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96100 Siracusa
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A PROPOSITO DI  CULTURA...

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MORIRE PER UN SECCHIO D’ACQUA

2022-09-20 15:37

Redazione

News, Sicilia, sicilia, siracusa, tradizioni, monti iblei, melilli, acqua potabile, guerra dell'acqua, storie, lavannare,

MORIRE PER UN SECCHIO D’ACQUA

Aprire un rubinetto d’acqua per bere o lavarsi è oggi un gesto naturale e spontaneo a cui non si dà alcuna importanza. È talmente insito nei nostri ge

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Aprire un rubinetto d’acqua per bere o lavarsi è oggi un gesto naturale e spontaneo a cui non si dà alcuna importanza. È talmente insito nei nostri gesti abitudinari e così naturale avere l’acqua in casa, che non riflettiamo su un bene così prezioso e a rischio esaurimento.

Nessuno si fa carico di risparmiarne le scorte, se non quando il problema si presenta in tutta la sua drammaticità e diventa di difficile soluzione. Solo allora ci si rende conto che "l’oro bianco" va salvaguardato dallo spreco sconsiderato che tante volte si fa (soprattutto nel mondo occidentale opulento e per niente affatto incline ai sacrifici necessari) per non prosciugare quelle falde acquifere che la natura ha donato gratuitamente all’uomo.

Non è da profeti di sciagure ipotizzare che, con questo ritmo, le immagini che vengono proposte dai social sulla sete nel sud del mondo al più presto potrebbero riguardare anche il mondo occidentale; fra l’altro già se ne cominciano ad intravedere le prime avvisaglie a causa dei cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il Pianeta Terra.

Eppure c’è stato un tempo in cui l’acqua potabile era un miraggio che spingeva la gente a lunghe file sotto la pioggia o il sole cocente estivo pur di avere un secchio di acqua putrida da portare a casa per poter soddisfare i bisogni indispensabili perché di prima necessità.

Nei mesi invernali molto piovosi, poi, era abitudine mettere i recipienti sotto le grondaie per riempirli di acqua piovana da utilizzare in casa per bere, lavarsi o cuocere i pasti.

Anche Melilli, nei secoli scorsi, era priva di acqua potabile e le poche cisterne esistenti lungo le vie principali del centro abitato fornivano una scarsissima e inquinata quantità di acqua, soprattutto d’estate, quando era possibile assistere ad uno spettacolo davvero insolito: la povera gente andava in giro fino a notte fonda, litigando anche fra loro, per avere qualche secchio di acqua.

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Infatti il sistema di approvvigionamento idrico, fino ai primi anni del secolo scorso, consisteva in un sistema di cisterne piene di acqua putrida sparsi per i punti nevralgici del centro abitato che venivano riempiti trasferendo l’acqua dalle vicine sorgenti, di cui è ricco il territorio. Dunque, nelle lunghe ore di attesa in fila, aspettando il proprio turno per poter riempire sicchi (secchi), quartare, bummuli e nziruni (tutti recipienti in creta di diverse misure), non era difficile che  scoppiassero risse fra le donne presenti, magari spalleggiate dai propri mariti anche loro in attesa per aiutarle a portare i recipienti pieni d’acqua a casa. Capitava tante volte queste risse finissero in tragedia, con il ferimento o l’uccisione di qualche persona presente sul luogo del litigio.

Uno di questi gravi fatti di sangue, purtroppo, successe a Melilli ed ebbe una forte eco sulle cronache del tempo.

L’8 ottobre 1893, un uomo venne accoltellato a morte alla fine di un animatissimo litigio, avvenuto in piazza Fonte, nei pressi di una cisterna, da dove veniva prelevata l’acqua che veniva distribuita ai cittadini.

Francesco Milardo (questo il nome della vittima) venne accoltellato a morte accanto alla cisterna, mentre con la moglie era in attesa di riempire d’acqua i recipienti, in presenza di tante altre donne che si trovavano in quella piazza, in atesa del proprio turno per riempire i secchi d’acqua da portare a casa.

La causa scatenante del litigio fu dovuta, forse, al fatto che un uomo, presente in quella stessa piazza, avesse rivolto pesanti apprezzamenti alla moglie del Milardo, una bella donna, che scatenò l’ira del marito e lo portò al mortale litigio. Il gravissimo fatto di sangue fu ripreso dalla stampa locale: il Tamburo, infatti, tramite il corrispondente che si firmava con lo pseudonimo L’Ibleo diede grande risalto al mortale litigio, titolando il pezzo Sangue per l’acqua: “Fa pena, si legge, vedere tanta povera gente sottoporsi a lunghi tratti di via, sovente malagevole, per procurarsi da bere. Non è poi a parlare delle liti e delle risse che senza posa vi si succedono. Gli amministratori idearono di fornire il paese d’acqua facendone portare con degli asinelli qualche ettolitro al giorno dalle prossime sorgenti” (Il Tamburo Anno XIV, 15 ottobre 1893).

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Fu un delitto che scosse la tranquilla cittadina iblea e che ebbe una vasta eco sulla stampa provinciale, perché “Morire per un secchio d’acqua putrida era certamente assurdo, ma ancora di più per una sanguinosa rissa provocata dalla sua scarsezza e dalle lunghe attese” (P. Magnano, Pizzaratti, un secolo d’acqua potabile a Melilli).

Una situazione, quindi, che metteva a rischio l’ordine pubblico, tanto da costringere il Prefetto di Siracusa ad intervenire e ordinare al Sindaco di provvedere, senza indugio, con ogni mezzo possibile per poter allontanare qualsiasi motivo e pretesto che potessero provocare malumori fra i cittadini.

L’omicidio scosse anche gli amministratori locali e li sensibilizzò affinchè fossero create per i cittadini condizioni igieniche indispensabili alla loro salute. Da quell’anno (grazie anche agli interventi legislativi di natura igienico – sanitaria messi in campo dal governo Crispi) la ricerca di soluzioni per fornire di acqua potabile il centro abitato di Melilli divenne il primo obiettivo da raggiungere; le diverse amministrazioni che si susseguirono in quel fine Ottocento, infatti, puntarono la loro attenzione alla soluzione del problema adottando una serie di delibere finalizzate al raggiungimento di tale importante risultato. Fra gli amministratori cominciò a farsi strada l’idea di costruire un acquedotto che potesse definitivamente risolvere i problemi igienico – sanitari e dare alla popolazione certezze di salubrità idrica (P. Magnano, cit.).

La fonte di approvvigionamento idrico venne individuata nella sorgente “Pizzaratti” di proprietà del Principe di Paternò, Pietro Moncada, che la cedette gratuitamente al Comune.

Questa sorgente, però, si trovava ad oltre 5 chilometri da Melilli e centro metri più in basso del centro abitato; per cui fu necessario costruire un ardito acquedotto che si sviluppava molto spesso in trincea scavata nella roccia. L’acqua, dopo un salto di 100 metri, attraverso un sistema di sollevamento meccanico, raggiungeva Costa Farina, dove era stato costruito un serbatoio ingrottato a galleria per essere, quindi, distribuita per caduta nel centro abitato: un progetto ardito per quei tempi, ma che alla fine risultò vincente.

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Il progetto prevedeva, anche, la costruzione di quindici cillitte (fontanelle) a getto intermittente, distribuite in tutto il centro abitato, necessarie a rifornire di acqua potabile i cittadini, le cui abitazioni erano prive di impianti idrici.; tri bbiviraturi (tre bevai) e un lavatoio coperto ppi trenta lavannare (per trenta lavandaie), che doveva essere realizzato nelle vicinanze dell’abitato e al termine della conduttura idrica principale.

La costruzione dell’acquedotto ebbe inizio il 10 luglio 1899, ma purtroppo non ebbe un iter facile, in quanto, a causa di lungaggini giudiziarie, venne interrotta per alcuni anni. Fu grazie alla testardaggine degli amministratori comunali del tempo e soprattutto del loro mentore, Sebastiano Crescimanno, che i lavori poterono riprendere e l’acquedotto poter essere costruito. Infatti, solo nel 1907, a distanza di 17 anni, poterono dirsi conclusi i lavori di costruzione dell’acquedotto, che venne inaugurato il 27 settembre dello stesso anno.

In attesa dell’inaugurazione dell’acquedotto, la piazzetta antistante il Palazzo Municipale venne abbellita con due vasche in cemento, contenenti due statue, anch’esse in cemento, rappresentanti due contadine (forosette) realizzate dall’artista Mario Moschetti, lo stesso che aveva ornato la fontana di Diana di piazza Archimede di Siracusa, opera del padre Giulio.

Le due forosette, fino ad alcuni decenni addietro, creavano uno spettacoloso gioco d’acqua per la festa del Santo Patrono San Sebastiano.

Per tale importante avvenimento vennero organizzati solenni festeggiamenti, ai quali parteciparono, fra gli altri, il Prefetto e l’Arcivescovo di Siracusa.

Madrina della cerimonia di inaugurazione fu Marianna Crescimanno, figlia di Sebastiano Crescimanno, l’artefice principale della realizzazione dell’acquedotto.

Per la stessa circostanza venne composto dal poeta Giuseppe Crescimanno l’inno “Esulta Melilli”, musicato dal maestro Francesco Paolo Lanza, che, a sua volta, compose la marcia “L’Acqua di Pizzaratti”.

L’eccezionale evento venne seguito dalla stampa, non solo provinciale ma anche regionale, che lo descrisse con dovizie di particolari. 

 

 

di Paolo Magnano

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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