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Ragusa: mostra "Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano"


  • Centro Servizi Culturali "E. Schembari" 56 Via Armando Diaz Ragusa, Sicilia, 97100 Italy (map)
adelmo e gli altri.jpg

orario apertura: 
dal lunedì al venerdì 9.00/14.00
martedì e giovedì 15.00/17.30


ADELMO E GLI ALTRI
CONFINATI OMOSESSUALI NEL MATERANO


La mostra
Centro Servizi Culturali
via Armando Diaz 56
Ragusa
4 dicembre 2017- 7 febbraio 2018


La ricerca è stata fatta presso l’Archivio di Stato di Matera, da Cristoforo Magistro. 
I materiali citati si trovano nel Fondo Questura, I Versamento, II divisione, Confinati.




Un progetto
Agedo Torino


Curato da Cristoforo Magistro




Con il patrocinio di:
AIPH associazione italiana di Public History


Promuovono:
Università degli Studi di Catania
Consorzio Universitario della Provincia di Ragusa
AGEDO RAGUSA
Associazione Archivio degli Iblei
Centro Servizi Culturali di Ragusa
Cliomedia Officina


info e prenotazioni
329 4924554
0932 682486
agedoragusa@gmail.com





Si è voluto dare il nome di Adelmo a questa mostra perché così si chiamava il più giovane - 18 anni - dei confinati dei quali si cerca qui di ricostruire le vicende. Si sarebbe potuto altrettanto a ragione intestarla a Giuseppe, morto probabilmente suicida a 22 anni - morto di omofobia come oggi si direbbe- oppure a Catullo, confinato per la seconda volta a 51 anni; oppure a uno qualunque dei ventinove protagonisti di queste storie. Tutte hanno qualcosa che le rende uniche. Si tratta di storie, inevitabilmente parziali, ricostruite soltanto sulla scorta delle carte di polizia e degli atti giudiziari, nella consapevolezza che la vita delle persone a cui si riferiscono fu più complessa e - si spera - serena di quanto risulta da quella documentazione. Il rischio che si corre in questi casi è duplice. Ci si può appiattire al modo di vedere le cose proprio degli organi dello Stato fascista; oppure, al contrario, guardare a quegli stessi fatti da una prospettiva troppo attualizzata lasciando in ombra le peculiarità dei tempi e dei luoghi in cui accaddero. Dato il carattere foto-documentario di questa mostra, si è qui scelto di esporsi sul versante di una visione giudiziaria, lasciando al visitatore il compito di meglio interpretare i materiali presentati. L’alternativa, in mancanza/attesa di una ricostruzione documentaria a più voci, sarebbe stata lasciare che l’opera del tempo e l’incuria degli uomini cancellassero ogni traccia di ciò che
quelle carte raccontano. Ma le vite distrutte di chi patì il confino e delle loro famiglie, ci interpellano ancora oggi dalla condizione di paria loro assegnata rivendicando il diritto di esser parte della nostra memoria. E ad esistervi con pieno diritto, come dettato dall’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge... 
E’ stato quindi per adempiere al monito di Primo Levi - Meditate che questo è stato - che vengono qui presentate le brevi biografie di ventotto maschi confinati nella provincia di Matera e quella di una tenutaria di casa d’appuntamenti per omosessuali che subì la stessa sorte. Si trattava di persone provenienti da ogni parte d’Italia, di condizione sociale prevalentemente disagiata, mediamente trentenni, condannate per lo più a cinque anni di confino, il massimo della pena, più di quanta se ne infliggesse ai mafiosi. Con l’aggravante che, a differenza di questi, non disponendo che del sussidio statale di 5-6 lire giornaliere, per loro fu difficile trovare un tetto e nutrirsi. Tutti i casi qui presentati riguardano inviati al “soggiorno libero”, vale a dire mandati nei più piccoli e isolati paesi della zona. A fine giugno del 1942 ne arrivarono una decina dalle colonie confinarie di Favignana e di Ustica trasferiti per far posto ai prigionieri di guerra.




Wars, conflicts, crisis, as main source of contaminations among cultures and languages:formation of new “boundaries” and new cultural and linguistic expressions. FIR 2014 Università degli studi di Catania cod. 7AA3F4




progetto grafico Giovanni Zardini.