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I LAUTARI: “FORA TEMPU”, LA VOCE DI DISSENSO SULLE INGIUSTIZIE SOCIALI

2023-02-13 14:55

Lucia Corsale

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I LAUTARI: “FORA TEMPU”, LA VOCE DI DISSENSO SULLE INGIUSTIZIE SOCIALI

I lautari in concerto al Teatro Garibaldi di Avola con lo spettacolo "Fora tempu"

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Lo spettacolo musicale de “I lautari”, esibitisi al Teatro Garibaldi di Avola in “Fora tempu”, ha offerto uno spaccato della Sicilia, di ciò che si contempla e di quanto, sottaciuto, si respira.

Inserito nel cartellone di eventi dalla direttrice artistica del teatro, Tatiana Alescio,  in collaborazione con il comitato di gestione del teatro, e patrocinato dall’amministrazione comunale – il sindaco, Rossana Cannata, e l’assessore alle Politiche culturali, Corrada Di Rosa, - “I Lautari”, ad andatura folk, hanno volteggiato  su testi vividi e coloriti, col cuore sempre in mano, perché lo spirito dell’isola è un gigante, a volte, travestito da nano. Scavando nelle ataviche grinze della nostra terra, dove l’onore è un valore  e l’ospitalità dell’omertà è sorella, “I Lautari” in un fitto dialetto catanese, la cui parola sconcia, mai triviale anzi acconcia, ci hanno restituito un tempo al passato, la Sicilia di oggi e il suo substrato.  

“Fora tempu”, la canzone che dà il titolo all’omonimo album, celebra un ritorno alle origini, l’abbandono della vita frenetica, lode e gloria a un’esistenza  poetica. E invece no, «ju sugnu falloccu, ju fazzu dannu qualunque cosa toccu», e invece no, «ju sugnu Giufà nun sacciu ‘a diffirenza tra minchiati e virità. Fora tempu, sugnu sempri fora tempu, ora lu fazzu, nun m’’aspittati s’’annunca nesciu pazzu».

Ma nel  repertorio de “I lautari” che,  vibrando nel solco della tradizione, virano spesso verso l’innovazione, c’è anche una miscellanea fra il dialetto siciliano e il ritmo brasiliano.

“Cori curuzzu" è un’ipotetica figlia «ca ppi li so biddizzi, fa meraviglia. Coru curuzzu miu, si’ bedda assai, di la biddizza vantu nun ni fai. Lu sulu ti curuna cu li rai, la luna ferma li viaggi soi, a-ll’acidduzzu cantari li fai. Ju fici a chista sula e nenti cchiui».

“Melquiades”, personaggio secondario di “Cent’anni di solitudine” il capolavoro di Gabriel Garcia Marquez, che segna il connubio tra musica e letteratura, è la società che ghettizza la libertà più pura. Melquiades è un vagabondo, nessun punto fermo, e neanche mèta, il suo chiodo fisso è il giro del mondo: «Sugnu figghiu di la terra e di lu mari, caminu ‘a notti e m’’accuccio di jiornu, m’haju furriatu tri voti ‘u munnu andata e ritorno. M’arruspigghiu tuttu lordu senza parole e sordu». Un canto che descrive la sua esistenza raminga di ogni giorno della settimana, tranne la domenica quando il canto lo lusinga. «‘A duminica m’assettu e canto e nenti mi po’ fari cchiù spaventu».

I testi dell’album sono stati firmati per lo più da Gionni Allegra e da Puccio Castrogiovanni due dei componenti del gruppo che include anche Marco Corbino, Salvatore Assenza e Salvo Farruggio. Una pagina di protesta contro le ingiustizie sociali e le convenzioni, la ricerca di soluzioni, e alla loro maniera: «Sant’Agata, tu ca si’ picciridda e santa vera, grapi l’aricchi e senti sta prjiera».

 

 

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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