Intervista a Maria Grazia Bellia, l'insegnante che dirige in Lis

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La sua visione di didatta è racchiusa in un suggerimento da fornire agli studenti “sapersi riconoscere in ciò che si fa, trovare il coraggio di essere se stessi, crederci, studiare perché non si può prescindere dalla storia e dalla cultura, trovare una propria strada capendo se c’è qualcosa da dire e dirla” e “non intraprendere questa carriera se non si è colto profondamente quello a cui sei chiamato a fare: far crescere attraverso la musica in maniera armoniosa i cittadini del futuro come un vero e proprio impegno politico. Un’insegnate, d’altronde, agisce anche sul sistema delle credenze e delle convinzioni incitando l’autonomia del pensiero. Ognuno avrà il proprio credo pedagogico ma che ne abbia almeno uno”. Un consiglio che suona come la chiave della realizzazione personale. Maria Grazia Bellia è una docente catanese anticonvenzionale che da oltre vent’anni lavora a Roma e che non solo sa cogliere le buone opportunità che la vita le presenta ma che soprattutto sa crearle non ponendo limiti alla creatività. Ecco che anche l’insegnamento si fa arte. Apprendere può diventare un gioco bellissimo, imparare si traduce in un’esperienza emozionale tutta da vivere. Ed è grazie a quella capacità di inventarsi attraverso l’insegnamento, che nel suo caso non è un dovere ma una passione, che nascono, tra gli altri, i progetti del coro della Mani Bianche, primo in Italia e destinato ai bambini non udenti ma e il progetto del Coroscenico, una proposta teatralizzata ed inedita del canto, dove l’arte della musica e della messinscena si fondono a servizio dei più piccoli e non solo, una nuova didattica della coralità che promuove una buona pratica corale accessibile a tutti attraverso l’uso della voce e del corpo in movimento all’interno di uno spazio scenico. Bellia da insegnante-ricercatore ha operato e riflettuto intorno alle potenzialità offerte dalla musica d’insieme nel creare ambienti d’apprendimento inclusivi delle differenze sociali, psicofisiche e culturali. Con il coro “NoteinCantate” della SPM “Donna Olimpia” ha registrato per la RAI i canti della serie del cartone animato POKO. Attualmente è docente di Pedagogia della musica per didattica all’Istituto Musicale “Vincenzo Bellini” di Catania. 

Il progetto del coro delle Mani Bianche, il primo esperimento rivolto anche ai non udenti in Italia, quando nasce e come si sviluppa?

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Nasce a San Vito al Tagliamento nel 2010 poiché la signora Nonino, dell’azienda produttrice di grappa, che da tempo finanzia progetti culturali e lo stesso premio Nonino che da diversi anni, sin dal 1975, celebra le personalità dello sport, della cultura e dell’arte di tutto il mondo, premiò quell’anno Naibeth Garcia la musicista venezuelana che insieme al marito, Johnny Gomez, negli anni Novanta si pone il problema di comprendere come coinvolgere i bambini che per motivi fisici non potevano accedere all’uso dello strumento. Nel corso della stessa edizione il caso vuole che fosse presente anche Giovanna Marini, nota al mondo per essere stata maestra del celebre cantautore De Gregori, ma meno nota per essere la più grande ricercatrice di etnomusicologia in Italia che ancora oggi, all’età di 84 anni, conduce numerose ricerche in tutto il territorio italiano, direttamente sul campo, registrando i canti. Marini essendo una donna lungimirante, fondatrice della scuola Popolare di musica di Testaccio a Roma, mi aveva vista dirigere un coro di bambini ed utilizzare come ausilio alla memoria dei gesti con le mani che raffigurano e precedono la parola, veri e propri codici convenzionali. Mi propone così di dare vita al coro della Mani Bianche apprendendo la tecnica direttamente da Naibeth per poi riproporla a Testaccio. Nel frattempo, costituiamo un gruppo di lavoro composto anche da Laura Boccia, Isabelle Binet e Tullio Visioli ed impariamo quello che potevano in pochi giorni, tornando a casa impregnati dall’aria di gioia ma preoccupati per la responsabilità che ci stava affidando Giovanna. Seguiamo poi un corso di formazione sulla Lingua italiana dei segni con Mimma Infantino, per imparare a veicolare ad un pubblico di udenti e non udenti un canto utilizzando un’altra lingua. Mimma, anche lei siciliana di Agrigento, a sua volta impara la Lis poiché ha vissuto a Roma in convitto, ospitata dalla comunità sorda che poi inviterà a Testaccio alle nostre esibizioni. In pochi mesi è una vera e propria esplosione. Nell’idea iniziale il coro Manos Blancas nasce in Venezuela anche per contrastare la criminalità, con l’intenzione di includere tutte le disabilità ed offrire ai bambini un’opportunità concreta di inclusione. In Italia il coro è proposto in particolare ai non udenti, inoltre, nasciamo a Testaccio ma successivamente si verranno a comporre due scuole in base anche alla linea di pensiero che le contraddistingue e che tendono, in un caso, a seguire fedelmente il modello originario, nell’altro a differenziarsene. Grazie alla collaborazione di Mimma e Tullio e coinvolgendo anche Nadia Boccale fondiamo il Coro Mani Bianche Roma. Abbiamo quindi gestito la formazione dei ragazzi non solo per farli diventare bravi con i segni ma offrendo loro la possibilità di fare musica e di danzare. In realtà i non udenti sentono le vibrazioni e nonostante non abbiamo il concetto di ritmo riescono a vivere l’esperienza musicale. Un progetto nato grazie ad una concatenazione di eventi e che presto si è diffuso nelle scuole. Si tratta di un’attività rivolta a tutti, udenti compresi, ti esprimi utilizzando due lingue contemporaneamente e lavorando su diverse aree celebrali. La risposta dei bambini è di fascinazione totale perché in quella fase lavori nel silenzio. Ai concerti invece il coro delle Mani Bianche si esibisce con un coro che canta fornendo l’opportunità di svolgere un’attività normalissima.

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Tra le tappe più rappresentative in cui si è esibito il coro quale potremmo citare?

Beh, i nostri ragazzi sono stati invitati a Rosolini qualche anno fa, nel 2011, ricevendo, in occasione di uno spettacolo pubblico, l’accoglienza del sindaco che per loro ha rappresentato un momento di gioia e soddisfazione. Inoltre, siamo stati invitati anche alla trasmissione televisiva andata in onda su Sky, Italia’s Got Talent, dove siamo stati coinvolti da due semifinalisti che proponevano un brano interpretato in Lis. Un’emozione non indifferente.

Quali sono i canti che proponete e come avviene la traduzione?

Alcuni canti seguono il nostro gusto personale ed altri, invece, ci sono stati suggeriti dal coro che canta. Eseguiamo brani come Le tasche piene di sassi di Jovanotti ma anche l’Inno d’Italia. Quando si fa la traduzione non è mai perfettamente coincidente ad ogni singola parola, ma si tratta di una traduzione artistica che portiamo a termine ispirandoci alla Lingua dei segni. Questa scelta è dovuta anche ad una questione di eleganza. Sono diverse le variabili: bisogna stare attenti al procedere della frase musicale e sintetizzare i segni poiché numerose parole non possono essere tradotte. Alla traduzione lavora un esperto in Lingua dei segni, un musicista ed un non udente, che deve approvare il risultato finale. Un processo artigianale, cucito su misura, che segue la ricerca della poesia del segno. Si conclude quando le due componenti del segno e dei parametri musicali sono soddisfacenti.

Un coro rivolto solo ai bambini o che, in una fase successiva, ha saputo coinvolgere anche gli adulti?

Si sono appassionati molto anche gli adulti che ci seguono, ad esempio, quando ci siamo esibiti in occasione della Giornata mondiale del sordo, in piazza Venezia a Roma, hanno partecipato le comunità sorde provenienti da tutta l’Italia. Abbiamo inoltre lavorato per l’Ente nazionale sordi di Bologna e Modena, un modo per dire che il nostro lavoro viene ufficialmente riconosciuto.






Emilia Rossitto

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L'amore per la musica e la collaborazione con Ghemon: l'intervista a Wena

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Ti trascina, ti seduce, ti trasporta in un mondo fatto di sonorità calde. Ti rapisce per un attimo interminabile e lo fa con i suoi brani “Tomorrow” ed “Everything” ma anche con un repertorio che incarna e ben rappresenta i mondi speculari, paralleli e vicini del funky, dell’r&b, del jazz e del reggae in un tutt’uno perfettamente coerente. È Wena in arte, ma anche un soprannome che le era stato dato da ragazza, è la casertana Valentina Gnesutta. È la corista di Ghemon, il rapper e cantautore italiano che si è distinto nel panorama musicale per la sua versatilità e che con la sua performance di Sanremo durante la quale ha proposto il brano “Rose viola” ha incantato il pubblico strappando migliaia di consensi. Wena è un’artista eccezionale e lo dimostra anche durante una delle sue tappe siciliane (due nell’estate 2019) che ha avuto luogo in un locale del centro storico di Siracusa. La sua è una storia di determinazione e passione che trasmette attraverso il suo sguardo carico di emotività e sincerità. Siracusa l’ha ospitata, negli scorsi giorni, per la sua prima tappa in Sicilia, alla quale seguirà poi quella catanese. Sul palco è accompagnata dal pianista siracusano Gabriele Agosta, conosciuto sul territorio ma anche a livello internazionale e che ancora una volta si sa districare magistralmente al synth bass ed al piano ed organi. Alla batteria, invece, Vincenzo Boscarino, anche lui siracusano, vanta al suo attivo numerose performance dal vivo ed attualmente sta perfezionando la tecnica studiando al conservatorio Verdi di Milano, una vera istituzione dello scenario pop nazionale. Da “Summertime” a “Ain’t no sushine” passando per “Superstition”, i grandi classici rivivono in una versione dal sapore inedito accompagnati da una ventata di freschezza.

Rompiamo il ghiaccio provando a soddisfare una delle curiosità di chi ti segue in qualità di artista, com’è nato il nome d’arte Wena?

«In realtà non si tratta di un vero e proprio nome d’arte ma piuttosto di un soprannome che mi è stato dato da ragazzina. Gli amici, che facevano parte di una crew di rapper, insieme ad alcuni ragazzi che realizzavano graffiti e che frequentavo all’epoca, avevano tutti un “tag” ed un nome che li contraddistingueva, io invece no. In particolar modo due dei miei amici di allora, che oggi sono diventati dj famosi di musica techno ovvero dj Jeff ed Emis Chris ragazzi che suonano molto anche all’estero, mi avevano colpita per i loro nomi. Ero innamorata dei nomi Jeff e del fratello Joyce tanto che indagai e chiesi loro come mai i propri genitori in una città come Caserta avessero compiuto questa scelta. Mi spiegarono che i genitori si erano ispirati ad un film e che se avessero avuto una sorella si sarebbe chiamata Wena. Un nome che mi piacque moltissimo e così tutti iniziarono a chiamarmi Wena. Ovviamente, in quella fase non potevo immaginare che avrei fatto la cantante si trattava più di un gioco, di un divertimento».

La musica, una passione che ti accompagna da sempre…

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«Si, perché mio papà è un musicista, sia bassista che cantante. Sin da bambina ricordo che la casa era sempre piena delle note di Pino Daniele o di musicisti come James Brown, Otis Redding ed il grande blues, Same Cooke e tutti i più bei brani black. Il mio iniziale approccio alla musica risale ai miei 12 anni quando accompagnavo mio padre durante le sue esibizioni: così mi sono innamorata prima di mio padre e poi della musica».

L’incontro con Ghemon com’è avvenuto?

È avvenuto magicamente, ho aperto il concerto di Frankie hi-nrg a Caserta, poco dopo il dj di Frankie hi-nrg ed anche Frankie hi-nrg hanno contattato Ghemon perché a quei tempi, intorno al 2012, si frequentavano quasi assiduamente. Mi hanno proposta in veste di corista perché la mia performance era piaciuta ed in qualche modo li avevo colpiti. In quel periodo Ghemon aveva l’intenzione di ampliare il suo organico e così una sera mi ha scritto. Il punto è che all’epoca non lo conoscevo nonostante tutti i miei amici più stretti fossero suoi fan accaniti. Conoscendolo ho imparato davvero ad apprezzarlo ed adesso è uno dei miei cantanti preferiti e non lo dico perché sono di parte. Poco dopo quel contatto telefonico decisi di trasferirmi a Milano ed abbiamo iniziato un tour durante il quale ci esibivamo affiancati da dj Tsura, con il quale Ghemon era solito proporre i concerti in pieno stile rapper. Quello che mi colpì sin da subito di Ghemon è la sua capacità di essere davvero all’avanguardia. È stato uno dei primi, nel suo caso con l’album Orchidee, a volere anche la band sul palco e a trasformare a tutti gli effetti il risultato finale precorrendo i tempi. Di certo è stata dura anche per lui ma si è dimostrato determinato nonostante critiche e difficoltà. Dopo il mio primo disco abbiamo preso strade diverse per un po’ ma attualmente sono in tour con lui da oltre un anno e mezzo. La prossima tappa sarà il 16 agosto ad Avellino ed il 7 settembre a Potenza».

Cosa si prova a cavalcare l’onda del successo?

«Successo è un parolone, posso dire però che il vero obiettivo raggiunto è quello di potermi mantenere grazie alla mia attività di musicista. Un lavoro del quale si può anche vivere insomma. Poter dire che faccio la cantante di mestiere è la mia vera soddisfazione ancor più poi se ho anche la possibilità di interpretare dei brani che sono miei. D’altronde i propri brani diventano un po’ una sorta di “figli” dei quali prendersi cura. Una delle tracce alla quale sono più legata, ad esempio, si intitola My time, parla del “mio tempo” inteso come il posto che ho trovato nel mondo, un posto che magari prima era stato sempre per qualcuno. Oggi quel tempo è per me, anche se negli anni ho capito che si tratta di un posto da conquistare ogni giorno».

Il tuo percorso ha strutturato la cantante che sei diventata oggi… gli attuali progetti in cantiere?  

«Nel 2014 ho inciso un disco dal titolo “A part of me” (https://www.discogs.com/it/Wena-A-Part-Of-Me/release/7020854) con la band The Souldiers abbiamo fatto un tour in Italia e stiamo producendo il secondo disco. Nel frattempo, mi sono trasferita a Milano e qualche componente del gruppo l’ho perso strada facendo ma solo musicalmente parlando. Ora collaboro anche con dei musicisti milanesi che mi stanno aiutando ad incidere il nuovo disco che tra l’altro dovrebbe essere pubblicato a breve. Un progetto molto innovativo ed importante nato a Milano, invece, ha preso vita grazie alla collaborazione con una cantante, Alessia Macandalli. Abbiamo ideato i Soul Circus; ci esibiamo con un repertorio funk e soul non ancora di inediti ma stiamo lavorando anche su questo versante. La particolarità è che ad ogni show cambiano sia musicisti che i cantanti e veniamo accompagnati da una formazione di ballo. In totale l’organico è composto da 4 cantanti e 6 musicisti compresa una sezione di fiati, ricalchiamo cosi il modello del programma televisivo “Soul Train” molto in voga negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che con la musica ci si deve soprattutto divertire, anche noi cantanti d’altronde ci divertiamo ballando. Il progetto ha incontrato qualche resistenza iniziale, come è ovvio che sia, ma sta procedendo molto bene, è accolto con grande entusiasmo. Manteniamo viva la scena soul anche grazie alla forte passione che condividiamo».

La musica è un mondo in continuo movimento, a volte è difficile tenere il passo…cosa consiglieresti ad una giovane cantante che si approccia a questa dimensione e che la vorrebbe vivere come mestiere?

«Beh, ci sono diverse cose da dire a riguardo. Direi innanzitutto che la cosa più importante è studiare, io l’ho fatto tardi ma voglio aggiungere che non è mai troppo tardi. È molto importante, inoltre, avere un obiettivo e lavorare molto duramente per quell’obiettivo a prescindere da quale esso sia. Bisogna credere in se stessi perché tutti possiamo fare quello che vogliamo ma è dura. È il duro lavoro che ti ripaga. Credo sia indispensabile provare, ancor di più lo è sempre essere se stessi, non fingersi qualcun altro, consiglierei di porvare sempre a fare quello ciò che si vorrebbe realizzare, diventare ciò che si vorrebbe essere. Non è possibile essere qualcun altro».

 

Nelle foto Gabriele Agosta alle tastiere, Wena alla voce e Vincenzo Boscarino alla batteria.



Emilia Rossitto

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Lisistrata da Siracusa sarà a Cipro: l’intervista a Elisabetta Pozzi 

 

Elisabetta Pozzi

Vince contro la guerra, la più dannosa delle follie umane. Lisistrata, la fiera ateniese che ‘scioglie gli eserciti’, la geniale stratega delle pareti domestiche, piega gli uomini e ne sconfigge la natura bellicosa, incitando tutte le donne a un esemplare e ricattatorio sciopero del sesso. Si concludono oggi le repliche siracusane della “Lisistrata” di Aristofane nella sapida, colorata e ammiccante messa in scena diretta da Tullio Solenghi per la 55aedizione del Festival organizzato dall’INDA. Tra pochi giorni il debutto al Teatro greco-romano di Cipro dal 10 al 14 luglio. Nel ruolo della bella e fiera ateniese una grande protagonista e signora della scena italiana, l’attrice genovese Elisabetta Pozzi. Autorevole e carismatica, con eleganza e leggerezza, pur con la forza dialettica di un’arguta intelligenza, la sua Lisistrata muove i fili della commedia umana sul più piccante dei temi: il sesso.

“I questi giorni lo spettacolo ha preso il volo anche nella capacità degli spettatori di lasciarsi andare”, racconta la Pozzi, “È stato un bagno di energia e di entusiasmo. Abbiamo sentito il pubblico partecipare con grande divertimento ai risvolti amaramente ironici di un tema che, ahimè, riguarderà sempre l’essere umano. Diciamolo pure, Lisistrata nelle intenzioni dello stesso Aristofane è uno spettacolo popolare che muove anche corde basse. Alla prima c’è stato un pubblico di addetti ai lavori un po’ con la puzza sotto il naso e piuttosto ingessato. Lo dico bonariamente e trovo legittimo che ciascuno esprima un giudizio. Ma è stato bellissimo, e per certi versi sorprendente, assistere a un crescendo nella risposta divertita e coinvolgente”.

 

-       Dopo tante eroine tragiche, Lisistrata rappresenta per lei una novità.

“Sì, è la mia prima volta con la commedia a Siracusa. Trovo che la comicità sia più complessa da rendere rispetto al registro tragico. Fare ridere richiede un impegno quasi superiore: c’è molta tecnica e bisogna osservare rigorosamente i tempi. A questo si aggiunge che Solenghi voleva fare uno spettacolo popolare ma offrendo momenti di riflessione che, a mio avviso, hanno ancora più forza proprio perché immersi in questo circo, in questa sarabanda carnacialesca che invita alla risata crassa. Tutto in linea con lo spirito aristofanesco. Persino il cameo di Lopez, che si conclude con una telefonata all’autore, non ne tradisce lo spirito irriverente e caustico”.

 

-       Com’è stato lavorare con Tullio Solenghi e cosa avete concertato per il personaggio di Lisistrata?

Lisistrata 2019

“A Tullio mi lega una lunga amicizia. Il nostro debutto artistico al Teatro Stabile di Genova, stessa scuola. Poi abbiamo preso strade diverse. Questa è stata una splendida occasione per ritrovarsi e, per quanto mi riguarda, per fare un’incursione nella commedia sostenuta dalla sua esperienza e da una compagnia di attori formidabili. Ho apprezzato in Tullio la chiarezza del disegno registico, la volontà di sbrigliare le corde della comicità trattenendole però all’interno della volontà di far riflettere. E ci sono due momenti molto intensi, uno di Aristofane (il Coro sul tema delle navi) e l’altro nel finale (il testo di Simone Savognin), che mi hanno dato la libertà si trascorrere lungo una vasta gamma di registri. Lisistrata è una donna forte, una grande regista della Storia e del destino umano. Solenghi la immerge in una dimensione mediterranea e multietnica. Bellissima la trovata dei dialetti nazionali per rendere l’idea del panellenismo e le musiche”.

 

-       Donne contro la guerra è il tema di questo Festival.

“Ce ne vorrebbero di Lisistrate! Il potere rimane ancora nelle mani degli uomini, se si fa eccezione per le poche donne presenti ai posti di comando. La guerra è comunque un affare degli uomini, nasce da una spinta innata alla sopraffazione. Siamo quasi assuefatti allo stato di guerra, anche a livello del nostro quotidiano, anche senza l’uso di armi, nella contrapposizione sempre più violenta delle idee. Il conflitto è tra noi, sempre. E le guerre combattute in paesi apparentemente troppo lontani da noi, prima o poi ci riguarderanno. Non possiamo rimanere indifferenti, bisogna assumersi la responsabilità, per esempio, delle ondate migratorie dall’Africa legate al comportamento violento dell’Occidente benestante. La donna è portatrice di un pensiero di pace, perché la guerra ne uccide i figli. Penso sempre alla forza simbolica del corteo delle madri israeliane e palestinesi unite per fermare gli eccidi. Sono piuttosto scettica, non credo che la pace possa essere una condizione perpetua. Certo, è assolutamente importante parlarne, educare alla pace, esercitare l’intelligenza al servizio di attività costruttive. Il Teatro non deve smettere di lavorare in questa direzione, che è poi quella delle sue origini. I Greci sembrano aver detto tutto. Questo spiega il fascino, la grande potenza d’attrazione dei teatri di pietra e del repertorio classico. Davvero immortale!”.

 

-       Quali altri impegni la attendono?

“Peccato che, a parte il debutto a Cipro, questo spettacolo non preveda una tournée italiana. Sono certa che sarebbe stato un successo. A settembre inizierò le prove di “Hecuba” dell’autrice inglese contemporanea Marina Carr, con la regia di Andrea Chiodi, che debutterà al Teatro Olimpico di Vicenza e verrà ripreso a maggio del prossimo anno a Brescia. Poi mi dedicherò alla regia di “Viaggio al centro della terra” di Verne con Graziano Piazza nel ruolo di Axel. Quindi riprenderò la tournée di “Apologia” della Campbell, che farà tappa anche a Palermo”.

Giovanna Caggegi

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L’Elena di Livermore sarà all’Arena di Verona: l’intervista all’attrice Laura Marinoni

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«Senza retorica, è stata una delle esperienze più belle della mia vita». A parlare è l’attrice Laura Marinoni - applauditissima protagonista di Elena di Euripide diretta da Davide Livermore che ha inaugurato a maggio la 55a edizione del Festival del dramma antico dell’Inda -, a proposito della messa in scena di uno spettacolo visionario e innovativo destinato a segnare un punto di svolta nella storia delle rappresentazioni classiche. «Si è creata una felice alchimia tra due forze: da un lato un grande personaggio, quello di Elena, in un testo poco frequentato ma ricchissimo di sfumature, e dall’altro il genio di Livermore», spiega l’attrice che da qualche settimana ha fatto ritorno a Milano, «L’Elena di Euripide è una tragicommedia atipica che ha permesso al regista, a me e a tutta la compagnia, di “navigare” - è il caso di dire perché eravamo nell’acqua, in un flusso continuo di stili e di linguaggi differenti, con la possibilità di far sorridere, e a volte anche ridere, il pubblico. E non per effetto di forzature registiche ma per una cifra particolarissima dello stesso testo. In più, abbiamo avuto la sorpresa di un gruppo di attori fenomenale, un’energia bellissima tutta volta al lavoro di squadra. Livermore è stato il mago che ci ha chiesto fin dal primo giorno un impegno notevole - anche fisico per le dimensioni dello spazio di un teatro di pietra e per le temperature che abbiamo dovuto affrontare -, ma nello stesso tempo una gioia infinita ci ha accompagnati durante le prove e le repliche. Per me è stato un regalo grandissimo. Abbiamo avuto record di incassi, la gente ci fermava per strada, davvero un’occasione unica». 

  • Diretta per la prima volta da Livermore, come è stato l’incontro con il regista?

«È stato un colpo di fulmine fin dall’inizio. Non ci conoscevamo: io rischiavo con lui, lui rischiava con me, ma ci siamo subito trovati in questa grande voglia di giocare e di superare molti pregiudizi legati alla tradizione del dramma antico. Io mi sono affidata alla sua visionarietà, lui si è affidato alla mia esperienza. Ognuno ha messo sul piatto il meglio di sé ed Elena è volata in alto e ci ha unito moltissimo. Sono a Milano da qualche giorno e sento giornalmente i miei colleghi. Siamo sempre in contatto con Livermore anche se è in Australia. È come se si fosse creata una compagnia molto speciale, come se fosse nato tutto sotto una stella luminosa». 

  • Quali difficoltà erano legate al personaggio di Elena?

Elena  di Euripide, regia di Davide Livermore, foto di Franca Centaro

Elena di Euripide, regia di Davide Livermore, foto di Franca Centaro

«Era un titolo rischioso, sicuramente non considerato tra le tragedie più accattivanti. A una prima lettura superficiale, un’attrice non si aspetterebbe molto da questa Elena. Eppure, io che ne ho fatto tante di eroine tragiche, da Antigone a Giocasta a Fedra, devo dire che questa tragicommedia è difficile da dirigere e da interpretare, ma il fatto di aver osato andare fino in fondo nello stesso stile rivoluzionario di Euripide - che alla fine dei suoi giorni poco prima delle Baccanti inventa questa storia surreale -, ha portato freschezza e novità. È stata un’emozione particolare essere pionieri di uno spettacolo totalmente innovativo, non solo a livello tecnico, ma come idea di regia. Per non parlare della meraviglia, e anche della fatica, di essere in quello spazio d’acqua che è diventato il Nilo, il Mare, un luogo onirico, di sogno, in cui tutto può accadere».

  • Donne e guerra, il filo rosso di questo Festival.

«Il tema della guerra nell’Elena non è affrontato direttamente. Ma Euripide, attraverso questa favola, prende delle posizioni etiche e politiche precisissime. Pensiamo solo a quella meravigliosa battuta del Secondo Messaggero che dice: “Quindi siamo morti per una nuvola?”. Se quello di Elena a Troia era solo un fantasma, che senso ha avuto spargere tutto quel sangue? In un certo senso Euripide scagiona Elena, ridimensiona la responsabilità individuale, mentre vuole sottolineare l’assurdità di tutte le guerre dovute in ogni tempo più a motivi economici e politici che a pretestuose ragioni ideologiche. Un grande messaggio pacifista, veicolato in quest’opera soprattutto dal Coro. Inoltre, alla fine dello spettacolo, per un’intuizione del regista, c’è Elena diventata vecchia che si ritrova faccia a faccia con tutti i suoi compagni di scena (in un gioco di specchi tra realtà e finzione, tra attore e personaggio) e con lo sguardo li uccide tutti. Come a dire, vi abbiamo raccontato un sogno ma la guerra c’è realmente stata e sono morti tutti. Non a caso Livermore sceglie di chiudere con il canto straziante di una madre serba davanti al figlio morto. Per dire che la guerra è sempre tra noi, pronta ad azzerare il nostro mondo di affetti e il nostro stesso futuro. Un monito severo, ineludibile».

  • Quali saranno i suoi prossimi impegni?

«A settembre riprenderemo Elena all’Arena di Verona. Poi inizierò le prove di Arizona di Juan Carlos Rubio con Fabrizio Falco per Emilia Romagna Teatro, una storia quanto mai attuale sui conflitti al confine tra Stati Uniti e Messico. Quindi tornerò a due spettacoli che ho fatto al Teatro Franco Parenti di Milano, Cita a siegas di Mario Diament, e I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori dove interpreto la Monaca di Monza, per proseguire con il John Gabriel Borkman di Ibsen con lo Stabile di Genova diretta da Marco Sciaccaluga fino a fine stagione».



Giovanna Caggegi

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Pinocchio #storiadiunburattino - Intervista alla presidente di CMS Simona Gatto

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Manca ancora un pò ma l'emozione è tanta e fortissima. La prossima settimana, il 18 e 19 giugno, avremo l’occasione di assistere a tre musical in due serate serata di beneficenza dal titolo “Pinocchio #storiadiunburattino”, realizzate grazie al contributo dell'Associazione Promuove, dal Centro Musical Siracusano (C.M.S.), i cui proventi andranno all'Unità Operativa Complessa Oncologa Medica dell'Ospedale Umberto I di Siracusa, diretta dal dott. Paolo Tralongo. Grazie al piccolo contributo dei biglietti, infatti, si avrà la possibilità creare una cineteca all'interno della sala d'attesa dell'unità, messa a disposizione dei pazienti e dei loro accompagnatori durante la loro permanenza in reparto. 
Abbiamo intervistato la presidentessa e direttrice creativa del CMS Simona Gatto, la quale ci ha illustrato il progetto e le sue finalità.

Da dove è nata l’idea di rielaborare una storia classica, per grandi e piccini, come quella di Pinocchio? Quali sono state le ispirazioni e quale il messaggio che si è scelto di trasmettere?

Come ogni anno, in accordo con tutto lo staff dell’Associazione, valutiamo le opere musicali o i musical più adatti al programma che gli allievi hanno studiato durante l’anno accademico. Pinocchio è un cult ed è sicuramente una storia sempre attuale. E’ una storia che affronta i temi dell’adolescenza, dell’amicizia, dell’importante ruolo dei genitori, posti come la prima guida per la crescita dei loro figli all’interno della società. Il messaggio finale è molto esplicito ed è quello che Carlo Collodi, nel suo romanzo del 1883, racchiude in due parole: amore e cura degli altri. Due chiavi di lettura importantissime per accettare e risolvere le difficoltà della vita di ognuno di noi. 

Come mai si è deciso di devolvere i proventi degli spettacoli in beneficenza e per quale causa verranno destinati?

Tutto nasce da una proposta semplice, di rinunciare noi maestre ai regali che molto affettuosamente i genitori degli allievi ci rivolgono in occasione degli spettacoli di fine anno e di chiedere agli associati di devolvere quel piccolo contributo economico a favore di chi ha bisogno di supporto. Con questo stesso spirito, già negli anni precedenti, abbiamo aiutato tante associazioni e strutture del territorio siracusano. Quest’anno abbiamo deciso di dedicare la nostra iniziativa di beneficenza a favore dell’Unità di Oncologia Medica dell’Ospedale Umberto I di Siracusa, al fine di realizzare una cineteca all’interno del reparto a disposizione dei pazienti che attendono il trattamento chemioterapico e dei loro familiari ed accompagnatori. 

Lei è la presidente ed il direttore creativo del CMS – Centro Musical Siracusano. Ci può descrivere il lavoro svolto dal centro e raccontare un po’ la sua storia?

L’Associazione nasce nel 2011 con un progetto mirato a divulgare la cultura del musical a tutti i bambini e ragazzi dai 3 ai 20 anni. In particolar modo a formare la figura del “performer” ovvero un’artista completo, capace di cantare, ballare e recitare. Io provengo da una carriera artistica che mi ha vista impegnata come ballerina in Operetta e in diverse opere teatrali e musicali. Ho approfondito i miei studi conseguendo anche una laurea In Scenografi, puntando la mia attenzione sulle Arti Sceniche e la Storia dello Spettacolo. Nonostante fossi sempre lontana dalla mia città per lavoro, ho sempre custodito nel cuore il sogno di fondare una scuola in cui un allievo potesse mettere in scena tutte le sue emozioni non solo attraverso la danza ma anche tramite il canto e la recitazione. E cosi è stato. All’inizio non è stato facilissimo - lo ammetto - perché il Musical non era ancora molto presente nel nostro territorio, ma pian pianino, soprattutto grazie all’apporto professionale dei nostri collaboratori e insegnanti tutti, siamo riusciti ad affermare questo nuovo percorso artistico che oggi è molto richiesto. Ogni settimana ogni allievo affronta lezioni di recitazione, dizione, danza classica, danza moderna, Broadway jazz, tip tap, solfeggio e canto, oltre alla storia del teatro e del musical al fine di incrementare la propria cultura del Musical e dell’Arte in genere. Dal punto di vista tecnico dei maestri occorrono molta pazienza e attenzione, professionalità e aggiornamento continuo. Alla fine dell’anno accademico i ragazzi prendono parte all’allestimento di un Musical che metteranno poi in scena in un teatro della nostra città.   

Dall’inizio delle vostre attività avete riscontrato un aumento di interesse da parte del pubblico, che andamento stanno avendo i corsi e gli eventi da voi proposti e che tipo di impatto pensate di avere avuto?

L’interesse è cresciuto moltissimo anche grazie al fatto che Il Musical in Italia ha oramai conquistato il cuore di tantissimi spettatori di tutte le età. Ci teniamo a sottolineare che il performing non è un percorso semplice, in quanto l’allievo deve riuscire ad acquisire in maniera eccellente le competenze in tutte e tre le discipline (danza, canto e recitazione). Questo obiettivo richiede molta dedizione e precisione, alla pari di tutti i percorsi inerenti all’Arte. Anche se a tratti faticoso, crediamo però di aver centrato uno dei primi obiettivi che ci siamo posti sin dalla nascita dell’Associazione e cioè quello di offrire agli allievi la possibilità di arricchire il loro bagaglio culturale oltre a quello di creare una piccola comunità che utilizzi il linguaggio dell’arte come strumento di socializzazione e di confronto continuo. 

Quali progetti vi aspettano, a questo punto, per il futuro?

Prima di tutto ci auguriamo di poter fare sempre meglio nel sostenere la crescita, non solo artistica, dei nostri allievi piccoli e grandi tutti e delle loro famiglie. Come per ogni nuovo anno accademico, abbiamo programmato molti stages e masterclass per i ragazzi con professionisti del panorama del Teatro Italiano, proprio per permettere loro di ampliare la loro conoscenza teatrale. Durante i mesi invernali , oltre alla programmazione ordinaria delle lezioni, gli allievi saranno anche chiamati ad esibirsi nella sala teatro della nostra sede operativa. Questo farà si che i nostri allievi possano apprendere sempre meglio “l’arte dello stare in scena” oltre che dimostrare i loro progressi in campo artistico. I bambini, come i ragazzi, sono una continua sorpresa ed il loro modo puro di vedere le cose ci è di grande ispirazione ogni giorno. Non importa se il performer diventerà il loro mestiere della vita (noi ovviamente ce lo auguriamo), prima di tutto puntiamo l’attenzione nel far crescere questi ragazzi e bambini in modo sano, lontani dalla solitudine dei moderni social, con un linguaggio appropriato e vero, con il rispetto delle regole, con il principio della collaborazione e soprattutto con la piena consapevolezza delle proprie capacità. Tutte cose che torneranno loro utili un domani negli ambienti scolastici, universitari e lavorativi. 

Gli spettacoli si svolgeranno martedì 18 e mercoledì 19 giugno, presso il Teatro Città della Notte, alle ore 21:00.

Per info, prenotazioni e costi chiamare 329.6965107 oppure scrivere a centromusicalsiracusano@gmail.com

Francesca Brancato

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Tragedy OFF - Rassegna di musica e teatro a Siracusa

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SIRACUSA - Una rassegna tutta siracusana quella nata dalle idee di due giovani attori, amici e compagni di palco e che avrà luogo a Siracusa, nel corso dell’estate 2019. Parliamo di Tragedy OFF e dei suoi organizzatori Giancarlo Latina e Luigi Maria Rausa, entrambi provenienti dagli studi all’Accademia Filodrammatica di Milano, il primo siracusano il secondo palermitano, hanno ideato un ciclo di appuntamenti settimanali, in teatro e musica, collaterali e paralleli alle rappresentazioni classiche che si svolgono, come di consueto, al Teatro Greco di Siracusa.

Abbiamo parlato con Giancarlo Latina, impegnato contemporaneamente nel coro maschile dell’ “Elena” di Davide Livermor, in cartellone nella stagione 2019 del Festival del Teatro Greco di Siracusa.


Da dove è nata l’idea che sta dietro Tragedy OFF?

Tragedy OFF nasce dall’esigenza di proporre qualcosa di diverso al pubblico siracusano, amante del teatro e non solo, che oltre alle rappresentazioni classiche sembra essere pronto per qualcosa di nuovo ed “insolito” per i palcoscenici di qui. Il nesso con le tragedie greche resta ed è evidente sin dal nome della rassegna “tragedy” - tragedia - , ma allo stesso tempo è presente “OFF” che sposta il panorama teatrale della città verso autoproduzioni, dai temi sociali e politici molto forti. Parliamo di incontri settimanali, che si svolgeranno lungo tutta l’estate 2019, nella bellissima sede di Punta Maddalena. 


Il tema della rassegna è “viaggio e contraddizione”. Ci vuoi spiegare da che punto di vista?

Il tema del viaggio è un tema ricorrente il teatro, ma soprattutto è un tema attuale, che porta con sé numerose contraddizioni, dalle quali partono nuovi slanci e cambiamenti, il tutto accompagnato dalla poesia, nella sua forma più musicale. Anche la cornice di Punta Maddalena è legata al tema del viaggio, rievocando numerosi suggestioni storiche, attraverso il mare e il porto di Siracusa. Noi siamo contraddittori e il viaggio fa scattare queste nostre contraddizioni in positivo.


Di quanti appuntamenti parliamo?

Al momento sono in programma tre appuntamenti per il mese di giugno e altrettanti per i mesi di luglio ed agosto. Il primo di quelli previsti per giugno si terrà giovedì 13, a partire dalle 19.30. Parliamo di “Tripolis” di e con Dario Muratore, che  racconta la vita di una donna italiana, a cavallo  tra gli anni '20 agli anni '70 a Tripoli, allora sotto la dominazione italiana. Lo spettacolo si concentra sulla convivenza tra gli italiani e gli arabi e sul rapporto tra il colonizzatore e il colonizzato, provando a ribaltare la visione etnocentrica dell’occidente. Si ripercorrere il passato e si evoca il presente per comprendere, da un altro punto di vista, i conflitti contemporanei tra l'Io e l’Altro. Una forte tematica politica e sociale, tipica dell’ “OFF”, che secondo me arricchisce molto il panorama artistico siracusano.


Cosa è previsto per gli altri due appuntamenti di giugno?

Il 22 giugno sarà il turno della Faro Ensemble, con Alessandro Faro e la sua band, che proporrà una rielaborazione della tradizione, quindi molto forte sarà il legame con il territorio e la sua storia. Mentre, il 27 giugno, Paolo Rossi sarà protagonista della sua stand-up comedy “Dall’Eneide alla Jannacceide”, che, come si capirà già dal titolo, prederà spunto sia dal celebre poema epico, che dal lavoro del grande Enzo Jannacci. Una sorta di “recital all’improvviso”, come lo ha definito lo stesso Rossi. Di sicuro una grande occasione per poter apprezzare il lavoro di attori e performer, non del luogo, che arricchiranno sicuramente l’offerta culturale estiva di Siracusa.


Con questo nuovo progetto che tipo di riscontri pensate di ottenere dal pubblico?

Il progetto è rivolto a tutti i siracusani che amano il teatro e sono pronti per qualcosa di nuovo, alternativo. Le tematiche sono tematiche forti, che fanno riflettere e la messa in scena sarà molto coinvolgente, puntiamo a rompere la cosiddetta “quarta parete", vogliamo interagire con il pubblico, stimolarlo a pensare e a vivere il teatro. Centro, sarà senza dubbio un rischio, come per tutte le nuove proposte, ma dopo il successo che abbiamo ottenuto lo scorso anno all’apertura della struttura di Punta Maddalena, per la quale ho già curato alcuni incontri teatrali, penso di poter prevedere dei buoni numeri. 


Pensate di riproporre qualcosa anche dopo l’estate, magari il prossimo anno?

Probabilmente Tragedy OFF verrà riproposto nel corso della prossima stagione, in delle sedi diverse, che magari consentano di portare in scena ancora più novità. Vorrei che il format di Tragedy OFF venga mantenuto e che si inserisca, in maniera diffusa, all’interno delle attività fissa della città. 


Possiamo avere altre informazioni riguardo agli altri appuntamenti per l’estate?

Posso darvi qualche anticipazione. Per il mese di luglio sono previste due rivisitazioni, molto particolari: la prima riguarderà “Oceano/Mare” di Baricco; la seconda il “Don Chisciotte”. Mentre per l’appuntamento musicale abbiamo voluto attingere alla tradizione del territorio, con il cunto del palermitano Giuseppe Provinzano. Ad agosto, invece, saremo lieti di ospitare il cantautore Alessio Bondì, fresco del suo ultimo lavoro musicale. Sicuramente un appuntamento da non perdere.


Per informazioni e/o le (consigliate) prenotazioni potete rivolgervi a:

Cell. 339-7628301

Mail info@puntamaddalena.it 



Francesca Brancato

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Salvatore Ferlita racconta un Pirandello inusuale, nella nuova raccolta di novelle "Contro gli avvocati"

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È stato presentato il 16 aprile nei locali di Prospero Enoteca Letteraria a Palermo il volume dal titolo “Contro gli avvocati”, di Luigi Pirandello, pubblicato da 21 editore. Una raccolta di novelle che il professore Salvatore Ferlita ha sapientemente selezionato per fare sì che dell’autore siciliano venisse alla luce il suo volto nascosto o poco approfondito tra i banchi di scuola.


Come nasce, nello specifico, il volume?

Il volume nasce innanzitutto dall'esigenza di sdoganare un autore inflazionato come Luigi Pirandello, imprigionato in una specie di calco esegetico, cristallizzato in una lettura scolastica, banale, per certi versi mortificante. Si tratta di un gigante della nostra letteratura del quale diversi aspetti, soprattutto tematici, rimangono ancora in ombra. Basti pensare all'edificio sconfinato delle "Novelle per un anno": di solito si leggono sempre le stesse pagine, sulla falsariga di una poetica che è il frutto di semplificazioni ed equivoci. Di questo edificio sterminato rimangono stanze ancora da scoprire, per questo motivo ho deciso di raggruppare le novelle tenute insieme dal filo rosso del risentimento nei confronti degli avvocati, del loro mestiere. Prima di questo volume ha vista la luce "Racconti erotici", sempre per l’editore 21: un'altra raccolta di novelle, caratterizzate dall'atteggiamento morboso, contraddittorio riguardo alla sessualità.


Le novelle...un possibile pretesto per parlare di legalità e diritto tramite la penna di Pirandello, cosa ci comunica lo scrittore?

A proposito della legalità Pirandello ci trasmette una verità scoraggiante: nelle aule dei tribunali, negli studi legali la verità spesso viene capovolta, svuotata, i diritti di ciascuno calpestati. Gli avvocati e i procuratori svolgono un lavoro aberrante e diabolico, piegano la legge secondo il tornaconto, non raddrizzano mai un torto. Si tratta di un atteggiamento di scetticismo radicale, di pessimismo antropologico: probabilmente in Pirandello agiva il risentimento nei confronti del padre, che avrebbe voluto il figlio brillante avvocato e principe del Foro, come pure è possibile rintracciare in esergo non solo a Pirandello ma a tutti i grandi scrittori siciliani una specie di disposizione causidica, di capacità logica di spaccare il capello in quattro, che li porta a farsi avvocati di se stessi.


Pirandello un autore contemporaneo, quali le analogie con la nostra società?

Pirandello è uno scrittore attualissimo, siamo noi in ritardo rispetto alle sue posizioni. Il problema non è tanto stabilire cosa è vivo e cosa è morto di Pirandello, ma cosa è vivo e cosa è morto di noi rispetto a lui. Stiamo parlando di un autore che grazie al suo soggiorno in Germania è riuscito a sprovincializzarsi garantendosi una formazione mitteleuropea. L'incontro con la grande filosofia a cavallo tra fine Ottocento e primi del Novecento ha allargato la sua visuale, consentendogli di problematizzare il suo sguardo sul mondo e sugli uomini. Da qui il suo punto di vista corrosivo e profetico. Basterebbe leggere i "Giganti della montagna" per intuire la profondità della sua analisi, la capacità di rappresentare la società nei suoi scenari possibili. A teatro, soprattutto, Pirandello si mostrò coraggioso e impertinente: i suoi drammi migliori sono quelli scritti contro il pubblico, per farlo rivoltare, per liberarne i fantasmi dell'inconscio. Peccato che poi a scuola si parli soltanto di vita e forma, di maschera, di uno nessuno centomila, senza approfondire adeguatamente altri aspetti, come quello che riguarda il rapporto tra il potere e la letteratura, l'arte e la comunicazione di massa.


Per 21 editore prosegue la collana Nautilus, quale il prossimo progetto in programma?

Sul prossimo volume io e l'editore stiamo ragionando, a breve (diciamo così) scioglieremo la prognosi.



Emilia Rossitto

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"La Diva Simonetta, la sans par" - Giovanna Strano racconta il suo ultimo romanzo

La Diva Simonetta, la sans par non è solo un romanzo storico, si tratta del racconto di una vicenda che in maniera introspettiva indaga ma soprattutto racconta con sorprendente chiarezza e lucidità la figura di Simonetta Cattaneo, musa ispiratrice dei più grandi artisti del Quattrocento, tra i quali anche l’amatissimo Botticelli. Ed ecco che la sua autrice, la siracusana Giovanna Strano, riesce nell’impresa di dare voce alla storia di una delle figure femminili più conosciute ed apprezzate a livello internazionale con la sua carnagione ammaliante e i suoi lineamenti sinuosi. Al termine del volume è possibile riscoprire Simonetta nella sua interezza e per quella che è: una donna che accarezza le proprie passioni, si vede costretta a fronteggiare notevoli sofferenze, e che sa abbracciare la propria emotività. Si tratta di 200 pagine durante le quali è possibile lasciarsi cullare dalle vicende della Firenze di metà Quattrocento con la sua irruenza e le sue innumerevoli contraddizioni, scoprendo un volto nuovo ed intimo dei protagonisti che la animano. La scrittrice Strano, già dirigente scolastico, ha pubblicato saggi e manuali di preparazione, collabora con riviste specializzate e periodici di attualità. Già apprezzata per l’ultimo romanzo Vincent in love, edito da Cairo editore nel 2017, ci ha concesso di andare alla scoperta della sua personale visione di una Simonetta del tutto inedita.

Un romanzo che in seguito alla sua pubblicazione ha saputo riscuotere un notevole successo dopo un tour che lo ha visto approdare in Sicilia tra Siracusa, Noto, Modica, Ragusa e Catania fino ad arrivare anche a Milano e Bologna. Com'è nata La Diva Simonetta?

È nata prima in me la volontà di approfondire e studiare la figura di Simonetta Cattaneo grazie ad un dipinto realizzato dal Botticelli e che si trova esposto a Berlino. Si tratta della famosa Venere immortalata su di uno sfondo nero. I capelli biondi che la avvolgono spiccano ancora di più sullo sfondo scuro, dando vita ad un contrasto che colpisce per la bellezza e la dolcezza dell’immagine. A stupirmi, però, è stato anche quell’immancabile velo di tristezza che contrassegna l’opera. Da lì è partito il mio percorso di studi e di approfondimento al termine del quale ho scoperto la figura di Simonetta Cattaneo. Ho recuperato le fonti direttamente a Firenze ripercorrendo anche i luoghi dove lei è vissuta. Questo lavoro di ricerca mi ha permesso di portare alla luce una storia poco conosciuta che poi ho deciso di raccontare attraverso il romanzo. La prossima tappa di presentazione del libro sarà a fine maggio a Firenze alla Biblioteca delle Oblate.

Firenze è anche la città che viene raccontata nel romanzo, sarà una bella emozione presentare La Diva Simonetta alla Biblioteca delle Oblate?

Senza dubbio. Anche perché l’accondiscendenza da parte di ambienti di tale spessore è un segnale che il volume è stato apprezzato anche nell’ambito dove la storia di Simonetta e dei Medici è conosciuta. Per me sarà un onore essere presente in qualità di scrittrice siciliana che ha creato questo contatto con la città toscana.

Una narrazione che non è solamente storica ma che riesce davvero a cogliere gli stati emotivi della protagonista portandoci a tu per tu con il suo lato più intimo. Com’è stato possibile ricreare questo ritratto così particolareggiato di Simonetta?

Durante la stesura del volume mi sono molto immedesimata nel personaggio, un processo che è avvenuto in maniera molto più spontanea proprio perché si tratta di una donna. Pagina dopo pagina mi sono immedesimata in lei vivendo come se fossi Simonetta, vivendo le sue avventure e gli episodi più dolorosi. È avvenuta una forte identificazione con la protagonista; mi sono immersa nei luoghi dove lei è vissuta e ho lasciato che le opere esposte alla Galleria degli Uffizi mi ispirassero. Un coinvolgimento che vede l’intrecciassi della storia ma anche dell’arte e lo studio minuzioso delle fonti attraverso altri testi ed altri autori con i quali mi sono messa in contatto e che mi hanno permesso di fornire un fondamento reale alla storia. 

Durante il processo creativo si è dunque venuta a creare una forte empatia con la protagonista..potremmo dire che è dovuto anche a questo il successo del romanzo?

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Si, sicuramente. Si tratta di una vicenda che, per chi la legge, collega la storia di questa donna a vicende che vedono coinvolte anche le donne della nostra epoca. In fondo Simonetta è vittima di una società molto chiusa ed improntata ad un maschilismo tipico del Quattrocento. La forza di Simonetta sta nel fatto che nonostante il sistema sia pronto a schiacciarla lei riesce a contrastarlo con la sua personalità anche se poi morirà molto giovane all’età di soli 23 anni.

I lettori si sentono vicini a Simonetta?

I riscontri sin da subito sono stati molto positivi. I lettori mi hanno fatto sapere che hanno apprezzato la storia e che soprattutto si sono sentiti coinvolti da un punto di vista emotivo. 

La presentazione del libro finora, in alcune occasioni, è stata un vero e proprio evento dove scrittura e moda incrociavano le proprie strade con una sfilata di abiti ispirata a Botticelli. Com’è nata la collaborazione con la stilista Gisella Scibona?

Avevamo già collaborato in occasione del mio primo romanzo Vincent in Love e in seguito si è sviluppata un’amicizia. Dopo l’uscita de La Diva Simonetta la stilista ha realizzato un primo abito ispirato alla Primavera del Botticelli. Oggi siamo arrivati a tre capi che a loro volta hanno tratto spunto contestualmente da narrazione e dipinti. Quest’elemento ha riscosso molto interesse e c’è stato richiesto di ampliare il numero di abiti per delle sfilate strutturate che probabilmente si svolgeranno proprio a Firenze. Anche gli esperti di moda hanno apprezzato questa collaborazione che riesce a tutti gli effetti a catturare il lettore e lo spettatore su vari livelli. Trovo che coniugare la letteratura all’arte e alla moda sia un metodo utile per arricchire gli eventi con un valore aggiunto offrendo delle vere e proprie esperienze multisensoriali che coinvolgono diversi canali comunicativi. 

L'ultima domanda è d'obbligo: c’è già un nuovo romanzo in cantiere?

Si, c’è ma non posso anticipare troppo. Posso solo aggiungere che stavolta si tratta di un romanzo ambientato finalmente nella mia Sicilia, affronta l’arte da un punto di vista che finora non avevo esplorato e si arricchisce delle esperienze sensoriali che tanto mi piace raccontare attraverso la scrittura. Un vero e proprio tuffo nella mia terra.


Emilia Rossitto

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Alessia Zecchini ha conquistato un altro titolo mondiale nelle acque siciliane

Alessia Zecchini titolo mondiale apnea

«Milazzo è un posto che ho nel cuore», a raccontarsi è la pluricampionessa mondiale di apnea Alessia Zecchini. L’atleta romana venticinquenne ha instaurato con la Sicilia un rapporto speciale che porta sempre con sé. Una giovane e umile donna pronta ad offrire suggerimenti a chi come lei coltiva il sogno e l’ambizione delle competizioni sportive di apnea. L’abbiamo vista, ad aprile nella piscina comunale di Milazzo, conquistare il nuovo Record Mondiale CMAS di apnea dinamica senza attrezzi in vasca da 25 metri con la distanza di 193,01 metri, in occasione della competizione sportiva di apnea indoor 7a DugonCup. Un luogo, quello della Sicilia orientale, che Zecchini definisce molto familiare e che l’aveva vista protagonista di recente anche nel mese di settembre quando si era aggiudicata il record mondiale di apnea, con la specialità Free Immersion e 89 metri di profondità raggiunti proprio nelle acque di Capo Milazzo. Si tratta solo di alcuni dei risultati conseguiti dall’apneista che ama coltivare a 360 gradi la bellezza dell’apnea e la simbiosi con il mare che questo sport sa offrire.


Una distanza di 193,01 metri, ed un nuovo Record Mondiale CMAS di apnea dinamica senza attrezzi in vasca da 25 metri portato a casa, come ci si sente ad essere una pluricampionessa mondiale? Un'emozione che si rinnova ogni volta come fosse la prima?  

Vincere ogni volta significa non solo provare la gioia di fare un nuovo record ma anche sentire la gioia di essere soddisfatta della mia prestazione. Una gioia grandissima che si ripete ogni qual volta realizzo un record o riesco a portare a casa una bella performance come quella di Milazzo. È ancora più emozionante quando tutto questo accade davanti ad amici come i componenti del Dugongo team e Carmelo. Credo sia qualcosa di fantastico.


Le numerose competizioni alle quali hai partecipato ti hanno portata in giro per il mondo, eppure in Sicilia, in particolare a Milazzo, sei di casa. Aprile ma anche la penultima tappa nel mese di settembre che in quell'occasione ti ha vista conquistare il record di free immersion... tornare in Sicilia a distanza di pochi mesi cosa rappresenta?  

Milazzo è un posto che ho nel cuore già da parecchi anni. Ho iniziato ad allenare la profondità a Lipari con mio papà e nel corso degli anni ci siamo spostati verso Milazzo grazie al Dugongo team. Ogni qual volta io torni lì mi vengono in mente bellissimi ricordi. Ad ogni gara ho dato sempre il massimo ed ho portato a casa emozioni indescrivibili. Sin dalla prima DugonCup con 200 metri aggiudicati con delle piccole pinne di plastica e fino ad arrivare ai due record del mondo in profondità conquistati al mare a settembre: sono emozioni che si rinnovano ogni volta. Si tratta di un risultato conseguito in un’acqua, quella del mar Mediterraneo, che è molto più ostile rispetto ai mari caraibici. Sicuramente Milazzo è un posto a cui voglio molto bene e al quale sono affezionata.


Stima ed amicizia con il gruppo del Dugongo Team e con il suo presidente Carmelo Isgrò... anche in ambito sportivo è possibile fare rete e coltivare buoni rapporti? Qual è il segreto?  

Non c’è un segreto ma credo che spontaneità ed umiltà ti permettano di incontrare persone semplici e con le quali ci sia voglia di aiutarsi a vicenda e con rispetto. Questo è di sicuro quello che è successo anche a Milazzo con i componenti del Dugongo team con i quali siamo diventati amici e ci vogliamo bene. Abbiamo instaurato un legame profondo molto al di là del semplice rapporto necessario per le competizioni o che c’è tra organizzatore ed atleta. Sicuramente, però, riesco a ritrovare queste caratteristiche e questo clima in tutto il mondo. Ho amici un po’ ovunque poiché nonostante sia l’apnea uno sport individuale è molto importante l’aiuto reciproco, il gruppo e il rispetto dell’avversario.


Ci vuole determinazione e perseveranza per riuscire a conquistare ottimi risultati, tu le hai entrambe, come le hai coltivate negli anni? 

Beh, sicuramente mi definisco una ragazza molto determinata. Quando ho iniziato a praticare l’apnea, a 13 anni, in pochi mesi ero già sicura di poter fare bellissimi risultati. Ci ho creduto e ci credo fino in fondo. Ci ho creduto anche negli anni in cui ho dovuto aspettare prima di competere. La perseveranza è data proprio dalla grande passione che mi trasmette questo sport. La gioia che mi dona praticare l’apnea, specialmente in mare, ma anche vivere l’oceano con altri occhi. Tutti aspetti che non mi pesano perché mi diverto quando mi alleno, mi piace l’apnea e mi piace dare il massimo.


Come hai superato i momenti difficili? 

L’apnea mi ha aiutata a superare molti momenti difficili nel corso della mia vita. Pormi un obiettivo e volerlo realizzare mi ha portata a poter superare anche le difficoltà e i momenti, durante i quali, ciò che vedevo attorno a me era buio. Sono giunta alla conclusione che se pensiamo in positivo riusciremo sempre a trovare la strada giusta. 


Cosa consiglieresti ad un giovane pieno di sogni, aspettative e voglia di fare che sta muovendo i primi passi in questo bellissimo ma difficile mondo delle competizioni? 

Consiglio innanzitutto di migliorare la tecnica. Si deve essere belli sott’acqua, belli ed eleganti come gli animali marini. Poi suggerirei di porsi degli obiettivi, di capire cosa veramente si vuole e soprattutto di crederci fino in fondo. Sono dell’idea che con una buona dose di impegno si possa raggiungere qualunque cosa e qualsiasi risultato si desideri ottenere.



Emilia Rossitto

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In cucina con Valeria Raciti, vincitrice di Masterchef Italia 2019

Valria Raciti - Amore curiosità istinto, la mia cucina felice

Amore, curiosità, istinto, la mia cucina felice è il nuovo ricettario di Valeria Raciti, la segretaria amministrativa di trent’anni che ha vinto l’ottava edizione di Masterchef Italia, programma televisivo andato in onda su Sky Uno e che ha visto tra i giudici Bruno Barbieri, Giorgio Locatelli, Joe Bastianich ed Antonino Cannavacciuolo. Valeria, di Aci Sant’Antonio (Ct), molto attesa nella sua Sicilia, ha presentato ieri pomeriggio, nei locali della Libreria Feltrinelli di via Etnea a Catania il volume edito da Baldini-Castoldi. Oltre 50 persone la aspettavano per saziare alcune curiosità ma soprattutto per complimentarsi con una giovane donna che, nel corso delle puntate, con la sua solarità è riuscita a tenere gli spettatori inchiodati davanti agli schermi. Emotività, cuore, ma anche spigliatezza e determinazione. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua esperienza all’interno di uno dei programmi tv di cucina più amato dagli italiani, e farci spiegare la sua personale interpretazione dell’arte culinaria e del gusto. 


La presentazione del ricettario finalmente a Catania.

Siamo partiti con un tour in cui siamo stati nel centro e nord Italia tra Roma, Firenze e Milano e finalmente abbiamo fatto tappa in Sicilia. Ovviamente, per motivi logistici, non sarebbe stato possibile programmare le tappe prima per evitare che si venisse a conoscenza del vincitore. Abbiamo comunque intenzione di continuare il giro dell’Isola e si proseguirà con la tappa di Messina. Sicuramente comparirà in calendario anche Palermo e vedremo se riusciremo ad arrivare anche in qualche altra città della regione. 



Il ricettario che tutti stavamo aspettando, cosa comprende?

Il ricettario comprende me dall’inizio alla fine, la mia terra con i prodotti tipici della Sicilia. In una prima parte viene fatto un focus su questi prodotti per dare anche la possibilità di renderli noti a chi non li conoscesse o a chi non possa reperirli fisicamente. Questi ingredienti saranno presenti anche all’interno delle ricette. Ho voluto riservare un posto a prodotti come la cipolla di Giarratana, il cencio di Pantelleria, ma anche il suino nero dei Nebrodi e prodotti più noti come il pistacchio di Bronte o il pomodoro di Pachino. 



Ricette che possono dare vita ad un menù completo e comprendono tutte le portate?

Si, assolutamente. Il volume è diviso in maniera classica con antipasti, primi, secondi e dolci. Poi abbiamo aggiunto una zona dispensa perché a casa cerco sempre di realizzare delle conserve o delle confetture, così come le olive sott’olio e in salamoia: un modo per dare a tutti la possibilità di fare le conserve a casa propria. Il testo si conclude con un invito a cena a quattro mani realizzato con i finalisti di Masterchef Gloria e Gilberto.



Più volte hai raccontato che per te la cucina è una passione ereditata dalla nonna.

Si, sin da bambina ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con mia nonna perché mia madre lavorava sempre e io rimanevo con lei a casa. Ovviamente mia nonna cucinava costantemente ed io la seguivo in ogni passaggio, in effetti, non ricordo mia nonna al di fuori della cucina.



Una di quelle nonne siciliane che prepara dei piatti da portare via per tutta la famiglia.

Assolutamente si. Da lì nasce la mia concezione di cucina. Quando mia mamma ci veniva a prendere e si tornava a casa stanchissimi, compresa lei dopo una giornata intensa di lavoro, spacchettavamo la cena per tutta la famiglia preparata dalla nonna. Era il suo modo per dirci che ci voleva bene. Quando capitava che rimanessi a casa da sola volevo imitare mia nonna e fare in modo che mia madre trovasse la cena pronta a fine giornata. Avevo il veto assoluto di stare ai fornelli ma mi dilettavo con uno scalda vivande impastando ingredienti improbabili ed obbligando mia mamma ad assaggiare il risultato finale. Mio padre si tirava indietro, invece mia mamma mi ha sempre dato fiducia, suggerendomi le quantità di sale o di zucchero più indicate. Un po’ per scherzo, ma soprattutto per amore, è nata la mia passione per la cucina che non si è fermata più.



Il piatto più buono che preparava la nonna e che porti ancora con te o riproponi nei tuoi menù?

Qualsiasi piatto era buonissimo e impossibile da replicare. Cerco sempre di raggiungere dei risultati che si avvicinino il più possibile ai gusti che portava in tavola mia nonna ma con scarsi risultati. È impossibile riprodurli e non perché lei nascondesse un particolare segreto (non a caso nell’introduzione del libro parlo anche di quest’aspetto). All’inizio del mio percorso, infatti, mi accostavo a lei cercando di carpirne tutti i segreti. Mi interrogavo su come fosse possibile che la medesima cosa preparata da mia madre non avesse lo stesso sapore di quella preparata dalla nonna, eppure i passaggi erano gli stessi. Osservavo e mi arrabbiavo, e pensavo che non mi dicesse qualcosa. In realtà sono arrivata alla conclusione, tardi e dopo, che mi avesse detto la verità: era tutto lì. La grandezza del suo modo di cucinare stava nel fatto che cucinava con e per amore. Non preparava semplicemente “da mangiare” ci mandava un messaggio. Scoprire che, in fin dei conti, era la stessa cosa che facevo io è stata per me una rivelazione. Il piatto che porto nel cuore è la sua famosa spaghettata piccante, una norma piccante che ho inserito anche nel volume ed ho chiamato “Perché non resti a cena?”. Si tratta di una pasta al pomodoro con melanzane fritte ed un soffritto caratterizzante, con olio, aglio, basilico, prezzemolo e peperoncino, che lo distingue dalla norma classica. Era il piatto di pasta che preparava quando si univa qualcuno all’ultimo minuto ed eravamo in tanti e tutti aspettavamo proprio quella portata. 

Valeria Raciti - Masterchef Italia 2019

Con un sugo di pomodoro rigorosamente fatto in casa!

Beh, stiamo parlando di quelle conserve che a casa mia si preparano intorno al mese di agosto e che con circa 400, 500 chili di pomodori sembrano essere pronte per un esercito e invece sono sempre appena sufficienti per completare l’anno. 



Una passione che nasce con te, con la storia della tua famiglia, delle tue radici…cosa ti ha spinto un giorno a decidere di partecipare a Masterchef?

Quel giorno per me non è mai arrivato perché questa decisione l’ha presa mio marito che ha creduto in me. Ho vissuto un periodo della mia vita molto brutto durante il quale alcune delle persone a me più care mi hanno lasciata. Mi reputo una persona molto empatica e vedere le persone che ami soffrire può essere devastante. Pensavo che non sarei più riuscita ad essere felice. Allo stesso tempo, però, molto semplicemente, mio marito sapeva benissimo che mi rifugiavo in cucina ogni volta che volevo provare a staccare la spina da tutte le cose negative. Io in cucina ero felice. Guardavamo Masterchef insieme e c’era sempre piaciuto. Un po’ per scherzo, un po’ per gioco ha deciso di iscrivermi. Io ho pensato che non mi avrebbero mai presa. Lui ha iniziato a compilare la domanda ed io poi ho dovuto inviare un video di presentazione. A quel punto l’ho fatto perché sapevo che non avrei avuto nulla da perdere. 



Da quel momento in poi come sono andate le cose, cos’è cambiato nel tuo percorso di vita?

È passato davvero tanto tempo dalla domanda di partecipazione a quando mi hanno telefonato. Mi ero persino dimenticata di aver inviato la richiesta e non appena ho letto il prefisso credevo si trattasse della pubblicità di un call center, tant’è che ho risposto abbastanza infastidita. Poi, invece, non appena ho realizzato, sono rimasta zitta ed impietrita, non mi sembrava vero. Da lì in poi è veramente cambiata la mia vita. Mi ha dato un guizzo in più ed ha riacceso quella speranza che potesse davvero succedere qualcosa di così straordinario. Chiacchierata dopo chiacchierata passavo in maniera quasi involontaria gli step e le selezioni fino a quando sono andata a cucinare per loro. Non ho mai creduto che stesse succedendo davvero e sono arrivata in finale con lo stesso spirito. 



E a quel punto quale piatto hai deciso di portare alle selezioni?

Il primissimo, quello non andato in onda, che nel libro di ricette s’intitola “Davide ci ha creduto”. Davide è l’autore che mi ha accompagnata durante il percorso di Masterchef ed ha creduto in me e in quel piatto. Si trattava di un baccalà in olio cottura con un’insalata di carciofi crudi ed un crumble di olive, mandorle e rosmarino e una salsa alle mandorle. 



Un piatto ricercato per essere una prima ricetta presentata agli chef.

Si, anche se non avevo mai avuto modo di confrontarmi con quello che facevano gli altri o di rapportare il mio concetto di cucina. Il percorso che fai è autonomo e nel mio caso non avevo né frequentato corsi né altro. Mi sono presentata come una cuoca amatoriale a tutti gli effetti, con la mia curiosità e la mia voglia di ricerca e sperimentazione. Di certo non avrei mai pensato che il mio livello di preparazione potesse essere messo a confronto in un talent dal forte impatto televisivo e non solo. Poi sono arrivata al live cooking con un tortino di alici a beccafico con la cipolla di Giarratana, il cavolo trunzu, la mandorla pizzuta di Avola e il piacentino ennese. Una mia personale interpretazione delle sarde a beccafico, must della cucina siciliana, ho utilizzato le alici in questa variante, ingrediente che amava adoperare mia nonna in sostituzione delle sarde. 

Masterchef Italia 2019



Un confronto con i giudici che sono anche chef stellati…cosa succede una volta arrivati davanti a loro?

Si piange. Inizialmente ricordo di aver pensato “ma io qua che ci sto a fare, non sarò mai all’altezza”. Poi però ho visto le loro facce stupite, trovavano il piatto equilibrato e allora ho capito che quello che facevo poteva davvero piacere agli altri, dove gli altri non erano più i componenti della famiglia o gli amici. Gli chef li abbiamo vissuti come giudici, entità super partes con i quali non potevamo stringere un rapporto. Però dagli sguardi che tradivano o dai giudizi che esprimevano riuscivi a captare se erano contenti o no, anche perché ognuno di loro assaggiava il piatto esprimendo un proprio giudizio anche se con il montaggio finale non andava in onda la versione integrale. 



Un programma televisivo che è stato un vero e proprio percorso ricco di esperienze, ti abbiamo vista persino in Spagna in una cucina stellata.

Ero troppo felice. Sono stata criticata ma mi sono detta “quando mi deve capitare’”. Cercavo di essere una spugna e godermi il bello di ogni singolo momento. Ovviamente ci sono stati alti e bassi. Tre mesi e mezzo lontana da casa non sono proprio semplici da gestire. Nel mio caso non avevo nemmeno la possibilità di rientrare nei giorni di pausa. 



Tuo marito è stato sempre da supporto, smentisce ogni stereotipo sul classico marito siciliano, l’abbiamo visto al tuo fianco durante una puntata, cos’è successo in quell’occasione?

Rivedendomi dopo mi sono chiesta se in effetti l’avevo trattato davvero così. Io e mio marito siamo molto spontanei e non abbiamo decisamente bisogno di quei freni necessari per poter dire anche qualcosa di scomodo. Ci conosciamo da 15 anni e siamo cresciuti insieme. Ci amiamo ma prima di amarci ci vogliamo bene nel vero senso della parola. Lui ha fatto tantissimi sacrifici per offrirmi questa possibilità che devo a lui e che altrimenti non avrei mai avuto il coraggio di intraprendere.



Un percorso in cui i piatti parlavano del territorio. È una scelta voluta quella di rimanere legata ad esso tramite gli ingredienti?

Quando ti impongono determinati ingredienti ti devi attenere a quelle ricette e riuscire a valorizzare il piatto è importante, perché dimostra che sai anche andare oltre la cucina tradizionale che in quel tipo di programma potrebbe anche sembrare una sorta di cucina casalinga limitante. In realtà non è assolutamente così. Sono stata sempre convinta, e lo sono ancora, che la cucina tradizionale e regionale fosse la base da cui poter partire per qualsiasi cuoco, è quella che ti insegna quali sono i buoni sapori. Si tratta di ricette tramandate da generazioni e quindi, da un lato, ampiamente sperimentate ed apprezzate. È una sorta di assioma della cucina, un punto di riferimento. Io, in particolare, sono profondamente innamorata del mio territorio e dei prodotti che offre. La mia è una cucina povera che ritroverete anche nel ricettario. Sapori e tipologie di cotture del territorio che andrebbero incentivati e valorizzati anche dal patrimonio gastronomico e della ristorazione.



Hai ideato alcuni abbinamenti che si possono definire rischiosi, azzardati o audaci, come la spuma al cocco con i ricci o il gambero con la guancia.

Provo a spiegarlo da un punto di vista tecnico, poiché alcuni mi hanno riconosciuto una dote che non sapevo di avere, un palato che non tutti hanno. Lo prendo come un grande complimento e mi piacerebbe sapere se oggettivamente è così. Penso che ognuno di noi abbia una memoria gustativa e nel momento in cui veniamo a contatto con un sapore quel ricordo ci resta impresso. Quando devo preparare un piatto cerco di attingere a questa mia personale memoria del gusto, magari parto da una proteina ed è come se in bocca si ricreasse quel sapore in maniera mentale con tanto di accostamenti che ne potrebbero esaltare il risultato finale. È un passaggio, un incipit che avviene prima della preparazione del piatto stesso. Poi cerco di riprodurre il sapore che ho sentito in bocca e devo dire che spesso è ciò che mi riesce meglio come nel caso dei due piatti che mi hanno permesso di aggiudicarmi la vittoria.  



Ti abbiamo seguita durante il tuo percorso a Masterchef, ci hai permesso di entrare nella tua cucina attraverso il ricettario, quando aprirai le porte del tuo ristorante?

Fare ristorazione significa fare impresa. Dalla cucina di casa sono stata catapultata nella cucina di Masterchef ma lungi da me sentirmi uno chef, posso dire di essere solo un "Masterchef". Mi prenderò un anno durante il quale godermi gli oneri e gli onori di questa vittoria. Poi al termine di questo periodo studierò e vorrei poter fare gavetta nella cucina di un ristorante fino ad arrivare, solo in un secondo momento, all’apertura del mio. Nel frattempo mi auguro di tenervi un po’ in sospeso.





Emilia Rossitto

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Gatto Nero non addomesticabile e la sua wall art tra sacro ed attualità

santa lucia-siracusa-gatto nero

L’immagine di Santa Lucia con un piatto vuoto in una mano e che lascia intendere ti stia osservando con un gesto pronunciato dalla mano sinistra, la figura di Sant’Agata stretta nella morsa di una piovra ma anche la riproduzione parziale del dipinto Ulisse e le sirene, datato 1837, e realizzato dal pittore inglese William Etty, che nella versione “da strada” faceva indossare ad una delle sirene una maglietta con la scritta «Stop invasione» ed alle spalle delle tre donne un fotogramma della nave Sea Watch 3 a sostituire l’imbarcazione del valoroso Ulisse. Sono solo alcuni dei poster murali, che campeggiavano tra i vicoli di Catania e Siracusa e si raccontano da sé, ideati dall’artista siracusano “Gatto nero non addomesticabile” e che sia a Siracusa, che a Catania, hanno lasciato traccia per poco tempo sui muri e a lungo nei ricordi dei cittadini che si sono trovati ad attraversare quelle vie. Che siano piaciute o no, le opere irriverenti e provocatorie dell’artista, di certo non sono passate inosservate e sarà possibile ammirarle, ancora una volta, il 24 ed il 25 aprile nei locali dell’Antico mercato di Ortigia, nel cuore di Siracusa. 

Gatto nero non addomesticabile”, nonostante tuteli fermamente la propria identità, ci ha concesso un’intervista raccontandoci il suo personale modo di vivere l’arte, vera e propria esigenza comunicativa, mai lasciata al caso ed alimentata da approfondimenti artistici, culturali e politici. Lo street artist ha tutta l’intenzione di continuare a coltivare le proprie capacità e, perché no, destare gli animi alla maniera dei filosofi ma attraverso le immagini.



Parlaci di te, abbiamo letto che sei siracusano, ce lo confermi?  

«Esatto, ma non è del tutto rilevante. Potrei benissimo essere palestinese e non farebbe alcuna differenza, spero». 



Quanti anni avevi quando hai realizzato il tuo primo poster murale e in quale contesto è nata la tua passione per l'arte? 

gatto nero-catania-sant'agata

«Circa 10 anni, disegnai con i gessetti colorati degli enormi peni accompagnati dai nomi dei miei compagni, ricordo ancora l'ira dei miei genitori. Da allora non ho più abbandonato la strada».




Sei noto per i tuoi poster murali alcune volte provocatori, con quale tecnica li crei, e qual è il processo che precede la realizzazione delle opere? 

«Sostanzialmente si tratta di elaborazioni digitali stampate su carta ed affissi, la tecnica si chiama paste-up. Il mio approccio con il processo creativo è abbastanza spontaneo, talvolta è l’opera stessa ad ispirarmi ma il più delle volte è la vita quotidiana e tutto ciò che mi circonda a suggerirmi la tematica da affrontare». 




Credi che tramite l'arte si possano veicolare messaggi che facciano riflettere, che stimolino le coscienze, o che creino dibattito? A Siracusa ed a Catania le opinioni si sono divise, era uno dei tuoi intenti? 

«Credo di sì, per l’arte in generale, ma credo che per la street art sia quasi un obbligo veicolare un messaggio. Al di là dell’ego, la decisione di “attaccare” su di un muro ed imporre al pubblico una propria produzione deve necessariamente scaturire dal bisogno di comunicare qualcosa. Dividere le opinioni e creare un dibattito, che si rivedano le proprie posizioni o se ne affermino i principi, è il mio obiettivo principale».




Protagoniste delle tue opere sono spesso immagini a carattere religioso, perché questa scelta? 

«La società italiana è inevitabilmente legata alla religione cattolica, presente in ogni dove, antropologicamente parlando fa parte di noi, di ogni cittadino, anche di chi non crede. Quindi lanciare un messaggio attraverso lo strumento di propaganda religiosa che ha forgiato la società nei secoli ha una doppia valenza: una riflessione su ciò che eravamo e su ciò che siamo diventati ma sopratutto quanto tutto questo ha avuto un peso nell’evoluzione della società e se siamo ancora in tempo per modificarla».




Nessuna pietà-Gatto Nero non addomesticabile-Siracusa

Catania e Siracusa sono le uniche città in cui sono state affisse le tue opere? 

«No, a dire il vero ci sono state delle occasioni in cui ho affisso alcune mie opere in altre città come Roma e Torino, ma non avevo ben chiaro cosa stessi facendo, non c’era un progetto o un nome». 




Cosa puoi aggiungere sulle immagini che hai realizzato, ce n'è una alla quale sei più legato?

«Preferisco non aggiungere altro alle opere già apparse. Da un punto di vista puramente emotivo direi che è Santa Lucia il poster a cui sono più legato. È un soggetto ricorrente nel mio passato e non escludo continui ad esserlo nel futuro».




I tuoi poster sono stati protagonisti per una notte, proprio nei giorni scorsi, al Ma di Catania… ci anticipi qualche novità sui prossimi progetti? altre mostre in cantiere? 

«C’è molto in cantiere tra strada e mostre, il 24 ed il 25 aprile alcune mie opere saranno presenti al Moro Festival che si terrà all'Antico Mercato di Ortigia, ma la strada è il mio chiodo fisso. Sto pianificando una serie di "azioni" sparse al di là dello stretto».




Ultima curiosità: si tende spesso a censurare la street art, per lo meno quando non è "su commissione", e si sente dire che la motivazione è spesso quella di "voler tutelare il patrimonio pubblico da atti vandalici", pensi sia davvero così? O non siamo in grado di riconoscere un potenziale valore aggiunto? 

«Potremmo dire che la verità è un altra, la street art, quando illegale, è impossibile da controllare. Io ad esempio opterei per l' illegale se il legale limitasse la mia libertà, in qualsiasi modo e su qualsiasi livello. Da qui il “non addomesticabile”».




Emilia Rossitto

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Orto Capovolto - La cooperativa che vuole portare il verde a Palermo

PALERMO - Melanzane, pomodori, tenerumi ma anche erbe aromatiche. Sono solo alcune delle proposte e degli innesti urbani della cooperativa sociale Orto Capovolto di Palermo, la comunità che ha dato vita ad un progetto che non vuole solo essere un proposito ma un vero e proprio stile di vita. Un modo per dire ai bambini che “i pomodori non crescono nei supermercati”, e spiegare agli adulti che “anche e soprattutto in città, vivere circondati da spazi verdi, possibilmente coltivabili, è possibile”. A raccontare la storia di Orto Capovolto è stata Angelica, l’ideatrice.


Orto Capovolto, quando è nata l’idea e perché avete scelto di definirlo così?

«Un’idea che è nata con la collaborazione del mio compagno, Giorgio, che si è sempre occupato di educazione ambientale rivolta ai giovani. Sono un architetto e lavoro per lo studio di famiglia, un giorno, di circa cinque anni fa, è nata l’esigenza di realizzare un orto su di un tetto di un cliente e questo ci ha permesso di studiare ed approfondire la realizzazione degli orti urbani. Da quel momento abbiamo iniziato ad approcciarci anche con la parte didattica, puntando molto sull’educazione; una caratteristica che definisce e connota il nostro operato. Successivamente abbiamo sviluppato e proposto un progetto che si chiama Orto Incolto ed abbiamo iniziato a sottoporlo alle scuole. Il laboratorio prevede un momento dedicato alla progettazione del giardino con annesso l’orto, una fase rigorosamente condivisa con i bambini e in un secondo step si procede con la vera e propria realizzazione di ciò che avevamo preventivato, fino ad arrivare alla raccolta dei prodotti, articolando gli incontri con lezioni teoriche e momenti pratici. È così che si è aperto un intero mondo dedicato agli orti urbani che si compongono, oltre che da gli orti didattici, anche da orti  terapeutici, da orti condivisi e quelli con integrazione sociale, o semplicemente gli orti per l’autoproduzione domestica. “Capovolto” perché c’è la volontà di sperimentare l’orto in diverse direzioni e sfruttandone tutte le potenzialità e i diversi punti di vista». 

orto capovolto-palermo

Quanti e quali sono gli attori protagonisti del progetto?

«Ad oggi sei persone compongono la cooperativa sociale, tra i quali, oltre me e Giorgio, anche Lisa, Claudia, Riccardo e Salvatore, ma vige il principio della porta aperta in ottica di condivisione del lavoro. In base ai progetti che portiamo avanti vengono coinvolte diverse figure professionali e varie competenze: collaborano con noi gli educatori ambientali, che assumono un ruolo fondamentale avendo il nostro progetto come interlocutori principali i bambini, ma anche un biologo nutrizionista, ed un garden designer».



Un progetto nato e cresciuto a Palermo, che nel corso degli anni ha avuto modo di realizzare dei lavori anche dei fuori porta, con l’intenzione, però di continuare a scommettere sul territorio…

«Ci hanno chiamati spesso da tutta la Sicilia e insieme alla Farm Cultural Park di Favara siamo andati a Roma, ciononostante è nostro interesse rendere la città di Palermo più verde e più commestibile, la vera motivazione per la quale è nata anche la nostra cooperativa. Dal punto di vista della riqualificazione urbana stiamo affrontando un periodo che potremmo definire “difficile”, poiché molti dei progetti che abbiamo portato avanti fino ad oggi stano subendo un momentaneo rallentamento per questioni burocratiche. La maggiore soddisfazione consiste nella relazione che riusciamo ad instaurare con i bambini delle scuole. Proprio nei mesi di maggio e giugno, quando i progetti sono in fase di completamento raccogliamo i frutti del nostro impegno anche sul piano umano. Riusciamo realmente a vedere negli occhi dei bambini la passione che hanno investito ed allo stesso tempo l’opportunità di aver imparato che un pomodoro non cresce in un supermercato. Riescono, inoltre, ad attribuire un nuovo valore al tempo: una cosa fondamentale al giorno d'oggi e che si può scoprire molto facilmente collaborando alla realizzazione di un orto».



Cosa ti ha colpito di più nel rapporto instaurato con i bambini, vostri interlocutori prediletti…

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«Mi colpiscono in modo particolare i disegni. Una delle prime consegne consiste appunto nel rappresentare attraverso i colori il loro orto ideale. La fantasia dei bambini è lasciata libera da condizionamenti le spiegazioni che facciamo, non a caso, sono solo successive al disegno. I disegni si compongono di orti meravigliosi ed abbiamo imparato che sta proprio lì la differenza; l’orto, nell’immaginario collettivo, è visto come un entità a se stante e ben al di fuori del contesto urbano, realtà che invece noi cerchiamo di “capovolgere”. Il nostro obiettivo è mostrare loro come sia possibile realizzare un orto anche in città. Il disegno poi cambia e si trasforma e nascono orti sui tetti o finestre coltivate e l’orto, nei loro disegni, si riesce a collocare in luoghi a volte impensabili».



Un percorso intento a riqualificare solo gli spazi pubblici o che si occupa anche dei privati?

«Entrambi. Ci dedichiamo sia alla progettazione e realizzazione di orti privati che alla rigenerazione urbana del verde di spazi pubblici. L’anno scorso insieme al Rotaract Palermo est abbiamo realizzato un giardino condiviso a Ballarò e quest’anno lo stesso progetto è partito, la settimana scorsa, nel quartiere della Kalsa. Alla base ci sono diversi incontri di progettazione partecipata: si procede con una mappatura dei desideri della comunità coinvolgendo residenti, attività commerciali e tutti quei soggetti che vivono il quartiere. Insieme a loro progettiamo il giardino e poi lo realizziamo fisicamente con il supporto di tutti coloro che vogliono prendere parte all’iniziativa. Coinvolgere la cittadinanza, per dare vita al “giardino dei loro sogni”, è l’obiettivo finale. Non ci concentriamo in un unico quartiere ma mettiamo il nostro tempo e le nostre competenze a servizio di tutta la città. Riusciamo ad essere presenti anche grazie alla rete che siamo riusciti a cucire con le associazione che vivono il territorio in prima persona». 



Un riscontro molto positivo da parte di tutti gli interlocutori..

«Molto positivo. L’anno scorso oltre al giardino di Ballarò abbiamo trasformato, in collaborazione con l’Università di Palermo ed il professore Monteleone, su iniziativa del comitato “Ballarò significa Palermo” una strada, la salita Raffadali, in un giardino a cielo aperto che in quell’occasione è stato anche manifesto di “Palermo Capitale della cultura”, ora lavoriamo affinché quel progetto diventi definitivo».



È possibile trovare una mappa di tutti i punti verdi che sono stati realizzati negli anni?

«Ci ripromettiamo sempre di farlo ma non siamo ancora riusciti a realizzarla. Attualmente siamo intenti nel dare vita a “Porta verde” che prevede la riqualificazione partecipata di un grande giardino, che potremmo difinire quasi un giardino segreto vicino piazza della Kalsa, nel centro storico di Palermo, ed allo stesso tempo ci prepariamo alla chiusura dei progetti che abbiamo portato avanti negli istituti comprensivi nel corso dell’anno scolastico. Poi siamo in attesa dell’approvazione, da parte del consiglio comunale, del regolamento sugli orti urbani condivisi che significherebbe una bella conquista».



Emilia Rossitto

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Giuliano Dottori e il racconto in musica della vita di Salvatore Accolla

Ritratto_Giuliano_Dottori_Accolla e il Cavallino Rosso a Siracusa

«Raccontare attraverso la musica un’esperienza di grande bellezza, minata e forse inquinata dai giorni in manicomio, e che si può intravedere anche nelle opere di Salvatore Accolla, per poi provare a trascriverle in musica è stata una vera e propria sfida». 

Si chiama Giuliano Dottori, ha 43 anni, è un produttore discografico e soprattutto chitarrista ed è stato l’autore delle colonne sonore che hanno accompagnato il film documentario “Accolla ed il cavallino Rosso a Siracusa” del regista Paolo Boriani. La pellicola, girata a Siracusa, ripercorre la vita tumultuosa ed eccentrica del poliedrico artista siracusano, Salvatore Accolla, e ne racconta la giornata in maniera surreale e fantascientifica svelando gli anni che il pittore, poeta e musicista ha trascorso in manicomio e la sua vita di oggi. L’anteprima è stata presentata a novembre scorso ai Frigoriferi Milanesi per poi fare tappa, nel mese di febbraio, nella sala cinematografica del Cineteatro Aurora a Belvedere, una frazione di Siracusa.

Le tracce che hanno accompagnato la visione dell’opera cinematografica sono “Nessuno al mondo”, “Il mare dopo cinque anni”, “Occhi a telecamera", “Per Strada”, ed “Al cimitero”. I brani sono stati concepiti dall’autore nel suo studio di registrazione con un sintetizzatore della fine degli anni Ottanta, che secondo il cantautore poteva rendere perfettamente vivida ed allo stesso tempo accompagnare quell’atmosfera quasi “sospesa” che il regista aveva saputo immortalare con le sue riprese.

«Ho dato un’impronta molto elettronica alle tracce che stavo componendo - ha spiegato il produttore - richiamando uno stile di fine anni Ottanta inizio Novanta, con un synth, un Roland jp 8000, che avevo in studio e che mi ha ispirato così come, le musiche del compositore Angelo Badalamenti, il prediletto dal regista David Lynch, il quale era solito dare vita a colonne sonore “sospese e dilatate”, come le ambientazioni dello stesso Lynch. Quando si tratta di musica per immagini la creatività è a completo servizio di ciò che è stato ripreso. La potrei definire l’esperienza finora più compiuta e strutturata in qualità di compositore per musiche da film».

Il cantautore non è di certo rimasto indifferente alla vita di Salvatore Accolla che per anni è stato protagonista di vicissitudini a volte complicate, che l’hanno allontanato dalla famiglia, dal lavoro e dalla sua “normalità” per costringerlo in manicomio, luogo che ha segnato la sua storia personale così come anche la sua arte in maniera definitiva.

«A livello compositivo e personale si tratta di un’esperienza che mi ha dato molto e probabilmente continuerà ad offrirmi molto - ha detto Dottori-. Accolla è una persona molto interessante che ha una storia di vita fortissima. Personalmente ho acquistato i suoi lavori in occasione della presentazione del film ai Frigoriferi Milanesi. Non so di per certo se questa esperienza influenzerà i lavori che verranno, perché le strade della creatività sono impervie e imprevedibili, ma sicuramente è una storia che mi ha dato molto. Raccontare con la musica un’esperienza di grande bellezza, minata e forse inquinata dagli anni in manicomio, che si intravede anche nelle sue opere pittoriche è stata una bella sfida».

Ma Dottori nasce principalmente chitarrista, lo strumento che ha studiato negli anni della formazione al Conservatorio, suonando parallelamente sempre nelle varie formazioni musicali, in band con le quali interpretava generi come il rock ed il blues. 

«Sono milanese di adozione ma Milano è la mia città da sempre - prosegue -. Ho sempre percorso due strade che sono state parallele: da un lato la musica classica e sperimentale che potremmo definire “colta”, dall’altro lato la parte legata alla musica pop e rock che mi ha regalato esperienze molto diverse tra di loro. Ho alle spalle una carriera da cantautore, vari dischi come chitarrista e negli ultimi 5 o 6 anni mi sono dedicato all’attività di produttore pop, indie e pop alternative. La composizione mi ha sempre accompagnato: ho scritto canzoni ed arrangiamenti e avevo già musicato un paio di cortometraggi ed un documentario».

La collaborazione con Paolo Boriani è, invece, stata accidentale e si è realizzata grazie ad una comune amicizia.

«Come spesso accade è nato tutto in maniera casuale - ha detto Dottori - ho conosciuto due ani fa un musicista che è anche un amico, Paolo Marrone, ed è colui che poi è diventato l’interprete del brano “Nessuno al mondo”. È stato lui a propormi questa collaborazione che ho subito accettato. “Nessuno al mondo” era un brano che conoscevo molto bene ma che ho voluto reinterpretare stravolgendo la base ed usando la musica elettronica. Al regista la mia idea è piaciuta subito, e così ho iniziato a lavorare ad altre tracce da sottoporgli. Inizialmente, le idee che ho buttato giù si erano basate solo su delle informazioni un po’ vaghe che avevo ricevuto ma che immediatamente mi avevano fatto pensare allo stile musicale nordico ed islandese.     I brani che avevo proposto in realtà hanno poi aiutato Boriani a ricreare l’atmosfera che stava cercando per ambientare la storia del pittore. Una volta visto il girato ho ricevuto delle precise indicazioni sui frame da musicare: il processo si attua quando si lavora con le immagini ed è il compositore che si adatta alla narrazione».

Un film che ha visto protagonista non solo Accolla, nella sua casa "alla Van Gogh”, ma anche Siracusa città in cui le scene sono state girate e che secondo il compositore hanno reso la città “un luogo che potrebbe trovarsi ovunque”.

«Ero stato a Siracusa ed anche in Ortigia, che mi conquistò, circa una decina di anni fa, accompagnato da Colapesce un collega cantautore di Solarino, ma le riprese che poi ho visto e la vera magia del film di Boriani, a mio parere, sta nel fatto che quei paesaggi, rimasti familiari solo per chi, probabilmente, Ortigia la conosce davvero molto bene, siano stati completamente stravolti. Mi è piaciuto molto il suo taglio non da cartolina, quasi a voler disegnare un luogo che non esiste con dei riferimenti alla città che non sono mai banali e con dei punti di vista che più che rendere il luogo perfettamente riconoscibile hanno saputo ricreare un’atmosfera ben definita». 

In questo momento Dottori sta lavorando alla produzione del nuovo disco e al brano appena edito “Quindici anni”.

La colonna sonora del film “Accolla ed il Cavallino rosso a Siracusa” è reperibile in formato digitale su tutti i digital store, su iTunes e sul canale Spotify alla voce “Giuliano Dottori - Accolla e il cavallino rosso a Siracusa”.


Emilia Rossitto

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PICK-IN-UP la realtà siracusana che combatte l'inquinamento marino

pickinup Siracusa

SIRACUSA - Un anno dalla fondazione del comitato Pickin up di Siracusa ma anche una nuova alleanza con le scuole superiori, prima fra tutte l’Istituto Nautico di Piazza Matila.

Pickin up è un comitato ma è anche un sistema di raccolta dei rifiuti galleggianti in mare che vede impegnati come attori protagonisti i diportisti con i loro mezzi nautici e tutti coloro che sono legati al mare. Vuole essere, inoltre, un monito ed un’azione concreta ad un’urgenza planetaria.

A raccontare la fondazione e l’evoluzione del comitato in questo ultimo anno, che si si è rivelato «un po’ traballante, come tutte le belle idee che stanno per nascere», è stato il referente Salvatore Ferarra: «Si è trattato senza dubbio di un anno di assestamento - ha spiegato - ma il gruppo nasce con un obiettivo ben preciso che sicuramente è stato già, in parte, portato a termine in diverse occasioni. Pickin up vede impegnati i diportisti e tutti coloro che a diverso titolo vivono il mare, e non nasce con il puro ed unico intento di liberare i fondali dai rifiuti, obiettivo che è più che meritevole e lodevole, ma vuole anche e soprattutto attuare un approccio scientifico. In effetti l’opportunità di catalogare ed analizzare ciò che è stato reperito in mare e sulle spiagge ci permette di mettere in atto un cambiamento che noi reputiamo fondamentale: essere a conoscenza di quale fenomeno e che tipo di inquinamento dobbiamo combattere. Non a caso i campionamenti effettuati in spiaggia rappresentano uno strumento fondamentale per monitorare l'inquinamento in ambiente marino e consente di acquisire informazioni preliminari ai fini dello studio del fenomeno dello spiaggiamento».

L’accento, per i membri di Pickin up, si pone non a caso sulle tipologie di rifiuti marini che vengono rinvenuti, con l’obiettivo di seguire le indicazioni dettate dal Monitoring Guidance for Marine Litter in European Seas del MSFD (Gruppo Tecnico di Monitoraggio dei Rifiuti Marini della Commissione Europea), che permette di “schedare” ciò che si è trovato durante gli interventi di pulizia. 

piccino Siracusa-depollution

«Abbiamo voluto cogliere l’invito lanciato dalla Commissione Europea - ha proseguito Ferrara - e rivolto inizialmente alle nazioni, per poi passare alle regioni, alle province, ai comuni ed ai singoli cittadini, nel quale veniva specificato che la catalogazione del marine litter (l’inquinamento marino) è una tappa cruciale per il riconoscimento dei rifiuti che il più delle volte sono prodotti sulla terraferma. Esclusivamente con un’indagine scientifica e quanto più accurata, è possibile comprendere davvero quali siano i provvedimenti da adottare per salvare il nostro pianeta».

Nel corso degli ultimi mesi il comitato ha realizzato la pulizia della spiaggia dello Sbarcadero, a Riva Porto Lachio, dove la raccolta a mano è stata condotta ponendo particolare attenzione alle tipologie di rifiuti marini rinvenuti.  Un’ulteriore tappa è stata fatta alla spiaggia Serra in via La Maddalena. Il comitato si propone, inoltre, di coinvolgere più parti interessate invitandole a partecipare ai propri progetti nella massima trasparenza, dalle comunità locali alle autorità amministrative, per fare in modo di poter raggiungere un più ampio numero di attori in campo.

 Ma nel corso di questo anno di attività sono state di varia natura le considerazioni che sono emerse grazie anche al dialogo, non sempre proficuo, con chi il mare lo vive tutti i giorni attraverso le proprie imbarcazioni.

«Purtroppo la sensibilità che abbiamo riscontrato a stretto contatto con i diportisti non si è dimostrata sempre vicina al tema dell’inquinamento. Allo stato attuale non è prevista la raccolta differenziata dei rifiuti a bordo dei natanti ed, inoltre, spesso non è ben chiaro capire dove poterli smaltire. Motivo per il quale abbiamo chiesto di poter applicare un semplice bollino a sostegno del corretto smaltimento dei rifiuti che, però, non ha avuto un riscontro positivo in tutti i casi. C’è molta resistenza sul tema, ma noi non ci fermiamo, anzi, cogliamo l’occasione per sensibilizzare i nostri interlocutori ed allo stesso tempo informare laddove necessario». 

I progetti di Pickin up dei prossimi giorni si rivolgeranno anche alle scuole.

«Siamo pronti ad instaurare un dialogo sempre più fitto e produttivo con gli studenti degli istituti superiori - ha concluso Ferrara -. La scuola capofila del nostro prossimo progetto, che si comporrà anche da una serie di incontri, sarà l’Istituto Nautico». 





Emilia Rossitto

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Il Sicily Fest di Brick Lane porta la cultura siciliana a Londra

Esiste un evento a Londra, che si svolge una volta l’anno, dove è possibile assaporare e respirare la Sicilia e che tu sia siciliano o inglese poco importa. Si chiama Sicily Fest, si svolge a Brick Lane, una delle strade della città più famose ed amata dai turisti, che si trova nell’East End, la zona nord-orientale di Londra. Quest’anno la manifestazione si terrà a partire da venerdì 17 fino a domenica 19 maggio prossimi. Ormai da cinque anni il Sicily Fest si prefigge l’obiettivo di portare in Inghilterra un po’ di Sicilia, attraverso cibo, show cooking, laboratori ed arte.

sicily fest Londra 2019

Novità del prossimo appuntamento in programma sarà anche la possibilità di assistere ad una mostra sensoriale, osservare l’opera dell’artista catanese, Claudio Arezzo di Trifiletti e partecipare ai laboratori per bambini per una Sicilia «anche da vedere e non solo da gustare», come ha raccontato l’ideatrice dell’evento, Sarah Spampinato: «Dietro questo progetto c’è molto lavoro e molto impegno - ha spiegato l’imprenditrice catanese -, principalmente mi occupo, attraverso l’agenzia che dirigo, di realizzare eventi e curare la comunicazione. Negli anni ho imparato che per fare un buon lavoro niente deve essere lasciato al caso. Il Sicily Fest è partito cinque anni fa, e continua ad essere l’unico evento in Inghilterra dedicato alla Sicilia. Tutto è nato da una mia pazzia e dall’amore che ho sviluppato sia nei confronti di Londra che della mia terra. Con la Sicilia ho un rapporto conflittuale, di amore ed odio, mi piacerebbe che in parte fosse diversa, in modo particolare negli atteggiamenti, ma ciononostante è una terra che sa farsi amare profondamente». 

Secondo Sarah portare l’atmosfera di casa all’estero è stato possibile trovando gli ingredienti giusti per la riuscita del progetto.

«Uno dei punti cardine nella realizzazione di un evento - ha proseguito - sta anche e sopratutto nel coinvolgere le persone giuste. Credo molto nell’energia che serve a creare questa sorta di magia che è possibile riscontrare anche a distanza di chilometri. Penso che non siano l’arancino o il cannolo a fare la differenza ma che, invece, siano le persone. Alcune volte è sufficiente un semplice sorriso. Sono 35 in totale gli stands e gli imprenditori coinvolti, dei quali un cinquanta per cento vive e lavora in Inghilterra, mentre l’altra metà si sposta appositamente dalla Sicilia».

Un Festival che negli anni ha suscitato un alto gradimento tra i partecipanti e che si è evoluto insieme a suoi sostenitori.

«Ci siamo dovuti spostare da una location all’altra per via dell’affluenza: nel 2017 abbiamo registrato 15 mila persone, che sono diventate 29 mila ed 890 lo scorso anno. Non abbiamo un particolare segreto se non quello di puntare sulla semplicità. Una delle soddisfazioni più grandi è stata vedere la felicità delle persone che hanno partecipato. Molta gente che vive a Londra spesso non ha l’opportunità, per varie ragioni, di poter tornare a casa; anche per questa ragione le giornate dedicate alla Sicilia sono apprezzate con entusiasmo. In questi anni l’evoluzione del festival è stato molto naturale in parallelo con il gradimento che abbiamo suscitato nei nostri visitatori: più piacciamo, più cresciamo e più ci sentiamo in dovere di migliorare il servizio.»

arancini-sicily fest london

Ma ad animare il Sicily Fest non sono solo i siciliani, l’evento è multietnico ed è riuscito a coinvolgere ed unire, tramite il buon cibo, la buona musica ed una battuta sempre a portata di mano, anche le più disparate nazionalità.

«Il motivo per il quale la clientela del festival è multietnica - ha detto Sarah - è dovuto al fatto che la Sicilia nel mondo ha un forte trend, anche se molto spesso proprio noi siciliano non ce ne rendiamo conto. Non è un caso se molti dei bistrot che ci sono a Londra hanno scelto di introdurre nei propri menù l’arancino. L’arancino è rientrato a tutti gli effetti a far parte della tradizione italiana nel mondo e ci contraddistingue come fanno la pasta, il caffè ed il cappuccino che anche in lingua straniera vengono chiamati sempre allo stesso; un modo per dire che non perdono la propria identità».  

Un clamoroso successo confermato non solo dai numeri che sono stati quantificati nelle varie edizioni ma che è stato sottolineato anche dalla stampa.

«Siamo, inoltre, stati segnalati su “Timeout Londra” fra le 18 cose meravigliose da fare a Londra - ha specificato l’imprenditrice -, un traguardo da non poco conto».

E continuando a cavalcare la “pazzia” e l’energia che la contraddistinguono Sarah non ha terminato le idee da sottoporre ai visitatori.

«Quest’anno vorremmo che la percezione fosse anche quella di una Sicilia da vedere e non solo da gustare - ha concluso Sarah -. Novità sarà una mostra sensoriale ma ci sarà anche spazio per l’artista catanese, Claudio Arezzo di Trifiletti, unico nel suo genere, il pittore crea le sue tele nelle città che ha visitato per poi esporle. Non mancherà inoltre l’accompagnamento musicale come d’altronde è stato anche nelle precedenti edizioni ed il laboratorio per i bambini dove sarà possibile preparare i cannolicchi siciliani. Confrontarsi con una realtà lavorativa internazionale come quella londinese è stato e continua ad essere una lezione ed una crescita personale». 

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E a respirare una parte della sua Sicilia è stata anche Eleonora Russo, 29 anni, siracusana. La giovane ed ambiziosa event manager ed insegnante di italiano si è trasferita in Inghilterra ad ottobre del 2015, ha vissuto a Londra per un anno, ha lavorato anche a Chichester, ed adesso abita e lavora stabilmente a Bognor Regis ma non rinuncia a tornare nella capitale ogni weekend. Eleonora descrive la sua esperienza al Sicily Fest come «una 3 giorni di sapori ed odori siciliani ed aria di casa. Si tratta principalmente di un mercato culinario che ho avuto modo di visitare durante le ultime due edizioni - ha raccontato - . Ci sono molte bancarelle che vendono prodotti della nostra terra: vino, olio d'oliva, limoncello, caffè, amaro o rosolio ma anche cannoli, pizze e arancine, prodotti al pistacchio e alla mandorla. Ovviamente l'assaggio è d'obbligo così come fermarsi a parlare con il gestore anche se non compri nulla. Mi ricordo con stupore la fila per le arancine (per me sono femmine) - ha concluso - che era talmente lunga da arrivare quasi dall'altra parte della strada. Mi ha molto stupita come un agglomerato disordinato di gente in Sicilia si sia potuto trasformare in una fila ordinata di 100 metri a Londra. Ho aspettato circa 45 minuti per mangiare un'arancina ma ne è valsa la pena. Chi partecipa, come me, è in cerca “dell’aria di casa” ma non ci sono solo i siciliani; è possibile incontrare italiani provenienti da ogni regione, inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi, portoghesi, americani, filippini, indiani, marocchini, pakistani, australiani. D’altronde, si sa, Londra è multietnica, cosi come la Sicilia».






Emilia Rossitto

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La Casa del Libro Mascali compie 89 anni e festeggia con tutta la città di Siracusa

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Una festa per celebrare 89 anni di attività alla Casa del Libro Mascali di via Maestranza, nel cuore di Ortigia, a Siracusa, ma anche un modo per poter ricordare il riconoscimento che nel luglio dell’anno scorso ha insignito la libreria «bene culturale immateriale protetto dalla Regione Siciliana». A sancire gli anni che hanno “formato” la Libreria storica della città aretusea, sarà un programma fitto di eventi che a partire dalle 16.00 di oggi, 22 marzo, si susseguiranno per tutto il corso del pomeriggio. Ad aprire le danze sarà il coro degli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico sezione Ferdinando Balestra, che con i loro canti condurranno i partecipanti da Piazza Duomo fino alle porte della libreria, dove, per l’occasione, ad esibirsi sarà anche l’orchestra d’archi del Liceo Musicale Gargallo, diretta da Antonio Greco.

L’evento proseguirà con i «Giri di giostra tra le pagine: letture libere di 3 o 5 minuti da parte di tutti i partecipanti sul tema “Il valore del libro”» ai quali prenderanno parte anche gli studenti dell’INDA e del Liceo Corbino. La storia della libreria sarà, invece, raccontata da Lorenzo ed Agata Mascali figli di Rosario Mascali, l’imprenditore che ha dato vita al La Casa del Libro. Ad intervenire saranno, inoltre, Francesco Siliato e le funzionarie della Sovrintendenza, Rosalba Tripoli e Claudia Giordano che descriveranno i passaggi che hanno portato al riconoscimento da parte della Regione ed illustreranno una «mappa dei luoghi di Ortigia» dove anticamente era possibile trovare tipografie e punti vendita destinati alla carta stampata. 

Le celebrazioni proseguiranno con un momento dedicato alla scrittura ed ai veri protagonisti dei testi: gli autori. A prendere la parola e a raccontarsi saranno gli scrittori siracusani Annamaria Piccione, Giusi Norcia e Stefano Amato. I tre letterati illustreranno i loro rapporti con i libri per poi affrontare la loro relazione con il mondo editoriale e con la scrittura, intesa come pratica individuale. La serata si concluderà con una carrellata dedicata a tutti coloro che negli anni, attivamente, hanno animato la libreria: i componenti del Circolo di lettura, dei Libri Viventi, il gruppo di scrittura creativa di Luigi La Rosa, i partecipanti al Cerchio magico della lettura di Pippo Ruiz ma anche al Ciclo di incontri sulle Letterature straniere, gli interpreti degli Incontri di Luce e di Je suis au jardin ed i soci dell’associazione Amici della Casa del Libro di Rosario Mascali.

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«Qualche mese fa abbiamo ricevuto un riconoscimento che non avevamo avuto ancora modo di festeggiare - ha spiegato Marilia Di Giovanni, gestore della libreria e nipote di Rosario Mascali - ed abbiamo colto l’occasione di dare vita ai festeggiamenti proprio il giorno in cui, 89 anni fa, la libreria è nata. Un modo per fare festa insieme a tutti i protagonisti che animano la libreria. La Casa del Libro, d’altronde, oggi è viva non soltanto come punto vendita ma, soprattutto, come luogo di incontro e di dialogo intorno ai libri». La libreria oggi rappresenta il perfetto connubio tra passato e presente, una tradizione che viene ricordata con molta dolcezza anche nelle parole di Agata, figlia di Rosario: «Mio papà desiderava fortemente che noi figli fossimo presenti ad aiutarlo, a quei tempi questo suo desiderio mi faceva arrabbiare ma ora lo riesco a comprendere. In modo particolare dovevamo essere presenti quando si apriva la campagna per i libri di testo scolastici - ha raccontato -, ovvero il periodo dell’anno durante il quale avevamo più affluenza. Ci voleva abituare ed educare al lavoro che lui reputava fondamentale. Una dimensione, quella lavorativa, che viveva non solo con rigore ma anche con profonda passione e dedizione. Non a caso sotto la sua guida la libreria ebbe immediatamente una spinta culturale enorme. Era frequenta da presidi e professori, come Meli ed Occhipinti, o grandi personaggi come Quasimodo e Vittorini, come anche i celebri attori che si trovavano in città per le rappresentazioni classiche al Teatro Greco. Ricordo personalmente di aver incrociato attori come Lilla Brignone, Annibale Ninchi e Gabriele Ferzetti o il grande Pasolini, che venne in qualità di traduttore ed era solito acquistare tutte le mattine un testo dei classici della Bur. Mio padre divenne, inoltre, amico di tutti i piccoli imprenditori della zona che con la propria laboriosità fecero in modo che Siracusa potesse risorgere dopo la distruzione dovuta alla Seconda Guerra Mondiale». 

Ma la figura di Rosario Mascali non fu legata solo alla vendita di libri o all’intensa attività culturale, che si era già sviluppata nei locali de La Casa del Libro e che oggi, al passo con i tempi moderni, è stata confermata grazie all’intraprendenza della nipote Marilia, ma bensì dal 1944 divenne anche editore. «Il libro più importante edito da mio padre - ha detto Agata - fu di Sebastiano Aglianò dal titolo “Cos’è questa Sicilia”, testo che per certi versi può essere considerato ancora molto attuale». 

E ancora, i ricordi belli che si custodiscono con un sorriso. «Conobbi mio marito quand’eravamo molto piccoli - ha concluso -, un giorno entrò in libreria un bambino di 7 o 8 anni, Umberto, che chiese a mio padre un testo su Napoleone. Un ragazzino che mi suscitava una solenne antipatia ma che mio papà accontentava quasi con ossequio. Io stavo leggendo un libro di fiabe con le figure illustrate e non appena Umberto uscì mio padre mi disse: “ecco devi prendere esempio da quel bambino che legge cose importanti”. È stato un padre pieno di affetto, molto spiritoso e legato alle tradizioni come quelle della tavola che “unisce”». 



Emilia Rossetto

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Francesco Costa e la sua trilogia sui Neanderthal

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Caro Francesco, ci conosciamo da molto tempo. Ci siamo incontrati per la prima volta a Palermo, durante uno stage organizzato da Luigi La Rosa. Sono stati giorni bellissimi scanditi dall’impegno letterario, dalle belle chiacchierate e dalle immancabili risate. Da allora ci siamo rivisti a Roma, ad Augusta, a Catania e a Siracusa, in occasione delle presentazione dei tuoi libri. I tuoi romanzi sono tanti. Da “L’imbroglio nel lenzuolo” è stato tratto un film molto suggestivo con Maria Grazia Cucinotta, che ho visto al Teatro Greco di Taormina. Da allora sono passati diversi anni e tu hai scritto altri romanzi. L’ultimo è il primo di una trilogia sul Neanderthal.

Dicci come è nato il tuo interesse sui Neanderthal?

Ho sempre avuto una grande passione per la storia e per il Settecento in particolare, mentre non avevo mai nutrito un interesse particolare per la preistoria. Durante un viaggio a Lecce, ho visitato il locale museo preistorico e sono rimasto impressionato dal mistero dell'uomo di Neanderthal e della sua scomparsa. Mi sono documentato, ho letto decine di libri sull'argomento e l'ipotesi tremenda di un genocidio, il nostro primo genocidio, il primo fra tanti, mi ha ispirato un romanzo appartenente al genere fantastico.

Questo tuo è un romanzo decisamente a tinte forti, ma anche molto poetico. Come sei riuscito in questa perfetta commistione?

Ammesso che ci sia riuscito, e ti ringrazio per la tua generosa opinione, l'importante per uno scrittore è non perdere mai di vista la temperatura emotiva del personaggio centrale, i suoi sentimenti, la sua solitudine, le sue paure, altrimenti si rischia di fabbricare una macchinetta narrativa magari anche abile, ma sostanzialmente priva di risonanza e quindi non del tutto coinvolgente, come uno di quei romanzi che leggiamo in treno per passare il tempo e di cui perdiamo poi memoria. Rimanere in ogni pagina dentro la testa del protagonista è il solo modo di far partecipare il lettore al suo dramma.

Il protagonista, Leonardo Corona, è autore e illustratore di tre romanzi per ragazzi su un cavernicolo chiamato dottor Neanderthal. Ci appare da subito come un personaggio tormentato e irrisolto. Cosa ci puoi dire su Leonardo e sul suo rapporto con la moglie e soprattutto con la madre?

Leonardo Corona, come tante altre persone, non capisce perché non è stato mai amato in vita sua. La madre lo ha rifiutato, la moglie lo ha abbandonato. Lo tormenta il timore di non essere amabile, di essere portatore di una qualche forma di diversità, un oscuro disagio che gli impedisce di stringere relazioni proficue con il suo prossimo. L'arrivo a Lecce, il susseguirsi di eventi inspiegabili, l'assassinio di una libraia, l'apparizione di uno scimmione gli sveleranno gradualmente una verità che avvalora le sue antiche paure.

di Maria Rita Pennisi

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