Gente di Ortigia e di Borgata. Le storie di Salvatore Maiorca

Verseggiare le origini di una città ha sempre un gran fascino. E Salvatore Maiorca, giornalista, lo fa alla maniera virgiliana riproponendo i passi aretusei dell’Eneide in apertura del suo “Gente di Ortigia e di Borgata. Storia e storie da ieri a domani”, Lombardi editori. È difficile circoscrivere questo libro ad un unico genere letterario, trattandosi di racconto commisto alla cronaca. Viene quasi da dire che siamo di fronte ad un romanzo di formazione, però non di un personaggio ma di una area geografica, della sua fisionomia e della sua mentalità. Con un linguaggio asciutto e leggero, Maiorca dispiega l’intreccio della trama tra ricostruzioni e memoriali storici (recenti e lontani), facendoli poi riversare in strada. Lì avviluppati alla semplicità del loro agire, ci sono tra i tanti,  i “tipi” di Ortigia, ‘u luppinaru, il lustrascarpe, il pescivendolo e il gelataio, ma anche le scuole che hanno cambiato volto (il liceo classico T. Gargallo), o i turisti eccellenti (Winston Churchill, Siracusa 1955).

Daniela Tralongo

Fefè e Andreuccio: la storia vera di Montalbano

Perché si sente il bisogno di ricordare? Questa è la domanda che viene lecito porsi approcciandosi al libro Hoefer racconta Camilleri. Gli anni a Porto Empedocle, Dario Flaccovio Editore, scritto a quattro mani da Andrea Cassisi e Lorena Sciumè. Seguendo il filone di una letteratura che ha avuto fortuna a partire dal 1800, la letteratura della memoria – come la definisce Melo Freni (amico e collega dei due autori) nella prefazione – non si costruisce unicamente nella riproposizione cronologica di ricordi, ma si erge su un filo narrativo fatto di immagini ed emozioni insieme che simultaneamente colorano e profumano le pagine di questo volume. Fefè e Andreuccio dialogano sulle pagine come nella vita. Da mezzo secolo i due amici sono testimoni a distanza ciascuno della vita dell’altro, perché seppur non vedendosi, i loro dialoghi sono fitti e intensi e su incontri telefonici raccolgono di settimana in settimana nuovi squarci di vita, nuovi aneddoti e memorie. Da questa premessa Fefè si lascia andare a condividere un ritratto del “Maestro” inedito al suo pubblico, più intimo e reale che ne definisce la personalità sin dall’età più giovane fino alla sua successiva formazione di adulto, svelando l’origine di alcuni tratti letterari legati a fatti realmente accaduti. E torna ancora una volta il ricorso a quella lingua madre che Andreuccio ha urlato e coniato nel suo Montalbano, partendo da un dialetto, il proprio, che risuona nelle case, in tv, come nelle parole di chi legge, in questo libro. Hoefer infatti ne dichiara l’amicizia fraterna, lasciandosi andare ad un semplice “[..] essiri comi l’alica e lu lippu” per definire il rapporto con l’amico fraterno. La storia si scioglie in piccoli capitoli, in cui le parole di Fefè si inseriscono nella trama e tra le immagini che spuntano a collaudo dei ricordi. Si scopre un Andrea più “umano”, imbrigliato nelle dinamiche di una vita dai mille volti, e contemporaneamente si fa la conoscenza di quel Federico meno conosciuto. E allora eccola la quadratura del cerchio, ed ecco la risposta a quella domanda iniziale. Perché si sente il bisogno di ricordare? “Perché – citando ancora Freni – è tra i doni più belli della vita. La rimembranza, la sostanzialità dell’immaginazione che va oltre il registro della stessa, l’illusione. La realtà che rimane sullo sfondo e il sentimento che l’avvicina”. E così è.

Daniela Tralongo

"La bolgia delle eretiche" di Marinella Fiume

Marinella Fiume è una mia cara amica. Di ciò ne sono orgoglioso e quindi potrei sembrare poco obiettivo quando parlo di lei e dei suoi scritti, magari lasciarmi influenzare dall’affetto che provo nei suoi confronti. Ma così non è. Nell’ambiente scrittorio siciliano ci conosciamo un po’ tutti e ritengo che simpatie e antipatie personali debbano rimanere ai margini quando si scrive di un’opera letteraria, altrimenti tutto assume il contorno di una farsa. Questa premessa è d’obbligo prima di addentrarmi nel cuore de “La bolgia delle eretiche”, edito da Bonanno. Di Marinella ho letto gran parte della produzione letteraria e a ogni nuovo libro che pubblica non finisco mai di stupirmi della sua forza, della rabbia interiore da cui è animata per ristabilire verità nascoste, ingiustizie nei confronti dei più deboli. Così è stato per “Celeste Aida”, così è per questo nuovo romanzo. Ci sono donne nate per godersi la vita, aspirare alla quiete, al benessere materiale, alla serenità o, al limite, accontentarsi di vivere all’ombra di un marito. Marinella è nata guerriera, si erge a paladina di tutte le donne oppresse, donne che nel passato hanno lottato per affermare il proprio talento e la propria personalità; hanno lottato spesso invano, censurate da una società maschilista e bigotta, subendo restrizioni e condanne a morte. Non a caso in questo libro si parla di bolge e di eresia. L’Inferno è qui, sulla Terra. L’Inferno è nella mente degli esseri umani quando scaricano la loro brutale cattiveria contro altri esseri umani. Penso che la stessa autrice di questo libro se fosse vissuta nel Seicento non sarebbe scampata al giudizio severo della Santa Inquisizione. Marinella ha capelli rossi, sguardo magnetico, “vivacità” di linguaggio; idiosincrasia per le cose storte, tendenza a spiattellarti in faccia la verità, o almeno la sua verità. Insomma, le cose non le manda a dire. Se non strega, un po’ “mavara” lo è veramente. Per fortuna è nata nel nostro secolo e ce la teniamo ben stretta. Questo libro è un libro sofferto, scavando nel dolore di donne innocenti, vittime dei peggiori soprusi; fantasmi che vagano nelle tenebre; fantasmi che non trovano quiete per la loro anima violentata. Mariannina Coffa, la fragile poetessa netina che null’altro chiedeva se non di poter incidere i propri pensieri su un foglio di carta; Peppa la cannoniera, analfabeta eroina risorgimentale, forse suo malgrado, inconsapevole strumento di una Patria maligna. E tante altre ancora: Suor Agueda, Francisca, Garronfola, Sofonisba. Tutte accomunate da un unico tragico destino. Tutte riportate alla luce da una scrittrice mai doma di scavare nel passato, mai doma di rendere giustizia a chi non ne ha avuto.

Salvo Zappulla