Armonia e misura per I sei personaggi in cerca di autore di Michele Placido

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Già, mentre mi avvicino al teatro, vedo fila davanti ai cancelli, scorgo a distanza voci e volti giovani, molto giovani, sono scuole. Già alle diciassette il teatro è quasi tutto pieno, il pubblico è un misto di occhi curiosi e suoni di smartphone che ricevono notifiche e scattano foto. Qualche signora imbelletta il proprio animo discutendo di Placido in platea, poi la voce dall’altoparlante ci comunica che da lì a pochi minuti lo spettacolo avrà inizio, chi è restato senza posto si affretta a trovarne uno, il buio, si apre il sipario ed inizia lo spettacolo.

La scenografia mi piace, è semplice, ma molto appropriata, un tavolino con sedie che sanno di vissuto sulla sinistra, una vasca dorata e una scala a forbice sulla destra, sul fondale il teatro a nudo con i suoi ponteggi e le sue carrucole. Sono felice, è una buona scelta.

All’apertura della scena i sei personaggi fanno un’apparizione fugace con fasci di luce che li presentano per pochi attimi l’uno scomparendo all’apparire dell’altro. Anche questo mi piace, semplice e incisivo. Subito dopo in rapida sequenza fanno il loro ingresso gli attori della compagnia in prova, il direttore di scena, l’aiuto-regia e il regista. Iniziano subito a mettersi al lavoro per provare il loro spettacolo che andrà in scena dopo pochi giorni. La scelta è stata di variare il testo di Pirandello mettendo a riposo il “Gioco delle parti”, ciò che aveva scritto l’autore. Nella visione di Placido la compagnia ha in prova uno spettacolo sul femminicidio, con annesso assessore al telefono che ha trovato data e finanziamento e una costumista che fa recapitare un abito di scena orribile fra le furie della prima attrice. Approvo a metà questa scelta, non tanto per la modifica al testo, perché adoro le attualizzazioni fatte bene e questa è ben riuscita, ma inizio davvero a scocciarmi che ovunque vada in qualche modo si parli di femminicidio, abusi sulle donne o cose così. Quando una cosa diventa troppo di moda perde di molti significati a mio avviso. Leggo comunque una buona dose d’ironia che mi risolleva l’animo critico.

Gli attori interpretati da Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, il direttore di scena Antonio Ferro ed il regista Silvio Laviano palleggiano con agilità fra di loro, la recitazione è pulita e chiara, lo spazio scenico è gestito alla perfezione creando, man mano che si snoda la vicenda, una grande armonia visiva fra tutti gli elementi in gioco. L’armonia mi mette a mio agio, mi rilassa e mi aiuta ad entrare presto nel meccanismo del gioco. Io adoro l’armonia.

L’ingresso dei sei personaggi è un altro elemento che mi aiuta a comprendere ancor meglio il codice di questa messa in scena, non c’è troppo mistero, non c’è troppa aspettativa non ci sono eclatanti cambi di atmosfera, i sei entrano quasi come entrasse chiunque altro. Il codice mi è chiaro, mi sarebbe piaciuto avere un brivido in più alla loro entrata, ma va bene così, è tutto chiaro, pulito, è un’ottima dote per uno spettacolo.

Michele Placido, che interpreta il Padre, cattura la scena con grazia e senza mai strafare, la sua abilità con la parola è notevole e i suoi cambi tonali sono molto affascinanti, è un grande attore ed è quasi superfluo ribadirlo.

La vicenda inizia ad entrare nel suo cuore con i personaggi che insistono ad essere rappresentati. Mi è molto piaciuta la scelta di un antico testo della tradizione siciliana, Sciccareddu di lu me cori, come canzone seduttiva della figliastra interpretata da Dajana Roncione, lei ha molta carica ed è bella al punto giusto, mai volgare, ma aggraziata e piena di energia cattura bene la mia attenzione per tutta la pièce, nell’arco dello spettacolo vibra un po’ troppo la voce, ma alla fine gli applausi più forti sono per lei. Guia Jelo, nei panni della madre, riesce sempre a sorprendermi per l’intensità con cui interpreta ogni ruolo ed anche questa volta conferma la mia condizione regalandomi il primo brivido sulla pelle. Anche Luca Iacono, il figlio, mi piace, mantiene un alone costante di mistero e dubbio, si muove con una fluida rigidità che mette in luce le sue doti, pochi movimenti, ma giusti ogni volta. La bambina e il giovinetto, i piccoli Paola Mita e Flavio Palmeri, mi regalano il secondo brivido, hanno presenza, sono veri.

La vicenda prosegue e la prima ora trascorre senza che quasi me ne accorga, è un buon segno, io sono uno che si annoia quando non si sente soddisfatto. Poi il ritmo cala quasi drasticamente e le pause fra una battuta e l’altra rischiano di ledere le buone sensazioni che fino a quel punto ho avuto, l’ingresso di Madama Pace, Luana Toscano, salva la signora seduta accanto a me dal mio continuo muovermi sulla poltroncina, catturando la mia attenzione. Calano dall’alto una specchiera e una tenda accanto all’appendiabiti e i cappellini che il padre aveva sistemato poco prima ed anche per questa scena la pulizia e l’ordine regnano sul palcoscenico di Placido. La scena che ne segue è davvero ben fatta con degli ottimi Tabita e Doria a recitar la parodia di loro stessi ed a essere derisi dalla figliastra, mi piace. Solo a questo punto cambia l’atmosfera creata dall’illuminotecnica. Le luci sono il perno della narrazione ed anche per ciò che concerne il disegno luci, mi ripeto, e dico: pulite. Avrei gradito qualcosa in più, ma solo per gusto personale, i giochi di penombre e l’educata presenza dei tagli e delle piogge, sono perfettamente in linea col codice dello spettacolo. Pochi e corretti interventi sonori, in linea col progetto: pulito.

La seconda parte del testo s’incastra fra le verbose intuizioni filosofiche di Pirandello, che Placido gestisce con classe e mestiere, ed il cuore della vicenda che ci porta al finale prendendoci per mano con la grazia che caratterizza tutto lo spettacolo.

Amo alla follia quando l’autore scrive un finale e gli interpreti lo rispettano e quando la figliastra corre via del palco verso la luce, le mie mani iniziano ad applaudire entusiaste, armoniche e “pulite”.

 

Massimo Tuccitto

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