul palcoscenico. La sala è piena, molti sono i giovani, che, a quanto ci rivela il regista, sono stati i più interessati e compiaciuti da “Murphy”. Un buon riscontro nel pubblico quindi, non solo per Tuccitto, ma per l’Associazione stessa, la quale si propone lo scopo di espandersi e divenire il punto di riferimento, non solo per il quartiere della Borgata, ma per tutti i giovani di Siracusa. Sita nella vecchia sede del Circolo Operaio Archimede, i locali dell’Associazione hanno precedentemente ospitato un giornale, una radio e il Circolo Arci della città, sembrava quindi destino che diventassero un “covo di idee e cultura”, come afferma lo stesso Tuccitto, che nei locali dell’Associazione tiene diversi corsi di recitazione per giovani attori e che ha in progetto di far partire una radio, che prenderà il nome dell’Associazione stessa. L’Associazione Culturale Godot è quasi un luogo segreto da scoprire, un centro vitale e pulsante, nel quale si fa arte e che vuole divulgare la cultura dell’arte stessa, rieducando i cittadini, ormai da tempo disabituati. Tutto questo però senza dimenticare le origini di quelle stanze, mantenute in vita da un gruppo di anziani, che ancora oggi si riuniscono per giocare a carte. Parlando con lui Tuccitto ci ha svelato di avere piena fiducia in Siracusa e nelle possibilità che la città offre e non ha intenzione di lasciarsi abbattere dalle istituzioni e dal disinteresse, affermando che “Il Teatro nasce con l’uomo e morirà con esso”. La nostra città si sta appena risvegliando da un torpore culturale ed ideologico che per troppo tempo ha avuto la meglio e, secondo il modesto parere di chi scrive, di proposte e di propositività, come quelle che abbiamo trovato nell’Associazione Culturale Godot, in Massimo Tuccitto e in coloro che hanno collaborato a “Murphy” (Desiree Giarratana, Valentina Lo Manto, Corrado Drago, Andrea Cannata, Alessadro Franzò), Siracusa ha bisogno, perché realtà come queste sono un esempio di come il teatro funzioni ancora, che di arte e teatro si può campare e che il folle vuoto che caratterizza Nuova Ella non ci ha ancora contagiati. Il mio consiglio è quello di andare a vedere “Murphy”, perché i brividi ve li fa venire davvero e perché vi lascerà piacevolmente sorpresi. Avete tempo fino al 24 febbraio.

Francesca Brancato

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RIAPERTURA TEATRO COMUNALE DI SIRACUSA: UN REGALO SPECIALE SOTTO L’ALBERO DI NATALE

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Sotto l’albero di Natale quest’anno i siracusani hanno ricevuto un regalo difficile da scartare, ma davvero speciale e molto, anche troppo atteso, addirittura da 57 anni: stiamo parlando della riapertura del teatro comunale, che dopo lotte, lavori che sembravano non finissero mai, interventi anche da parte dell’inviato Vittorio Brumotti del programma “Striscia la Notizia” e lo svolgimento nel 2013, pur non essendo il teatro ancora fruibile ,di uno spot televisivo degli stilisti Dolce & Gabbana (i quali hanno donato al teatro due lampadari di Murano posti oggi all'ingresso), finalmente riapre il sipario e si fa vedere nel suo meraviglioso splendore. 

Inaugurato nel 1897 nel cuore dell’isola di Ortigia, in quello che erano i preesistenti Palazzo Bonanno Filangieri dei Principi di Cattolica e la Chiesa e Monastero dell'Annunziata,il teatro comunale rimase in funzione sino al 1957. In tale data, dopo la rappresentazione de Il Trovatore di Verdi, de La Boheme di Puccini, de La Cavalleria Rusticana di Mascagni e de I Pagliacci di Leoncavallo, il teatro venne chiuso a causa dell'abbattimento del Palazzo Barresi, di fianco alla struttura. La successiva riedificazione del Palazzo Pupillo ha determinato gravi problemi statici e da quel momento il teatro ha cessato le sue attività.

Nel corso degli anni si sono susseguiti una serie di lavori di ripristino della struttura, degli arredi, degli interni e delle decorazioni, senza tuttavia giungere ad un reale completamento a causa delle difficoltà nel reperimento di finanziamenti. C’è addirittura chi la riteneva una struttura "maledetta", avendo avuto difficoltà per la sua costruzione e per l'apertura sin dal primo momento, poiché l'edificio è sorto su un terreno ecclesiale espropriato e costruito con pietre recuperate dopo la demolizione della chiesa e del convento. Il 26 dicembre 2016 è stata una data davvero storica, venendo finalmente inaugurata la riapertura del teatro con un concerto e un cartellone pieno di attività. La cerimonia di apertura ha riscosso, come c’era da immaginarsi, un notevole successo, accogliendo centinaia di visitatori in una delle sale più imponenti e sfarzose dei Palazzi del nostro centro storico. Un luogo magico, affascinante, tra dipinti con richiami classici, come Dafne in un bosco popolato da ninfe, dipinto da Giuseppe Mancinelli nella volta centrale , o le medaglie di illustri personaggi siracusani all’ingresso del teatro.

La programmazione di Gennaio 2017 è ricca di eventi mondani che spaziano dagli spettacoli teatrali ai recital musicali. Quindici gli appuntamenti: si è iniziato lunedì 26 alle 19 con il concerto di Natale de Gli Archi Ensemble e il coro Conca D’Oro del maestro Guzzardo, lirica e musica da camera proposta dai 40 elementi sul palco. Il giorno successivo alle 20.30 l’attore siracusano Enrico Lo Verso ha proposto il pirandelliano “Uno, nessuno, centomila”, visibilmente emozionato e commosso per la grandezza e l’importanza di quel contesto; il giorno di Capodanno ancora musica con un “Invito al valzer” del talentuoso pianista siracusano Orazio Sciortino. Tanti altri ancora gli spettacoli, tra cui la “Norma” di Vincenzo Bellini, a cura di Paolo Fresu e Orchestra Jazz del mediterraneo, direzione e arrangiamenti Paolo Silvestri. Per maggiori informazioni, cliccate su http://www.comune.siracusa.it/images/eventi/2016/mnfst_teatrocomunale_2016-17.pdf

Alessandra Leone

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FOLLIA D'UFFICIO: UNO SPACCATO DELLA NOSTRA SOCIETÀ

Cosa potrebbe succedere se un giorno il direttore generale di un’azienda, chiamiamola Starline, decidesse di fare un colloquio tra le sei persone più fidate del suo staff, i sei responsabili di settore, per far occupare la tanto ambita poltrona da Vice Direttore? E se, per puro caso, si scoprisse che tutto è già stato deciso, ancora prima dei colloqui, in una cena, in realtà non avvenuta perché il fortunato in questione, decisamente ipocondriaco, non ci fosse potuto andare all’ultimo momento per un banale motivo?

Gelosie, meschinità, rancori, egoismo, colpi bassi, invidia: questo e molto altro scaturisce dai colleghi di lavoro, che hanno caratteri completamente diversi, protagonisti della commedia “Follia d’Ufficio”, andata in scena il 19 e 20 novembre al teatro Sipario Blu di Catania, mettendo in luce piccole e grandi “follie” che possono (ahimè) accadere nei posti di lavoro, sorvolando su correttezza e sui buoni propositi. D’altronde i latini non dicevano proprio “homo homini lupus”( letteralmente "l'uomo è lupo per l'altro uomo")? E allora spazio a situazioni paradossali ed esilaranti espedienti per far apparire il prescelto, durante il colloquio, come una persona instabile e inadatta a ricoprire quel ruolo!

Gli attori Luciano Leotta, Salvo Gulisano, Andrea Piccione, Paola Marchese, Flavia Angioni, David Marchese, con la partecipazione straordinaria di Enzo Sasso nel ruolo del direttore che si collega con i suoi dipendenti tramite Skype, hanno rappresentato uno spaccato della nostra società odierna. Quella frazione più dura e pronta a tutto per un avanzamento di ruolo. O, magari, semplicemente, per salvare il proprio posto di lavoro. Alessandro Martorelli, con la regia di David Marchese, direttore della compagnia teatrale “Pensieri riflessi”, riesce con ironia e un certo humor inglese, a mettere a nudo la facilità con cui l’uomo cede alle più basse inclinazioni per raggiungere i propri obiettivi. Uno spettacolo esilarante e divertente, un pizzico surreale, ma allo stesso tempo reale, forse in alcuni tratti fin troppo realistico. Il prossimo appuntamento della stagione con l’associazione culturale Pensieri riflessi è “L’importanza di essere Ernesto” di Oscar Wilde, in scena il 18 e 19 febbraio 2017. 

Alessandra Leone

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GIOBBE COVATTA: VI RACCONTO LA MIA AFRICA

Non è semplice parlare con ironia, facendo ridere il pubblico e allo stesso tempo portandolo anche a riflettere su argomenti seri e delicati, come i diritti dei minori riconosciuti dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e il modo in cui questi non vengano sempre rispettati in Africa. Ci si deve muovere in punta di piedi, con estrema sensibilità e delicatezza. Giobbe Covatta, pseudonimo di Gianni Maria Covatta, ci riesce magnificamente nella sua “Divina commediola”, una versione dell'Inferno dantesco spassosa e divertente, toccante e piena di contenuti, andata in scena il 4 e il 5 novembre al teatro Donnafugata di Ragusa Ibla. La ricca stagione teatrale, diretta dalle sorelle Vicky e Costanza Di Quattro con la consulenza artistica dell’attore Carlo Ferreri, è iniziata con due sold out e con grande entusiasmo dei presenti. 

In questo viaggio esilarante, Giobbe Covatta/Ciro Alighieri (parente partenopeo alla lontana di Dante) è guidato da un Virgilio che è un ragazzino africano, il quale ci fa conoscere il suo Paese con le sue problematiche, i suoi bambini, i suoi luoghi magici, il cielo pieno di stelle, le sue tradizioni e contraddizioni, la mancanza d’acqua e di igiene, i piccoli ospedali, così come il gran cuore di questa gente, la loro semplicità e la capacità di stupirsi con poco. Due ore in cui il mattatore di Taranto si è scatenato, tra temi di attualità, battute sulla nostra società, aneddoti e la speranza di un futuro migliore. Covatta racconta al pubblico ibleo la sua Africa, conosciuta bene attraverso innumerevoli viaggi, del suo amore per un Paese in realtà poco conosciuto con i suoi bambini e le sue bambine, le quali subiscono violenze già ad 11 anni dai 100.000 italiani che ogni anno vanno alla ricerca di sesso facile.

Testimonial di Save the Children, l’attore e scrittore va molto orgoglioso della scuola creata nel 2001 a lui intitolata, per garantire un’istruzione ai più piccoli. Come racconta a noi di Notabilis, “è un privilegio per me poter parlare nei teatri e in televisione di argomenti a cui tengo particolarmente. Sono stato in Africa anche in situazioni rischiose, come quando in Ruanda c’era la guerra civile o in Sudan per il conflitto d’indipendenza nord-sud. Lo faccio sempre con curiosità, stimoli, amore e soprattutto rispetto per culture diverse dalla nostra. Noi occidentali non dobbiamo e non possiamo sempre partire dal presupposto che siamo sempre e comunque nel giusto!”. Dalle sue parole traspare ciò che sente. Tutto questo amore arriva al pubblico. Dritto al cuore. 

Alessandra Leone

 

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