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Corso Gelone 116/C
96100 Siracusa
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Big-Data, fake news e controllo dell'informazione. Antonio Nicita e "Il mercato delle verità"

2021-12-23 16:33

Redazione

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Big-Data, fake news e controllo dell'informazione. Antonio Nicita e "Il mercato delle verità"

Un'analisi approfondita dei nostri tempi e di come i social media e l'informazione siano cambiate nel corso degli ultimi 10 anni

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“Il mercato delle verità” di Antonio Nicita è un lavoro prezioso, ampi e ricchi i temi messi a fuoco. Il ruolo di Commissario all’Agcom gli ha dato l’opportunità di cogliere episodi, intrecci, dietro cui si è venuto profilando un inedito gioco (una sorta di “squid game” informativo) in cui le (dis)informazioni – nel flusso ininterrotto di web/internet e Big-Data – hanno alterato la sfera pubblica, decretato la fine dell’opinione pubblica, rinviando al concetto di “post-verità”, al plesso politica/menzogna: classico tema filosofico-politico. Nell’universo web in cui siamo tutti immersi, dietro Fakenews e complotti si alimentano neopopulismI e forme di sovversivismo dall’alto, ma pasce anche l’ignoranza.

La fenomenologia socio-politica di inizio XXI° secolo ha aperto l’irreversibile passaggio dalla solidità sociale alla liquidità, indicata da Zygmunt Bauman. La globalizzazione, da una parte, e il web/social, dall’altra, hanno perturbato radicalmente la formazione della coscienza soggettiva. Prima di quella stagione, le relazioni socio-culturali e politiche vivevano i luoghi solidi dei corpi sociali di rappresentanza/mediazione (partiti, associazioni, sindacati, organi professionali, centri culturali), pur fragili nella loro già declinante solidità (la liquidità, latente, era in fase nascente), ma che costruivano orientamenti, percorsi conoscitivi, idealità. L’opinione pubblica (conformata da stampa, radio/TV) si svolgeva nella sua pluralità, divisiva o meno, in assemblee, convegni, manifestazioni culturali, politiche e/o sociali, ecc.: luoghi di “presa di parola”. In essi si discuteva e lì dentro si consolidavano orientamenti politici, sociali, idee. Ma non l’intero corpo sociale frequentava quelle “stanze”. Restava fuori l’altra fetta di corpo sociale, ma molto più ampia: quello che animava le “discussioni da bar” o alle “fermate del bus”, una realtà più ampia con le libere opinioni di tutti gli altri su tutto (non è che lo sciocchezzaio web nasca oggi! n.d.r.).

Tuttavia, la tenuta della rappresentanza e il flusso comunicativo tra quadro sociale e organismi collettivi (partiti, ecc.) assicurava ancora dinamiche di un riconoscimento tra parti pur agonistiche e le Istituzioni.

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È nell’irrompere della crisi finanziaria mondiale del 2007/2008 – il fenomeno del neopopulismo in Italia (e simili all’estero) nasce col Vaffaday di Grillo nel 2007 – che la liquidità è già cifra del nuovo tempo, mentre i corpi di rappresentanza politico-sociale evaporano via via. Sicché, da quei luoghi sociali, politici, associativi di partecipazione (non tali da racchiudere l’universo del corpo sociale), si trasmigrava – TUTTI – nel web, luogo di “telepresenza” e di immediatezza comunicativa, imparagonabile ai luoghi solidi di dieci anni prima. La crisi di legittimità delle classi dirigenti, di erosione delle forme di rappresentanza determinava, dentro inevitabili processi globali, il repentino fenomeno di una evaporazione della politica, al punto che i socialmedia eseguivano la presa in carico, diretta e puntuale, di tutti noi, catturando quasi integralmente la nostra vita, in un individualismo a-comunitario (senza comunità).

La navigazione nella rete ha immesso dentro un virtuale caleidoscopio illusionistico l’intero universo delle soggettività: sia coloro che venivano dai classici luoghi solidi di incontro, sia coloro che in quei luoghi non avevano mai messo piede, protagonisti delle classiche discussioni da bar, ormai, tutti a condividere relazioni dirette e immediate nel web. Non nasce forse da qui l’illusione di una salvifica “democrazia diretta”, come contrappunto definitivo alle forme di rappresentanza? In verità, saltava la distinzione dentro/fuori, interno/esterno, al punto che competenze e banalità, bias cognitivi (costrutti mentali, fantasie, fondate fuori dal giudizio critico, su percezioni errate o deformate o su pregiudizi) e conoscenza reale dei processi diventavano indistinti, entrambi legittimati nell’universo dell’infosfera. Tramontava l’epoca solida dei filtri selettivi. Web/social sono, oggi, il Panopticon che ha inglobato tutti noi, generando (con un'espressione azzardata) una biopolitica del virtuale. A parte il rancore – cifra accresciuta dal “vuoto di tonalità” (la parola scritta nei social) –, o la “manomissione delle parole” o lo scarto tra linguaggio e senso (Carofiglio, Zagrebelski), è così via via deperita la qualità dei percorsi di una conoscenza approfondita e vera dei fatti e della realtà e si è ridotto miseramente il punto medio di competenza intellettuale della società (cioè, la cultura): ciò che Nicita indica nel passaggio «dal mercato delle idee al mercato delle Verità».

Perché stupirci dei sondaggi del Censis con i dati sulla situazione sociale del paese? Dei 3 milioni per i quali, il Covid non esiste? Il 10,9%, il vaccino è inutile? Il 5,8%, la terra è piatta? E via dicendo! Certo, un elemento di irrazionalità che la paura del Covid ha anche alimentato. Ma da tale Panopticon – o Caverna di Platone – non ne usciamo, o meglio, lì dentro virtualmente ne siamo tutti catturati in una lotta incessante, nella quale si è anche aperto un gioco che muta di continuo perché s’è rovesciato il doppio volto del plesso Politica/Menzogna (tema che Nicita tocca con acribia), oppure FakeNews/verità, per cui le competenze sono svilite – o si equivalgono nel motto: “questo lo dice lei?” rivolto ora ai virologi, ora agli economisti, o agli storici, o ai neuro-scienziati.

Qual è il doppio legame o doppio volto Politica/Menzogna? Il Premio Nobel, Elias Canetti, offriva in "Masse e Potere" una plastica espressione «Il segreto è il cuore interno del potere». Ora, il gioco o l’uso del segreto (nella forma del “non-detto” o della “reticenza”) assicura, da sempre, al Potente, al capo di Stato/Leader, al gruppo di comando ogni mossa: anticipare una decisione, neutralizzare i giochi di altri, o muovere le proprie pedine. Ma oggi il web ha la potenza inaudita di consentire l’altro risvolto di tale doppia logica: l’uomo di Stato, il leader, le figure di potere autocratico, non solo giocano la carta del segreto o della reticenza, ma usano con spregiudicatezza l’alterazione della verità, immettendo falsità di dati, vicende e eventi, manipolando il circuito informativo, godendo di quel potere che consente di far crescere, approfondire e scavare nei Bias cognitivi, nei pregiudizi, nelle insicurezze, nel complottismo che fomenta e consolida fakenews.  

Non che nel lontano passato tale dinamica non abbia giocato un ruolo: potrei citare la diffusione dei  Protocolli dei Savi di Sion, tra il 1901-1903, che dalla Russia a tutto l’Occidente diffusero la prima forma di letteratura complottista contro gli Ebrei, alimentando un antisemitismo brutale che poi faciliterà Hitler nella sua tanatopolitica contro gli ebrei nella Shoah. Oppure le bugie, l’alterazione della verità, grazie a cui Bush e Blair hanno costruito l’argomento politico per invadere l’Iraq: un cul de sac, con cui facciamo i conti in un Medio Oriente, resosi più incandescente dopo l’epilogo della crisi Afghana, che segna il declino dell’Occidente, in un mondo acefalo e in tensione permanente. Non solo la “Bestia” su cui Salvini ha costruito con menzogne la sua comunicazione, ma quanto accade con l’hackeraggio internazionale – autocrati o gruppi informali – altera diffusivamente l’informazione nel web, sì che il cortocircuito tra Politica e Menzogna mette a repentaglio il rapporto tra libertà e verità, democrazia e informazione.

Chiudo su un punto delicato. Con l’elezione di Biden, dopo il sovversivo assalto al Parlamento americano da parte della folla armata, aizzata da Trump, abbiamo avuto una decisione senza precedenti: Twitter ha bloccato l’account di Trump per 12 ore, minacciandolo di un blocco permanente se avesse infranto di nuovo le regole, Zuckerberg ha deciso lo stop su Facebook e Instagram “indefinitamente e per almeno due settimane”. Qui c’è un problema di fondo, che è al di là e al di fuori di Trump. Nessuno assolve il sovversivismo dall’alto di Trump, ma qui abbiamo un problema. È inaudito che imprenditori privati (i colossi del Big-data che con il controllo dell’algoritmo disorientano e seducono l’intero corpo web) possano decidere chi possa parlare alla gente e chi no. Dovrebbe esserci un'autorità ovviamente terza, di carattere politico-istituzionale internazionale a decidere se qualche messaggio che circola in rete è osceno, come certamente sono stati quelli di Trump. Ma l’episodio pone un gigantesco problema politico-giuridico e ci mette di fronte alle contraddizioni del nostro tempo, una questione democratica gigantesca, di stress democratico di questa post-democrazia che è lo stato del mondo globale, investendo i fondamenti delle relazioni tra potere, autorità e forma democratica in uno scenario che sfugge alla presa di una auctoritas riconosciuta – figurarsi, di tutti noi! –, nella crisi delle leadership mondiali e nel pervasivo dominio della potenza economico-finanziaria e comunicativa dei Big-Data. Sino a quando, o meglio, come e chi, nel nostro mondo acefalo e nel declino di un Principio di auctoritas riconosciuta, potrà a saprà imprimere una regolamentazione giuridica internazionale che resetti il trittico informazione-libertà-democrazia a garanzia della nuova sfera pubblica mondiale?  

 

 

di Roberto Fai

 

 

 

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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