Candida Luciano tra domande e realtà

Che cos’è la realtà? Quando venti persone si ritrovano insieme addossate alla ringhiera di un lungomare ad attendere il tramonto del sole sotto le onde, siamo sicuri che quest’evento naturale che concede da miliardi di anni repliche cadenzate verrà percepito allo stesso modo, copia conforme, da tutti i venti osservatori? Quando con il nostro smartphone immortaliamo un mandorlo in fiore e lo mostriamo agli amici, nessuno di loro potrà negare di stare osservando un arbusto risvegliato dall’imminente primavera, ma a nessuno di loro potrà essere negata l’autonomia di scorgere in un petalo, in un nodo del tronco, nelle propaggini dei rami una diversa e nascosta realtà, impercettibile dagli altri, che riconduce l’osservatore a una pagina precedente del suo cammino, per rifletterci sopra, o viceversa lo proietta verso desideri che attendono il passaggio dalla potenza all’atto. Così come Marcel Proust riaccendeva ricordi nostalgici inzuppando una madeleine nel the, la giovane fotografa netina Candida Luciano, protagonista della personale “Immobile indifferenza” alla Galleria Roma, usa il suo zoom ora come macchina del tempo ora come porta d’accesso invisibile verso infiniti mondi che ognuno deve saper scovare fra le sfumature dell’istante immortalato di una realtà solo in apparenza oggettiva. Il terzo occhio di Candida ha esplorato ruderi di pietra un tempo casolari, dimore disabitate nei centri storici, dove i battiscopa si sono ormai arresi all’umidità, gialle foglie adagiate sulla superficie delle pozzanghere alle quali non rimane altro da fare che lasciarsi dondolare da una lieve auretta. Il ruolo del comune denominatore lo copre una misteriosa figura di donna di bianco ammantata, presenza furtiva, eterea, ma non per questo discreta. Ci chiama anzi con frastuono ad inquietarci, interrogarci come davanti a uno specchio, e quella chiara e ignota figura riflessa altro non è che l’altro “noi”, quello che saremmo potuti diventare e non è accaduto, ma non per questo non potrebbe ancora accadere. Del resto, l’immobilismo è come il fondale marino: è l’ultimo stadio che possiamo toccare, prima di rinsavire e risalire controcorrente per riprenderci la nostra vita, destati proprio da un tarlo, benevolo, perché ci ha salvati.

Santi Pricone