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Anno 1837, il cholèra a Sortino. La ribellione popolare

2021-12-07 16:02

Mario Blancato

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Anno 1837, il cholèra a Sortino. La ribellione popolare

Il colera del 1837 in Sicilia: i fatti di Sortino e glie esiti della pandemia sulla psiche della popolazione

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La riforma amministrativa borbonica del 1817, dopo il Congresso di Vienna, aveva diviso il regno delle Due Sicilie in sette Province (chiamate Intendenze), Distretti e comuni. Dalla dominazione araba, invece, la Sicilia era divisa in tre grandi unità amministrative, chiamati in arabo wilayah (regioni amministrative): Val Demone, Val di Noto, Val di Mazara, fino al 1812.

Sortino (che aveva circa 7.300 abitanti) era stato classificato come capoluogo di Circondario, cui veniva aggregata la città di Melilli (circa 4.000 abitanti); questa riforma fu accolta con molta avversione da parte dei Melillesi, che aspiravano ad essere un comune autonomo (che avrà solo nel 1842).

Agli inizi del XIX secolo anche a Sortino era attiva la Carboneria, formata per lo più da artigiani, qualche singolo professionista, qualche civile impegnato, giovane che avevano riti, segni, nomi e simboli propri. I Carbonari si radunavano di nascosto nella casa di Francesco Celona. Il nome Celona fa pensare a quel Celona che intentò causa al marchese Pietro Gaetani, circa la legittimità del suo dominio sulla città di Sortino, città feudale, quale usurpatore del titolo di barone del Regno nel 1740. Ma il tribunale del Real Patrimonio aveva deciso diversamente: il marchese era legittimato al governo del paese, in quanto appunto il paese era per la sua storia, feudale e non demaniale.

Non conosciamo i nomi delle famiglie impegnate, ma sappiamo che quando nel 1820 scoppiò la rivolta degli ufficiali di Guglielmo Pepe, circa 200 sortinesi partirono ad Augusta per dare man forte alla città insorta. Il numero mi sembra eccessivo, ma certamente una presenza sortinese ci fu.

Sortino, agli inizi del secolo, usciva dal lungo letargo, o forse dal lungo incubo della dominazione della famiglia Gaetani, che dal 1477 governava ad libitum il paese, con una serie di gravami fiscali, che non consentivano a nessuno di emergere dall’indicibile miseria ed ignoranza crassa, cui era costretta dal governo borbonico. D’altronde la massima dei Borboni era celebre: «Il mio popolo non ha bisogno di pensare».

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G. Giarrizzo (La Sicilia moderna dal vespro al nostro tempo, Le Monnier 2004) descrive la società siciliana in tal modo: «La polarità dei due modelli, il tipo rurale e quello urbano, la Sicilia della capitale e la Sicilia del latifondo contadino, riproducevano la polarità di una società feudale a due classi: sopra stavano i signori, titolari di rendite, immersi nel torpore greve del fasto spagnolo; sotto, la base vastissima e miserabile dei lavoratori della terra. Troppo sottile lo strato del ceto civile per assurgere a borghesia, e differenziarsi dalla plebe cittadina di poveri impotenti, di domestici, di compiacenti procacciatori del vizio: una miscela pericolosa di miseria e di arretratezza, distruttiva del composto sociale che la alimenta e al tempo stesso eversiva del più avanzato corpo politico, di cui è parte». Non si potrebbe dire meglio.

Il caso di Sortino è emblematico in questa interpretazione. A Sortino non esisteva nessun nobile o di sangue blu (oltre naturalmente la famiglia Gaetani), c’era un vasto numero di persone che lavoravano per i Gaetani, un centinaio di lavoratori, che in qualche modo si sentivano privilegiati. Saranno poi questi che successivamente saranno chiamati "i cavallacci" per distinguersi dal resto del popolino, anche se il termine aveva qualcosa di spregiativo. Il resto della popolazione viveva del proprio orticello e della propria campagna, oberato però di una serie di tasse, di cui oggi si tenta a credere.

Ne cito le principali: tasse all’università (cioè al comune di appartenenza) per ogni tumulo o salma di frumento e per ogni salma di mosto, tanti tarì; su ogni pezzo di immobile, che si vendeva, tarì proporzionali alle dimensioni; per ogni barile di sarde o tonno, ogni quintale di ricotta salata, quintale di formaggio o di cacio cavallo, per il pesce, per il salnitro; per ogni sorta di bestiame, per la lana. Tarì a non finire. Ma il vero flagello erano le tasse che si pagavano al marchese, i c.d. diritti feudali, dazi e balzelli imposti con sfrenata licenza e brutale dominio: si pagava per il possesso della paglia, di ogni porco, per la vigna e ogni salma di terra; per ogni porta delle case; e ancora ogni vassallo che avesse due galline, una era per il marchese; chi vendeva vino doveva darne un quarto al marchese; e così per il pane, per il pesce. I pastori dovevano “i carnaggi” (capretti o agnellini) al Marchese ogni anno: per i massari il prezzo spesso si raddoppiava per le partite di olive (gabella di olio), abolito lo jus legnandi nei boschi; inoltre i sudditi di Sortino dovevano obbligatoriamente macinare nei mulini del Marchese, pagando in frumento il diritto di macina. I lavoratori dovevano zappare le vigne e coltivare le proprietà terriere del marchese gratuitamente, pena il carcere e multe pesanti.

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Una vera e propria schiavitù, tipica delle regioni meridionali, al Nord si viveva invece in un altro modo. La rivoluzione industriale aveva prodotto la nuova figura dell’operaio, che con la sua carica critica e con una fede eversiva, si mobilitava e chiedeva sempre più diritti, riscoprendo una sua coscienza di classe che con le straordinarie lotte costringeva i padroni del vapore a trattare e a riconoscere la dignità del lavoro.

A Sortino la fine della feudalità del 1812 (e di taluni balzelli gravosi) non aveva prodotto nulla di significativo sul piano del cambiamento di status, anche perché la riconferma dell’abolizione nel 1818 aveva comportato che una parte maggioritaria della terra feudale (la più importante e la più fertile) restasse al proprietario ed una piccola parte (la più sassosa ed arida) venisse consegnata ai comuni perché fosse divisa in quote da assegnare ai contadini senza terra.

E veniamo ai fatti del 1837, che segnarono una svolta nella storia del paese. Tanti studiosi si sono occupati della vicenda sortinese. L’ultimo il prof. Giuseppe Astuto, con il suo magnifico "Ottocento il secolo del Colera" (Sampognaro&Pupi, 2021). Ma il più attendibile studioso della storia del Paese, Sebastiano Pisano Baudo (nativo di Lentini, ex prete, grande conoscitori degli archivi di molti comuni della Sicilia) ha ricostruito le tappe principali di quell’annus horribilis.

Il morbus cholèra agli inizi del 1835 era sbarcato dal lontano Oriente, attraverso la Francia, a Napoli e da lì nei mesi successivi fino all’estate del 1837 si era insediato nella Sicilia, a Palermo, Messina, Catania e Siracusa, con particolare intensità: il 21 luglio del 1837, i liberali di Siracusa, guidati da Mario Adorno, avevano informato, attraverso un manifesto politico, i compatrioti siciliani, che il morbo si era rivelato uno strumento micidiale che, mediante la distribuzione del veleno, era stato voluto dai Borboni per ridurre il numero dei siciliani e piegare la resistenza dell’Isola. Ma l’untore, incaricato dal governo, era stato individuato nella persona di Joseph Schweitzer, un uomo di circo, francese, che aveva fatto ampia confessione. 

Anche a Sortino, che fino a quel momento non aveva avuto dimestichezza con il morbo, si diffuse un ampio momento di panico. Le notizie che arrivavano dai paesi non erano confortanti, anzi, servirono ad eccitare gli animi e a scaricare la tensione sociale alla ricerca degli untori. Nei momenti di paura, le sole voci di disperazione si trasformarono subito in follia e annebbiamento della ragione, perché prevalse l’istinto di sopravvivenza, spiegano gli psicanalisti. Tutto partì da una giovane donna, Lucia Magnano, soprannominata "‘a funciuta", che nella sua ingenuità aveva confidato ad alcune amiche che lei sapeva bene come si utilizzasse il veleno, perché l’aveva saputo da un suo amante, che voleva disfarsi della propria moglie. Come nella canzone di De Andrè la poverina, che faceva il lavoro di prostituta e che quindi non aveva un buon nome, si tirò addosso/L'ira funesta delle cagnette/a cui aveva sottratto l'osso.

Fuor di metafora, la folla inferocita la portò subito in prigione, credendo che l’avvelenatrice del paese fosse proprio lei. La poveretta il 6 agosto 1837 venne scortata fino alla grande montagna del paese (‘a sumagghia a Nina), dove prima del terremoto del 1693 c’era stato il cimitero e dove allora c’era anche una fornace, che serviva per la lavorazione della calce. Lì le fu detto con asprezza che se non avesse spiegato bene la trama del veneficio, facendo ampia confessione, sarebbe stata arsa viva e buttata dalla montagna. Terrorizzata da quelle parole, Lucia confessò tutto quello che i suoi accusatori volevano sentire: i suoi complici erano il sindaco, il cancelliere comunale, il cancelliere del circondario, il ricevitore del registro, insomma un po' tutti quelli che avevano potere e che erano collusi con il governo borbonico.

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Questo fenomeno sembra una ripetizione stanca. In quasi tutti i paesi della Sicilia, gli avvelenatori erano tutti uomini del regime o che comunque erano abbastanza privilegiati in una marea di morti di fame. Sembrava una replica delle jacqueries francesi, la nemesi della storia, con decine e decine di personaggi uccisi per odio e conflitto di classe, cieco, senza prove, figlio del pregiudizio sociale. Naturalmente, nel caos provocato dalla ribellione, si consumavano anche in modo spiccio tante vendette private ed esplodevano tutte le frustrazioni e i complessi più rancorosi. Il primo a essere invischiato in queste dicerie popolari fu Paolo Micalef, di Augusta, che veniva spesso a Sortino, perché aveva una relazione con una donna sortinese. La folla si mosse poi per cercare il cancelliere comunale D. Gaetano Magnano, fratello della badessa del Collegio di Maria, la quale, quando venivano a cercarlo, lo nascondeva in una fossa, coperta da una tavola, sulla quale la badessa si sedeva fingendo di lavorare. Poi andarono a cercare il ricevitore D. Salvatore Mortillaro e tale D. Pietro Ferrari, cognati, responsabili della Ricevitoria del registro: tutte queste persone furono portate nelle carceri del paese. Naturalmente le case di questi personaggi furono perquisite, alla ricerca de veleno, talora bruciate e messe sottosopra; nella casa del Mortillaro fu trovata una boccetta, il cui liquido fu fatto assaggiare a un cane, che immediatamente morì. Sembrava la prova certa dell’avvelenamento e della cospirazione. Per cui il Micalef ed il Mortillaro vennero subito fucilati e i cadaveri trasportati, straziati, per le strade del paese.

Allora il sindaco, scelto dal ministro dell’interno tra una terna della lista degli eliggibili, era D. Gaetano Silluzio, che secondo la testimonianza di Lucia, era uno degli avvelenatori del paese; anche lui, dopo il saccheggio della casa, fu portato alle carceri comunali. Tutto questo avvenne il 6 di agosto. Commenta il Pisano Baudo: «Per tutta la notte molto fu lo spavento, generale l’allarme e non si udiva voce se non plebea, né comando se non  di uomini ultimi della plebe, ed un continuo sparo di fucili». I termini plebea e ultimi della plebe fanno capire che la rivolta era capitanata dalle persone umili, dai braccianti o dai contadini, che si ribellavano contro chi aveva l’autorità del potere e non faceva nulla per alleviare le sofferenze; anzi, l’accanimento contro i funzionari indica l’avversione a qualunque forma di tassazione e di imposte feudali o comunali. L’indomani fu un altro giorno di stragi e di follia. Furono bruciati tutti i libri notarili, la povera Lucia fu portata nelle chiuse di S. Pietro e lì fu fucilata ed il suo corpo arso con le ristoppie infuocate. Si cercò ancora il cancelliere comunale, il D. Gaetano Magnano: stavolta la sorella badessa del Collegio non bastò a salvarlo, ma egli si rese lo stesso imprendibile, perché scappò, mentre il suo fondo di Cugno Angelo fu assaltato e il bestiame spinto altrove.

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Nel frattempo, il cappuccino Padre Angelo Santo, sacerdote rispettato da tutti e membro della Università teologica di Sortino, con in mano il Crocefisso si mise a predicare nel paese, invocando pace e armonia, mentre il simulacro della Patrona S. Sofia veniva trasportato nelle strade del paese. In effetti, qualcosa si mosse: come per incanto sembrò ritornasse in sé la maggior parte del paese e cosi ritornò ordine e quiete. Ma a partire dal 20 agosto con improvvisa virulenza irruppe il choléra, che nel giro di un mese fece circa 330 morti. Poi tutti furono sepolti a S. Sofia arrassu, fuori dall’abitato.

Quando arrivò il generale Del Carretto, Alto Commissario del governo di Ferdinando II, cominciò una violentissima repressione. Furono arrestati a Sortino 141 individui, di cui nel tempo 131 furono scarcerati per una forma di amnistia promossa dallo stesso Sovrano, (che non comprendeva però i capi e i promotori d tali sovvertimenti nell’ottobre 1837 e aprile 1838), mentre 10 furono giudicati dalle Commissioni militari. L’esito fu il seguente: vennero condannati Cesario Cannamela Strippo (24 anni), Vito Mangiameli Panuzzo (30 anni) Sebastiano di Mauro Colella (30 anni) Sebastiano Timonieri (26), Paolo Italia fu messo in libertà provvisoria, sorvegliato dalla Polizia, Gaetano De pasquale, fu ritenuto sotto custodia (2 anni), Antonio de Santis, D. Cosimo Baviera, D. Stanislao barone Augeri, e D. Francesco tabacco, non colpevoli.

Ancora oggi, nella parte esterna del colonnato della Chiesa del Purgatorio si legge una incisione, un numero, un anno (1837), sicuramente fatto da qualcuno per ricordare la sollevazione popolare o forse l’esito funesto.

 

 

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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