Lunghi applausi e standing ovation per Zingaretti al Teatro Greco di Siracusa

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Ieri sera abbiamo assistito al reading “La Sirena” di e con Luca Zingaretti, al Teatro Greco di Siracusa. Dopo tanto aspettare è giunto il momento, il pubblico curioso freme all’idea di vedere uno dei suoi idoli televisivi li, a pochi metri, le aspettative sono alte.

Nei giorni scorsi lo stesso attore aveva espresso, sui social e non solo, l’emozione nel doversi esibire su un grande palcoscenico come quello di Siracusa, che porta con sé il peso del passato e grandi responsabilità nei confronti del pubblico.

Prendendo posto noto subito una scenografia scarna ed essenziale e capisco che l’accento verrà posto esclusivamente sulle parole e sulla musica, man mano che il teatro si riempie, vedo molti giovanissimi tra gli spettatori e me ne compiaccio, specialmente di questi tempi nei quali si pensa che i più giovani siano anche i più disinteressati alla cultura. Quanto ci si sbaglia.

L’attesa si fa sentire, e dopo pochi minuti di ritardo, si abbassano le luci.

Luca Zingaretti ed il maestro Fabio Ceccarelli entrano, in smoking, eleganti, in contrasto con la semplicità della scena (gesto, a parer mio, di riguardo nei confronti del teatro siracusano). La musica, scritta da Germano Mazzocchetti crea subito un’atmosfera sognante, si apre la narrazione.

La storia, non molto conosciuta a dire il vero, è quella di Paolo Corbera di Salina, giovane giornalista per La Stampa, che dopo l’ennesima delusione amorosa, in una cupa mattina torinese, incontra in un caffè Rosario la Ciura, rinomato classicista e professore universitario in pensione.

Sin da subito i due entrano in antitesi, alla maniera più classica. Si apre, infatti, allo spettatore il tipico dualismo giovane-vecchio, presente-passato, moderno-antico. Ma dopo un primo momento fatto di battibecchi i due personaggi trovano un primo punto di incontro: la Sicilia. La terra natia prende vita attraverso i ricordi di entrambi, che, lontani ormai da anni, rievocandone gli odori, i sapori, i paesaggi, la descrivono in modo sublime, quasi come un Eden lontano nel quale non mancano però gli errori e le difficoltà, perché una terra come la nostra era ricca di contraddizioni allora così come lo è oggi. I due protagonisti stringono una singolare ma profonda amicizia, nella quale le loro differenze, generazionali e non solo, diventano momento di gioco, come nel caso delle “diatribe” relative alle pene d’amore del giovane Corbera, che l’anziano professore sminuisce senza freno, affermando sempre che «L’Amore, quello vero, non è fatto di scialbe donnine senza sapore, senza sentimento. Ma che ne vuoi sapere tu…!».

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Gli incontri si fanno sempre più frequenti e cordiali, al punto che il vecchio professore si lascia andare ai ricordi più intimi di quella che per lui fu una splendida giovinezza, fatta di ricci di mare che sanno di femmina, paesaggi solitari del siracusano e acque limpide del mare di Sicilia.

«I ricci - afferma Ciura - sono pericolosi come tutti i doni del mare, che danno la morte all’immortalità». 

La narrazione che fino a questo momento è stata intervallata da momenti di ironia e tenerezza, diviene improvvisamente cupa, di un’oscurità che stimola la curiosità e incanta al suono della voce narrante. Il vecchio sembra ricordare qualcosa che stenta però a dire, il tutto in un vaneggio di ricordi che pare essere solo il frutto della senilità.

Durante il loro ultimo incontro i due protagonisti vivono un momento intimo e familiare di confidenza. Corbera invita Ciura nella sua casa, è riuscito a procurargli dei ricci di mare provenienti dal golfo ligure. Alla  loro vista l’anziano professore viene investito dai ricordi, al primo assaggio di quelle carni la memoria prende il sopravvento. Ciura racconta un episodio della sua giovinezza universitaria, al tempo era solo un ventenne e la vita era lieve. I fatti raccontati si volgono sul finire dell’‘800 mentre il giovane e promettente studioso si trova ad Augusta, per un breve periodo di vacanza. Il mare è il suo unico compagno in quella torrida estate di studio e proprio il mare gli porterà l’incontro più straordinario della sua vita, quello con la sirena Lighea. «Sei bello!» - gli dice lei - «Non credere alle leggende sul nostro conto. Noi sirene non portiamo morte, sappiamo solo amare». Il racconto di quel suo unico, vero amore si vela di toni fantastici, come se sogno e realtà fossero stati da sempre la stessa cosa. Un amore di poche settimane, ma vero ed intenso come nessun altro. Dopo il loro dolce ed idilliaco incontro, i due amanti alla fine si separeranno nella tempesta «Seguimi, vieni con me…» - lo prega lei. «Avrei dovuto farlo allora» - racconta Ciura - «ma Lighea era tornata a fondersi con la spuma del mare». Dopo questo racconto mitico, quasi di sogno, nel quale al giovane Corbera viene rivelato il vero senso dell’Amore, i due amici si separano.

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La mattina successiva in redazione giunge una lettera nella quale si da la notizia che il professor Ciura è caduto in mare durante il viaggio e che il suo corpo è andato disperso tra i flutti. Si chiude così il racconto di Tomasi di Lampedusa, così la narrazione di Zingaretti.

Al termine della sua magistrale performance, Luca Zingaretti omaggia il pubblico con la lettura della poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale; poi il maestro Ceccarelli chiude con un assolo alla fisarmonica.

Il lungo scrosciare degli applausi ci riporta tutti alla nostra realtà, le luci del Teatro Greco si accendono di nuovo, l’attore fa il suo inchino. Noi pubblico ci risvegliamo da quella magia che per un’ora ci ha mostrato i molti volti dell’amore, tanti quanti sono quelli della nostra bella ed amara Sicilia, descritta e raccontata alla maniera di chi, come Tomasi di Lampedusa e Zingaretti, in questa nostra terra ha lasciato un pezzo di cuore. 







Francesca Brancato

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Il debutto della Lisistrata tra i dialetti italiani

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SIRACUSA – È andata in scena la Lisistrata di Aristofane, il terzo spettacolo in cartellone per questo 55° Festival delle rappresentazioni classiche. Il debutto è stato un successo con applausi che hanno cadenzato a intervalli regolari l’intera commedia. 

Ad accogliere gli attori è stata messa in piedi, da Andrea Viotti, una scenografia dai toni classici, in cui l’imponente acropoli ribadisce la propria importanza nella vita della città ateniese. Dentro le sue mura si amministra il potere della città, su cui si staglia il mezzo busto di una Venere paleolitica. Elemento fuori programma, l’oracolo posto fuori scena, che riproduce la sua solennità per la postura che fa pensare ad un Cristo benedicente con le piume che adornano il capo. 

Sin da subito l’azione è colorata, sia nei costumi, sia nelle danze, sia nelle musiche, che accompagnano le vicende con toni ora più classici ora più moderni, fino ad arrivare a intermezzi contemporanei che stupiscono e lasciano un sorriso, e qualche perplessità, al loro volgere. La trama delle donne greche stanche della guerra che non produce nulla di positivo per la città, ma provoca solo morte e distruzione, è una critica e un dramma insieme che le donne di tutto il Paese condividono. Lisistrata (la straordinaria Elisabetta Pozzi) al pari di un condottiero, è la donna ateniese che, riunendo le altre sue compagne di sventura, mette in moto un piano per far cessare i conflitti e restituire la pace. Così dal buffo escamotage iniziale, proteso a negare ogni forma di intimità agli uomini, le donne conducono la loro battaglia a suon di intelligenza e saggezza, dentro le mura domestiche e dentro le mura cittadine, occupando l’acropoli e controllando le finanze della città. A suon di battute che riproducono la policromia linguistica dei dialetti italiani, e accennano anche ad un paio di espressioni straniere, lo spettatore non può che cogliere l’universalità del messaggio di pace di Lisistrata, in cui la materialità della parola di Aristofane (a tratti spettacolarizzato con molto vigore) è in primo piano per l’intero spettacolo. 

La resa finale è una commedia scrosciante, in cui antico e moderno portano avanti un dialogo destinato a durare. Sebbene il testo segua il modello di Aristofane, sono stati aggiunti anche personaggi e citazioni: dalla figura del didascalio (ottima la teatralità di Roberto Alinghieri) chiamato ad interrompere l’azione ogni qualvolta fosse necessario spiegare alcuni termini greci di cui lo spettatore odierno non avrebbe colto altrimenti il senso, ad una serie di citazioni dei tempi recenti, dalle filastrocche, al canto del pedasta (con l’esecuzione di Massimo Lopez). Come nel caso del didascalio, anche lo spazio circoscritto dedicato del pedasta, ha confermato il gioco, pensato dal regista, a tratti un po’ forzato, con cui gli attori si sono divertiti a interagire con il pubblico, al pari delle donne che proclamano i loro “programmi politici” direttamente avanzando nella cavea. 

La potenza della commedia messa in scenda da Tullio Solenghi, sta tutta nelle capacità di un cast di altissimo livello, che ha saputo stupire e far ridere il pubblico, non dimenticando di ammonirlo a riflettere, con spunti diversi, dal senso dei conflitti, alle speculazioni con cui si muovono le grandi potenze facendo razzie di alcuni territori, alla plastica che aleggia tra le nostre città.

Nel cast, oltre al Solenghi/Cinesia, Federica Carrubba Toscano, Giovanna Di Rauso, Viola Marietti, Vittorio Viviani, Totò Onnis, Mimmo Mancini, Tiziana Schiavarelli, Simonetta Cartia, Silvia Salvatori, Federico Vanni, Margherita Carducci, Elisabetta Neri, Roberto Alinghieri, Giuliano Chiarello, Gabriele Manfredi, Roberto Mulia, Franco Mirabella, Riccardo Livermore e Andrea Di Falco.

Daniela Tralongo

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Il debutto di "Le Troiane" di Euripide parte sottotono, ma promette grandi riprese:

È andato in scena ieri, 10 maggio 2019, il debutto di Le Troiane, seconda tragedia di Euripide in cartellone quest’anno per la Stagione 2019 delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa.

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La cavea è gremita di gente, il pubblico si trova subito dinanzi al tanto chiacchierato “bosco morto” di Stefano Boeri, spoglio, immobile. Tre botti, improvvisi e fragorosi, l’entrata in scena del coro e di Ecuba (che da quell’istante saranno sempre presenti). Nulla si muove, la guerra di Troia si è conclusa, la città è distrutta, la popolazione devastata dal conflitto raccoglie i pezzi di ciò che resta. “Non canti, ma danze di dolore” per la perdita degli uomini, introduce Ecuba - interpretata da una straordinaria Maddalena Crippa. Le Troiane sono ormai sole, piegate, senza protezione e con il cuore ricolmo di dolore e di pianto per coloro che sono morti e per il proprio futuro incerto. 

Gli Argivi si spartiscono il bottino di guerra, nel quale le donne sono comprese, ridotte schiave o, peggio, amanti dei vittoriosi nemici. A riferire del loro destino infelice Taltibio - Paolo Rossi - messaggero del nemico, che non resta però indifferente alle sofferenze subite dalle Troiane.

Nei loro cuori, la ragione ha lasciato il posto alla follia e alla disperazione, come nel caso di Cassandra - Marial Bajma Riva - che maledice la casa di Agamennone e predice il peregrinare di Odisseo. Accanto a lei, Andromaca - un’intensa Elena Arvigo -, moglie del defunto Ettore, entra in scena con in braccio il figlio Astianatte - il giovanissimo Riccardo Scalia, che ha ricevuto un fragoroso e lungo applauso per la sua interpretazione - piange per il destino che li attende.

Ella è il volto della rassegnazione “I morti hanno un destino migliore dei vivi - afferma - poiché essi possono giacere nella terra dei Padri”, mentre le sventurate Troiane saranno costrette a lasciare la terra natia per divenire oggetto di scherno e diletto del nemico. “Nella vita c’è speranza” la interrompe Ecuba, riferendosi a suo nipote. Il sopraggiungere di Menelao - Graziano Piazza - rappresenterà l’unica presenza in scena del nemico, che, per quanto vittorioso, partecipa anch’esso al dolore causato dalla lunga ed estenuante guerra. L’unica, che sembra voler trarre vantaggio dell’esito del conflitto sarà Elena - Viola Graziosi - la cui bellezza sembra non essere stata scalfita dai tremendi fatti che l’hanno vista protagonista. Da vittime le Troiane si trasformano in carnefici, schernendo e maledicendo la sposa di Paride, che ancora una volta mostra di essere volubile e traditrice. La “guerra degli sconfitti” si conclude quando Ecuba riesce a convincere Menelao della colpevolezza di Elena, con la promessa, da parte di quest’ultimo, di non riprenderla in moglie, poiché ella porterebbe solo sventura al popolo Argivo.

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In quel momento incalza il ritmo della rappresentazione con un crescendo il cui culmine viene raggiunto quando, dopo la notizia del sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille, Taltibio riferisce la tragica decisione di Odisseo di voler uccidere Astianatte, solo perché figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città.

Il pathos, che fino a quel momento sembrava quasi assente dalla scena, tutto ad un tratto pervade attori e pubblico. Le grida di disperazione della madre, seguite da quelle del figlio, scuotono gli animi e mostrano quali sono i veri orrori della guerra, quali le terribili conseguenze, manifestando così il forte tono di denuncia contro tutti i conflitti, già presente in Euripide, che la regista Muriel Mayette ha voluto rimarcare, in maniera, a ben vedere, per nulla velata. 

È finita, non c’è più speranza, al coro delle Troiane non resta che racchiudersi nel suo canto di morte. Queste donne vestite con gli abiti della guerra, ricoperte delle ceneri del conflitto, senza colore, senza identità, sono solo delle entità smarrite, vaganti, fino al momento in cui entra in scena il defunto corpo del piccolo Astianatte, e allora tutto cambia. Gli abiti, che prima vestivano il corpo delle donne diventano le pietre che copriranno lo scudo di Ettore sul quale ormai giace Astianatte. Entra in gioco il rosso, colore del sangue e delle fiamme, che di li a poco incendieranno la città di Ilo riducendola in cenere. Il fuoco riempie la scena, il bosco morto diventa solo un’ombra, come in un gioco di ombre cinesi, sfondo di una tragedia senza fine. Una lunga colonna di fumo si alza al vento, le Troiane si allontanano ed abbandonano la terra natia intonando, magistralmente, il loro ultimo lamento.

La tensione che caratterizza Le Troiane di Euripide, ha lasciato il posto alla lentezza ed al “vuoto”. È tutto molto semplice, scarno, incolore, sembra quasi che la rappresentazione non proceda, ma la tensione emotiva che si respira da metà della messa in scena in poi, con il cambio di toni, soprattutto visivi, conferisce una svolta decisiva alla rappresentazione del mito ed investe il pubblico, il quale alla fine non può far altro che applaudire e complimentarsi per la buona riuscita di quella che sicuramente sarà stata una dura prova per la regia e tutta la squadra. Ci si aspetta molto dalle prossime riprese.





Francesca Brancato

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Rappresentazioni classiche 2019: un’Elena così non si era mai vista!

La figura mitologica di Elena, è passata alla storia per essere la donna che fece scoppiare l’orribile guerra di Troia. 

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A lei è intitolata una delle tragedie in calendario per il 55° Festival del Teatro Greco di Siracusa.

L’Elena (una versatile e piacevole Laura Marinoni) di Euripide è andata in scena il 9 maggio, aprendo il ciclo delle rappresentazioni del 2019. Davanti alla cavea, il pubblico ha assistito ad un’atmosfera in continuo cambiamento, in cui alle parole dei personaggi che recitavano, subentravano le immagini e i primi piano trasmessi sul grande schermo a led posto sullo sfondo – da subito antico e moderno si incastrano con perfetto equilibro. I pensieri di Elena trovavano qui il proprio spazio di espressione, e le onde instancabili e il cielo stellato che incorniciava l’emozione del ritrovamento degli amanti e la speranza di un roseo futuro, trasponevano la scena direttamente ad una dimensione da fiaba. La fluidità delle emozioni raccontate, della natura dell’uomo, della caducità delle sue esperienze e della volubilità del caso e della sorte, nonché dell’inconsistenza di alcune decisioni umane, che provocano effetti disastrosi senza ragioni corpose alla base, come le morti e le devastazioni che scaturiscono dalle guerre, sono confermate non solo dalla narrazione ma anche dalla scenografia (ottima ne è la resa). Vera protagonista è l’acqua. Per l’intera durata dello spettacolo, gli attori si sono mossi tra le acque del Nilo, del mare che accoglie i naufraghi e che induce i protagonisti – Elena e Menelao – a perseguire il viaggio verso la Grecia.

Se Elena è spesso stata letta come la donna frivola che fugge al seguito di Paride in una terra straniera, e scatena l’ira del marito abbandonato, nel mito raccontato da Euripide ne viene disegnato un ritratto totalmente diverso. Elena è sola e addolorata in Egitto, ospite del re Proteo. Qui era stata condotta da Ermes per nasconderla, dopo che la dea Afrodite l’aveva promessa a Paride (anche se già sposa di Menelao), a condizione che Paride, giudice nella gara che sanciva la dea più bella tra Atena, Era e Afrodite, avesse dato a quest’ultima il pomo d’oro. Così Paride, per avere con sé la donna più bella della terra, fa ricadere la sua scelta su Afrodite. A quel punto la dea Era, si vendica creando il fantoccio di Elena, un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo, […] un vuoto miraggio, che viaggia al seguito di Paride, non innescando alcun dubbio tra chi se la trova al fianco. Il dramma si condensa tutto in questo “gioco” degli equivoci, in questo malinteso che fa credere a tutti il tradimento commesso da Elena nei confronti del coniuge. La guerra, i morti, la devastazione che ne sono conseguiti vengono presentati in questo modo come il prodotto di un evento mai esistito, dunque totalmente inconsistente e privo di senso. Elena, che si affligge sopra la lapide marmorea dell’appena defunto re Proteo, non si dà pace per la sorte che le è stata assegnata, sola, privata degli affetti più cari e destinata a stare in terra straniera, sotto le pressioni del figlio di Proteo, Teoclimeno (altrettanto convincente Giancarlo Judica Cordiglia) che la vuole in sposa.  

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E alla disperazione di Elena, fanno eco i pianti dei personaggi coinvolti, afflitti per le perdite umane causate dalla guerra di Troia. La manifestazione del dolore che viene fatta non allude alle formule dell’intonazione classica ma si rifà ad immagini temporalmente più vicine al pubblico presente. Tra abiti scintillanti (i costumi sono di Gianluca Falschi), parrucche, personaggi che richiamano le vesti dei personaggi dell’opera settecentesca (Teonoe – Simonetta Cartia – fa un ingresso in scena che ricorda la solennità della lirica) coppe di champagne, e gonne ampie, ne viene fuori un’azione tragicomica capace di instaurare un dialogo con il mondo odierno. Il naufrago è ancora un ospite sacro? Le guerre, anche le più idealizzate, spesso sono supportate da false ragioni, e non sono mai una risoluzione permanente ai fenomeni di instabilità che le hanno provocate. Perché allora proseguire con questi insensati sacrifici umani? E poi ancora la donna si presenta come parte attiva di una società in cui può determinare cambiamenti e forgiare la propria sorte, senza subirla passivamente. “La donna può dare consigli sensati” afferma Elena ad un tratto, rivolgendosi a Menelao (apprezzabile Sax Nicosia). Mentre infatti Elena ne stava piangendo la morte (presunta), riferitagli da un messaggero, d’un tratto riconosce un’immagine a lei familiare. Un uomo le si avvicina, un naufrago in cerca di aiuto. I due si guardano e si studiano, perché ciascuno ha qualcosa di familiare. Allo stupore iniziale, seguono le domande che confermano la loro vera natura. Elena capisce che Menelao non è veramente morto, e Menelao capisce che la donna che ha scatenato la guerra è in realtà un’immagine falsa. Da qui studiano un piano per rientrare in patria, che si servirà di alcuni inganni a detrimento di Teoclimeno. “La mente legge ciò che vedono gli occhi” afferma Elena. E da qui, il messaggio di Euripide, torna ad essere valido anche oggi. La sensazione che si riceve è che la tragedia raccontata dalla regia di Davide Livermore abbia saputo sfruttare soluzioni moderne, registri differenti e combinare il tutto con musiche mai invasive (Andrea Chenna) ma in grado di accompagnare i ritmi dell’azione con proprie parentesi stilistiche. Il gioco delle falsità delle immagini – tema sui cui la società odierna deve mettersi in discussione, sempre più avvezza a vivere nell’alienazione di una ricostruzione vuota e digitale della realtà – è ribadito anche dal continuo ricorso degli specchi. Tipici strumenti di tutta la letteratura postmoderna, gli specchi sottolineano ancora una volta la natura ingannevole delle figure riflesse, che restano comunque mera invenzione visiva. Infine lo scambio di personaggi maschili interpretati da donne e viceversa, ribaltano gli stereotipi e ci pongono dinnanzi ad una serie di domande: accettando che nulla sia precostituito, metterci in discussione sembra essere un suggerimento da non sottovalutare, per dirla con le parole di Euripide “l’unica divinazione possibile è data dalla ragione e dal buon senso”. 



Daniela Tralongo 

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Il mercato della politica e le sue marionette ne "I Cavalieri" di Solari

SIRACUSA - La serata di ieri è cominciata con le più alte aspettative da parte del pubblico, che con molto interesse ha seguito la messa in scena de "I Cavalieri" di Aristofane, in scena per la prima volta a Siracusa.

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La trama semplice della commedia lascia spazio a contaminazioni attuali, in termini di linguaggio e riferimenti a fatti e personaggi della contemporaneità. Aristofane, come ben sappiamo, è forse il più attuale dei commediografi ateniesi del V secolo. I personaggi ed i messaggi, non troppo velati, trasmessi dal suo teatro sembrano avere sempre una perfetta collocazione ai giorni nostri. Così è stato ache ieri sera , grazie anche alla regia di Solari e alla libera traduzione di Olimpia Imperio, i quali sono riusciti a portare sul palco del Teatro Greco di Siracusa il dibattito politico a viso aperto, dove sotterfugi ed inganni non sono nascosti da coltri di fumo, ma messi in atto alla luce del sole. 

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I Cavalieri, unici latori di saggezza, fanno da coro a sei grandi personaggi, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale in quella che si rivela essere una vera e propria lotta per il potere. In primo piano i due contendenti: Paflagone e il Salsicciaio, interpretati rispettivamente da un magistrale Gigio Alberti e da un applauditissimo Francesco Pannofino, il quale, nonostante l'emozione della prima e le difficoltà che un palco come quello di Siracusa implica, è riuscito a portare in scena un ruolo dal forte impatto sociale e politico. Accanto a loro Nicia e Demostene, ovvero Sergio Mancinelli e Giovanni Esposito, i servi che, stanchi delle angherie di Paflagone/Cleone, decidono di rivolgersi agli oracoli divini, scoprendo che l'unico modo per sconfiggere un politico è quello di metterlo a confronto con un altro politico, e per fare si che questo accada si avvalgono del favore dei Cavalieri, il cui compito sarà quello di convinvere Demo, personificazione del popolo ateniese. Antonio Catania (Demo) annoiato e stanco, accetta ed accoglie il cambiamento di rotta che da Paflagone porta al grasso, arrogante ed ignorante Salsicciaio, approfittando dell'immenso guadagno che ciò comporterebbe per sé. 
Sembra così che il popolo sia in balia degli eventi e delle lusinghe del travolgente mercato della politica, ma in un momento di lucida confidenza Demo rivela di essere consapevole degli squallidi giochi di potere e delle rovinose conseguenze alla quali si va incontro con l'elezione del Salsicciaio, ma ricorda anche che l'ultima parola spetta sempre al popolo, che ha il potere di sbarazzarsi della cattiva politica, qualora da questa non si riuscisse a ricavare più nulla. È il grottesco rovescio della medaglia, che porta all'attenzione di tutti l'oscura realtà della materia politica, ormai ridotta a semplice argomento da mercato. 

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Temi attuali ed imponenti questi, messi in risalto dalla semplicità della scenografia e dei costumi, ad unica eccezione dei Cavalieri, che con le loro maschere da burattini danzanti rappresentano il macchinoso sistema che sta dietro alle scelte politiche della città. Il tutto condito dalla ritmica dell'accompagnamento musicale, composto ed interpretato, dal Corifeo Roy Paci, che con la sua tromba ha finlamente riportato la musica dal vivo sulla scena. 
Nonostante qualche dimenticanza ed un intervento imprevisto proveniente dalla pàrodoi, possiamo affermare che la qualità migliore dello spettacolo messo in atto ieri è stata, sicuramente, quella di avere scosso gli animi e di aver stimolato il dibattito in un pubblico che, ormai troppo avvezzo alle dinamiche televisive e social del nostro "mercato politico", è stato ricondotto a una realtà nella quale le idee e le opinioni si esprimono con chiarezza hic et nunc.

Francesca Brancato
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Il debutto tra gli applausi per l’Edipo a Colono di Kokkos

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Siracusa – Con cinque minuti di applausi finali, l’11 maggio Siracusa saluta entusiasta l’ Edipo a Colono di Yannis Kokkos per questo 54° ciclo di rappresentazioni.

Un ritorno alla classicità:  pochi elementi fanno la scenografia, distinguendo gli ambienti di Tebe e di Atene con rispettivi riferimenti architettonici militari da una parte e una porta dorata e lucente dall’altra. Centralmente volge le spalle un immenso Edipo in pietra. E l’azione si svolge tutta lì, nella narrazione che viene raccontata dai personaggi che prendono la parola. Non ci sono danze, le musiche si riducono ai lamenti/canti a cappella dei cittadini che a Colono vedono consumare la sorte dello straniero Edipo.

La parola è la vera protagonista (la traduzione è di Federico Condello), quella parola densa di significato che parla della dimensione di chi, profugo, lascia il proprio paese cercando riparo altrove, quella parola che ammonisce che bisogna adeguarsi alle leggi della città per non essere più un immigrato, quella parola che svela le sventure e le profezie che lo straniero porta con sé, quella parola che denuncia come spesso il potere prevalga sui legami affettivi. Questa parola rimbalzava da una bocca ad un’altra con leggerezza e profonda emozione, così che guardando gli attori recitare sembrava a tratti di ammirare un quadro, per l’immanenza dei personaggi in ascolto, immobili, intensi nelle loro espressioni, nei loro costumi anni ’60 dai colori scuri e senza distinzioni reciproche. Il verde militare ritorna sul palco con Creonte (uno straordinario Stefano Santospago) e i suoi soldati, che nel tentativo di convincere Edipo a rientrare a Tebe, ne prendono in ostaggio le figlie Antigone e Ismene. Verranno liberate solo grazie all’impegno di Teseo, il solo che accompagnerà Edipo nel luogo in cui la morte lo trarrà a sé, momento questo che verrà raccontato dal messaggero come un fenomeno miracoloso.

Con un cast di altissimo livello, la tragedia si è fatta narrazione in tutte le sue parti, anche quando il bravissimo Fabrizio Falco nei panni di Polinice giunge a Colono per convincere il padre Edipo ad accordargli i suoi favori, a detrimento del fratello Eteocle con il quale si stava scontrando per governare su Tebe. La tensione del dialogo tra i due interlocutori abbandona il richiamo alla gestualità, condensandosi tutta nello slancio delle grida del figlio e nelle parole lente, di rimprovero del padre. Di questo vecchio (bravissimo Massimo De Francovich), non più autonomo, costretto a farsi assistere dalla figlia, risuonano le parole in tutta Colono, ad Atene, a Tebe e tra i boschi, così come in precedenza era avvenuto con il suo nome, riuscendo a rendere piena tutta la scena con il solo potere della sua voce.

 

© Daniela Tralongo

 

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È in scena Eracle, l’eroe umano di Emma Dante

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Siracusa – La scena è allestita, gli ospiti prendono posto e inizia lo spettacolo. 

Siamo al 54° ciclo di rappresentazioni classiche, e di fronte ad un pubblico di 4000 persone, annunciati dai tamburi, fanno il loro ingresso gli attori in una passerella ordinata durante la quale svelano le proprie identità, non i volti. 

I personaggi dai lunghi capelli, infatti, non perdono tempo a restare “scoperti” ma subito procedono ad imporsi sulla scena come personaggi e non come persone/ individui. L’impostazione registica di Emma Dante è chiara sin dal principio: siamo di fronte ad una tragedia universale, che non fa differenze di genere, <<Ti comporti da donna>> ammonisce Teseo ad Eracle sul finale della tragedia per ricondurlo alla vita, nel momento in cui l’eroe è affranto dal dolore per aver procurato la morte dei suoi stessi cari e anela al suicidio; né di età, la sorte non fa sconti ai giovani, per quanta forza possano avere i loro sogni o i piani su di loro proiettati, perché saranno inermi come gli anziani tebani di fronte alle scelte che poteri più grandi avranno in serbo per loro. Dunque l’uomo/la donna si spogliano delle peculiarità individuali e si fanno immagine dell’essere umano nella sua globalità/essenzialità. Il dolore, lo sconforto, l’eccitazione, la gioia, il coraggio, lo smarrimento sono gli stati d’animo raccontati da ogni essere umano presente sulla scena, dallo schiavo all’eroe. Gli unici cambiamenti che è possibile riscontrare sono i registri assegnati ai singoli personaggi: Megara (una bravissima Naike Anna Silipo) si avvale di toni epici nei suoi canti di dolore e disperazione; Anfitrione (altrettanto lodevole Serena Barone) indossa i panni di un vecchio dalla cadenza sicula, reggendo su di sé con battute tragicomiche il ritmo di tutta l’azione; le perplessità sulla giustizia del volere di Era che manda Iris (Francesca Laviosa) ad instillare la follia in Eracle, facendogli uccidere i suoi figli e la moglie, dopo averli protetti dal suo ultimo nemico Lico (Patricia Zanco), che li voleva uccisi per usurpargli il trono di Tebe, si esplicano in un dialogo speculare originale e coinvolgente a suon di percussioni e ritmo dance tra la stessa Iris e Lyssa (Arianna Pozzoli); in ultimo Eracle (Mariagiulia Colace), l’eroe delle 12 fatiche che diventa estremamente fragile di fronte al dolore più profondo per la perdita dei propri familiari, si muove macchinoso per tutto il tempo esasperando a tratti la consapevolezza della sua forza senza limiti, del suo essere l’immagine perfetta dell’eroe precostituito per accasciarsi da semplice uomo e decidere di affrontare il suo dolore continuando a conviverci. 

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Il corpo come medium comunicativo è la costante di questo spettacolo riuscito, non scontato che fa riflettere senza commuovere, di fronte ad una scenografia (Carmine Maringola) ben studiata che trasforma l’altare di Zeus in una sorta di tenebroso muro del pianto, con quel tocco di colore ed emozione portato in scena dalle corone di fiori che si ergeranno sul finale a lutto accanto ai corpi dei morti. 

 

Daniela Tralongo

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"Il Giuramento" di Claudio Fava al Teatro Verga di Catania

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Ieri sera è andato in scena al teatro Verga di Catania il Giuramento di Claudio Fava, per la regia di Ninni Bruschetta.

Molti giovani affollavano il teatro, contrastando il classico pubblico degli irriducibili abbonati. Dopo pochi minuti dall'ingresso in sala siamo accolti dagli attori, in maschera, che danno inizio ad un coro latino, il sipario si alza e loro si dispongono in alcuni banchi rialzati, che riproducono perfettamente quelli di un'aula universitaria.

Si perché la vicenda si svolgerà proprio in questo ambiente, esattamente nel 1931, quando il regime fascista impose a tutti i professori universitari un giuramento di fedeltà al re e al Duce. Tutti giurarono, tranne dodici, uno di questi è il nostro protagonista,Mario Carrara, interpretato dall'ottimo David Coco, capace di mostrare il conflitto di un'uomo onesto, votato alla causa scientifica e alla sua missione di medico e professore che non ha mai visto di buon occhio il regime fascista anche se ha sempre evitato di schierarsi.

L'impianto scenico è funzionale alla vicenda,non cambia quasi mai per l'intero spettacolo, i cambi di luce fanno però la differenza, l'aula universitaria diventa ora la casa del professore,ora l'esterno di un bordello,ora una piazza dove Mario e la sua governante( una delicata e decisa Stefania Ugomari De Bias) parlano del loro amore impossibile, al limite del platonico.

Mario viene coinvolto sempre di più, un medico socialista e suo fraterno amico(Antonio Alveario) e il rettore dell'Università (uno straordinario Simone Luglio) che lo esortano a più riprese a prestare giuramento, una "Formalità" alla quale lui non riesce proprio a piegarsi.

Gli studenti ed il gerarca (Liborio Natali,Pietro Casano, Federico Fiorenza,Luca Iacono e Alessandro Romano)  riescono a rappresentare perfettamente la gioventù bella, folle, incosciente e feroce figlia di quel periodo.

Uno spettacolo forte, affrontato con rispetto, anche se l'impronta romanzesca e narrativa del testo d'origine è evidente, la vicenda si svolge in modo lineare, senza particolari scossoni fino all'inevitabile conclusione.

Corrado Drago

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Emma Dante e le sue ‘bestie’ di scena: l’estetica (de)costruttiva?

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7 novembre, Teatro Stabile di Catania, sala Verga, finalmente vado a vedere il tanto chiacchierato “Bestie di scena” di Emma Dante, sono curioso all’inverosimile, elettrizzato.

All’ingresso del teatro sento vociferare gli abbonati dello Stabile di Catania. L’ambiente è proprio il classico ambiente del teatro: signore con vistose pellicce, uomini con eleganti cappotti, giovani che ridendo raccontano di essersi fatti prestare l’abbonamento dai suoceri per vedere questo spettacolo, proprio questo.

Entriamo in sala ed il sipario è aperto, ci sono già sul palco diversi attori che fanno il classico training di riscaldamento attoriale pre-spettacolo. Man mano che le persone iniziano ad accomodarsi, l’intensità del training aumenta e iniziano corse a perdifiato e grandi cerchi con tutti che saltellano agilmente ed in sincro. Sembrano uno stormo di uccelli per quanto sono precisi nel muoversi insieme. Le luci in platea calano e l’intensità del training aumenta sempre di più. Le luci in sala si spengono e i quattordici attori sono in scena e saltano e si muovono a ritmi davvero molto alti. Poi accade quello che tutti ci aspettiamo, quello che ha fatto così scalpore, quello che ha fatto aumentare la curiosità di tutti nel vedere questo spettacolo: gli attori ad uno ad uno si spogliano interamente, lasciando cadere dal palco le loro maglie ed i loro intimi matidi di sudore. Fin qui sono affascinato da quello che accade sul palco. L’attore che si dona completamente nudo al pubblico da teoria, diventa pratica, diventa realtà. Questa è l’unica buona sensazione che avrò nel corso di tutta la messa in scena.


Inizia un gioco perverso e sadico, inizia un impero assente che determina le azioni di tutti sul palco, inizia il potere della regia. Dalle quinte o dal tetto vengono lanciati oggetti alla catena. Prima una tanica con poca acqua che le “bestie” bevono per poi sputare ed affogarsi, poi dei mortaretti che fanno saltare per aria uno degli attori, poi una bambola che trasforma una delle attrici in un giocattolo, poi una spada con cui un altro attore gioca a far lo spadaccino. Un secchio, dell’acqua, palloni da basket, carillon, teli, noccioline. Gente che litiga in grammelot, attori che prendono in giro altri attori, chi balla da sola all’accendersi di una luce su di lei, chi scivola con la schiena e quasi finisce fuori dal palco e la regia sempre dall’alto della sua cupola invisibile a pilotare tutto questo. La struggente “Only you” che ogni tanto suona nell’aria. Il Tutto e il Nulla senza troppi raccordi insieme ad un solo fine: disumanizzare l’attore nella sua nudità. 

Tutto è utile per dimostrare che quelli non sono più esseri umani, ma bestioline ammaestrate che reagiscono agli stimoli del regista deus ex-machina di tutto. Nulla che li salvi dal loro non essere più esseri umani, nulla. Mi sarebbe bastato poco, pochissimo a ricordarmi che gli attori sono comunque persone, ma non l’ho avuto. Non abbiamo avuto nulla. 

A metà spettacolo sono già inferocito come un caimano ceco.

“Bestie di scena” è da vedere. È da vedere per combattere con tutte le proprie forze questo genere di concezione della figura dell’attore. Nessuno dimentica mai che un idraulico è una persona, per quale ragione dovremmo dimenticarci che anche un attore lo è?

Tante volte nel corso dello spettacolo sarei voluto andare sotto il palco a dire a queste persone di non dimenticarsi di essere tali. Di ricordarsi i tempi in cui gli attori di teatro erano considerati divi e non animaletti da ammaestrare. Avrei voluto dire a tutti gli attori che non mi sarei mai ricordato nessuno dei loro volti, che nulla dei loro movimenti rimarrà nella mia memoria. Ciò che mi stavano comunicando è la distruzione della figura dell’attore, non la sua sublimazione. Io non ricordo il nome di nessuno di loro e non mi è nemmeno passato per la testa di appuntarmelo, un solo nome ricordo e ricorderò, uno solo: Emma Dante. 

Belle le luci, stupende alcune immagini, ma è estetica, nulla più di questo.

La triste verità è che la Dante rappresenta davvero lo stato attuale del mondo attoriale. Un mondo che si è dimenticato da quali lustri proviene e che è disposto a tutto pur di stare sotto le luci del palcoscenico. Poi possiamo anche riempirci di paroloni e cercare una grande filosofia in tante noccioline che vengono lanciate sul palco e degli attori che si trasformano in scimmie costrette anche a pulire con delle scope tutte quelle noccioline. Possiamo cercare grandi significati, ma la gente rideva di loro, li derideva. Più di una persona ha lasciato la sala prima della fine dello spettacolo, al termine quasi mezza sala non ha nemmeno accennato un applauso.

Magari la mia limitata mente non è riuscita a cogliere degli altri profondissimi significati, ma ribadisco: Bestie di scena è da vedere. 

Da vedere per combattere tutto questo.

 

Massimo Tuccitto

Armonia e misura per I sei personaggi in cerca di autore di Michele Placido

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Già, mentre mi avvicino al teatro, vedo fila davanti ai cancelli, scorgo a distanza voci e volti giovani, molto giovani, sono scuole. Già alle diciassette il teatro è quasi tutto pieno, il pubblico è un misto di occhi curiosi e suoni di smartphone che ricevono notifiche e scattano foto. Qualche signora imbelletta il proprio animo discutendo di Placido in platea, poi la voce dall’altoparlante ci comunica che da lì a pochi minuti lo spettacolo avrà inizio, chi è restato senza posto si affretta a trovarne uno, il buio, si apre il sipario ed inizia lo spettacolo.

La scenografia mi piace, è semplice, ma molto appropriata, un tavolino con sedie che sanno di vissuto sulla sinistra, una vasca dorata e una scala a forbice sulla destra, sul fondale il teatro a nudo con i suoi ponteggi e le sue carrucole. Sono felice, è una buona scelta.

All’apertura della scena i sei personaggi fanno un’apparizione fugace con fasci di luce che li presentano per pochi attimi l’uno scomparendo all’apparire dell’altro. Anche questo mi piace, semplice e incisivo. Subito dopo in rapida sequenza fanno il loro ingresso gli attori della compagnia in prova, il direttore di scena, l’aiuto-regia e il regista. Iniziano subito a mettersi al lavoro per provare il loro spettacolo che andrà in scena dopo pochi giorni. La scelta è stata di variare il testo di Pirandello mettendo a riposo il “Gioco delle parti”, ciò che aveva scritto l’autore. Nella visione di Placido la compagnia ha in prova uno spettacolo sul femminicidio, con annesso assessore al telefono che ha trovato data e finanziamento e una costumista che fa recapitare un abito di scena orribile fra le furie della prima attrice. Approvo a metà questa scelta, non tanto per la modifica al testo, perché adoro le attualizzazioni fatte bene e questa è ben riuscita, ma inizio davvero a scocciarmi che ovunque vada in qualche modo si parli di femminicidio, abusi sulle donne o cose così. Quando una cosa diventa troppo di moda perde di molti significati a mio avviso. Leggo comunque una buona dose d’ironia che mi risolleva l’animo critico.

Gli attori interpretati da Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, il direttore di scena Antonio Ferro ed il regista Silvio Laviano palleggiano con agilità fra di loro, la recitazione è pulita e chiara, lo spazio scenico è gestito alla perfezione creando, man mano che si snoda la vicenda, una grande armonia visiva fra tutti gli elementi in gioco. L’armonia mi mette a mio agio, mi rilassa e mi aiuta ad entrare presto nel meccanismo del gioco. Io adoro l’armonia.

L’ingresso dei sei personaggi è un altro elemento che mi aiuta a comprendere ancor meglio il codice di questa messa in scena, non c’è troppo mistero, non c’è troppa aspettativa non ci sono eclatanti cambi di atmosfera, i sei entrano quasi come entrasse chiunque altro. Il codice mi è chiaro, mi sarebbe piaciuto avere un brivido in più alla loro entrata, ma va bene così, è tutto chiaro, pulito, è un’ottima dote per uno spettacolo.

Michele Placido, che interpreta il Padre, cattura la scena con grazia e senza mai strafare, la sua abilità con la parola è notevole e i suoi cambi tonali sono molto affascinanti, è un grande attore ed è quasi superfluo ribadirlo.

La vicenda inizia ad entrare nel suo cuore con i personaggi che insistono ad essere rappresentati. Mi è molto piaciuta la scelta di un antico testo della tradizione siciliana, Sciccareddu di lu me cori, come canzone seduttiva della figliastra interpretata da Dajana Roncione, lei ha molta carica ed è bella al punto giusto, mai volgare, ma aggraziata e piena di energia cattura bene la mia attenzione per tutta la pièce, nell’arco dello spettacolo vibra un po’ troppo la voce, ma alla fine gli applausi più forti sono per lei. Guia Jelo, nei panni della madre, riesce sempre a sorprendermi per l’intensità con cui interpreta ogni ruolo ed anche questa volta conferma la mia condizione regalandomi il primo brivido sulla pelle. Anche Luca Iacono, il figlio, mi piace, mantiene un alone costante di mistero e dubbio, si muove con una fluida rigidità che mette in luce le sue doti, pochi movimenti, ma giusti ogni volta. La bambina e il giovinetto, i piccoli Paola Mita e Flavio Palmeri, mi regalano il secondo brivido, hanno presenza, sono veri.

La vicenda prosegue e la prima ora trascorre senza che quasi me ne accorga, è un buon segno, io sono uno che si annoia quando non si sente soddisfatto. Poi il ritmo cala quasi drasticamente e le pause fra una battuta e l’altra rischiano di ledere le buone sensazioni che fino a quel punto ho avuto, l’ingresso di Madama Pace, Luana Toscano, salva la signora seduta accanto a me dal mio continuo muovermi sulla poltroncina, catturando la mia attenzione. Calano dall’alto una specchiera e una tenda accanto all’appendiabiti e i cappellini che il padre aveva sistemato poco prima ed anche per questa scena la pulizia e l’ordine regnano sul palcoscenico di Placido. La scena che ne segue è davvero ben fatta con degli ottimi Tabita e Doria a recitar la parodia di loro stessi ed a essere derisi dalla figliastra, mi piace. Solo a questo punto cambia l’atmosfera creata dall’illuminotecnica. Le luci sono il perno della narrazione ed anche per ciò che concerne il disegno luci, mi ripeto, e dico: pulite. Avrei gradito qualcosa in più, ma solo per gusto personale, i giochi di penombre e l’educata presenza dei tagli e delle piogge, sono perfettamente in linea col codice dello spettacolo. Pochi e corretti interventi sonori, in linea col progetto: pulito.

La seconda parte del testo s’incastra fra le verbose intuizioni filosofiche di Pirandello, che Placido gestisce con classe e mestiere, ed il cuore della vicenda che ci porta al finale prendendoci per mano con la grazia che caratterizza tutto lo spettacolo.

Amo alla follia quando l’autore scrive un finale e gli interpreti lo rispettano e quando la figliastra corre via del palco verso la luce, le mie mani iniziano ad applaudire entusiaste, armoniche e “pulite”.

 

Massimo Tuccitto

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La “Cavalleria Rusticana” di Mascagni nella versione siracusana al Castello Maniace

Nella piazza d’armi dell’imponente Castello Maniace è andata in scena ieri l’opera di Pietro Mascagni, “Cavalleria Rusticana” all’interno della kermesse di Mythos Opera Festival, che in questa estate 2017 ha promosso l’incontro dell’Opera con il “mito” nelle città di Taormina e Siracusa, calcando nelle esperienze precedenti anche scenari internazionali come la Turchia.

Il direttore Gianfranco Pappalardo Fiumara, salutando la città e rivolgendo i ringraziamenti per l’ospitalità avuta, ha manifestato anche il dispiacere per alcune criticità riscontrate durante l’organizzazione del festival.

Lo spettacolo di Mascagni è stato applaudito da un nutrito numero di spettatori che fanno ben sperare in simili iniziative anche per il futuro.

Il dubbio sulla scelta (?) della location resta, sia per l’impatto sonoro, come già emerso durante la Carmen, che per quello visivo.

Perché sebbene la visione del castello che si tinge di colori diversi, amplificando i toni e gli stati d’animo recitati nelle singole scene, sia di grande suggestione, tuttavia la sua presenza risulta ingombrante rispetto alla scenografia.

Questa, infatti, ancora una volta, si distingueva per la sua essenzialità, con pochissimi elementi che servivano a contestualizzare l’azione. Da una parte predominava la Croce, sineddoche del giorno pasquale. Un tavolo da locanda invece occupava il lato opposto del palco, con la narrazione degli amori e dei tradimenti che coinvolgevano Turiddu, Santuzza, la giovane Lola, compare Alfio e tutti i popolani, che si svolgeva tra questi due poli.

Se l’impronta dello spettacolo ha visto una diretta partecipazione siracusana, con la direzione del Maestro Maurizio Ciampi, il cast includeva professionisti di varie nazionalità, la bravissima Sofia Mitropoulos (Santuzza), Sebastian Ferrada (Turiddu), Armando Puklavec (Alfio), Sabrina Messina (Lola) ed Elena Kanakis (Lucia), tutti artisti di grande levatura.

Tra il sacro e il profano, il capolavoro di Mascagni, che è manifesto del verismo nell’opera lirica, con la regia di Massimo Bonelli, e aiuto regia di Massimo Tuccitto (ancora un altro siracusano), ha visto l’esecuzione dell’orchestra filarmonica di Catania e del Coro Lirico Siciliano.

Il lavoro della compagnia ha meritato tutti gli applausi finali, una leggera amarezza resta per alcune imperfezioni dell’impianto audio per cui va lodato lo sforzo degli attori, che in più di un’occasione rischiavano di veder sovrastate le rispettive voci dai suoni.

L’augurio per il prossimo anno è di assistere a spettacoli in cui possano risolversi questi ed altri dettagli organizzativi.

 

Daniela Tralongo

Applausi e qualche critica per la Carmen di Bizet al Maniace

Siracusa – è andata in scena la seconda replica della Carmen di Bizet (libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy), tratta dalla omonima novella di Prosper Mérimée (1845). 

Dopo la sua prima rappresentazione (Parigi, 1875), l’opera ha avuto un grande successo e le sue musiche sono ormai storia. 

La trama, suddivisa in quattro atti, è quella di una giovane gitana, Carmen che nella Spagna del 1830 è al centro dell’attenzione generale per le sue capacità ammaliatrici. A seguito di un suo presunto coinvolgimento in un episodio di accoltellamento tenutosi nella fabbrica in cui lavora, ritenuta responsabile viene imprigionata. Il suo legame con il soldato Don Josè, le garantisce la scarcerazione, e i due innamorati si mettono in fuga, fino a quando il loro rapporto diventa sempre più logoro. Quando Carmen è ormai vicina ad un nuovo amore, Josè non vorrà lasciarla andare e decide di ucciderla per “tenerla ancorata a sé”. 

Un evento tragico segna il finale dell’opera, in nome di un amore che si è fatto ossessione. 

Questo il motivo che ha condotto gli organizzatori a voler dedicare la serata alla giovane Giordana Di Stefano, uccisa a 20 anni dall’ex fidanzato con 48 coltellate. 

Commoventi le parole della madre, che salita sul palco, con forza e coraggio ha voluto sensibilizzare tutti a non dimenticare anche le 1500 donne vittime di femminicidio degli ultimi 15 anni. 

A fare gli onori di casa è stato l’ideatore e sovrintendente musicale di Mythos Opera Festival, il pianista siciliano Gianfranco Pappalardo Fiumara, seguito dai saluti del Presidente Avis Sebastiano Moncada, avendo Avis patrocinato la manifestazione, poi del regista Enrico Stinchelli e dell’Assessore alla cultura Francesco Italia, entusiasta di poter ospitare la rassegna in un anno così particolare per Siracusa. 

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E in merito a questo non possiamo non manifestare anche noi il nostro apprezzamento per lo sforzo e la voglia di offrire una grande opportunità alla città di Siracusa e non solo (il festival si svolge anche all’Antico Teatro di Taormina) per questa iniziativa. E sembriamo non essere i soli a farlo. Nonostante le alte temperature e la vasta offerta culturale di questi ultimi mesi, infatti, l’area di Piazza d’armi del Castello Maniace ospitava un nutrito numero di spettatori, confermando l’interesse della comunità. 

La scena dai contorni lineari ed essenziali consentiva allo spettatore di rivolgere l’attenzione esclusivamente sui personaggi (Carmen era il mezzosoprano Federica Carnevale, don Josè era interpretato da Roberto Cresca, poi Micaëla era il soprano Elena Bakanova, e Sergey Murtazin vestiva i panni di Escamillo), che hanno saputo ammaliare il pubblico nonostante le barriere linguistiche. Perché questo è stato un elemento un po’ critico dello spettacolo, che essendo interamente in lingua originale non consentiva agli astanti di seguire con più coinvolgimento e consapevolezza le scene né tramite sopratitoli, né tramite presenza di libretto. 

La location probabilmente non è neanche stata d’aiuto, non favorendo in maniera ottimale né la diffusione del suono né consentendo una visuale completa a ciascun spettatore, forse a causa di una distanza limitata tra palcoscenico e platea. 

Questo il rammarico più grande che si evince a fine serata, dopo aver assistito ad uno spettacolo di alto livello, per cui una menzione particolare va fatta all’orchestra Filarmonica di Catania, diretta dal Maestro Mirco Roverelli e il Coro Lirico Siciliano. Senza dimenticare i costumi realizzati dall’artista Lele Luzzati e forniti dalla Fondazine Cerratelli di Pisa in occasione del decennale dalla sua scomparsa e le coreografie di Alessandra Scalambrino. 

Daniela Tralongo

 

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Il Prometeo di Alessandro Preziosi a Siracusa

Giovedi scorso, in una tipica sera d’estate, sotto un cielo stellato, con una leggera e piacevole brezza marina e sullo sfondo l’incantevole castello Maniace,  è andato in scena lo spettacolo “Prometeo”, un monologo interpretato dall’attore Alessandro Preziosi che, dopo più di 15 anni, ha fatto il suo ritorno nella città aretusea, rivestendo i panni della tragicità greca, tanto cara alla nostra tradizione. 

Lo spettacolo era incentrato sulla figura di Prometeo, il titano che tanto amò gli uomini, al punto da subire l’agonia eterna: Esiodo ci racconta che Prometeo, contemplando la condizione misera dell’uomo, volle sottrarre dal fuoco divino una piccola scintilla e donarla agli uomini; Zeus, infuriato, lo punì incatenandolo tra le rupi del Caucaso, e il titano fu costretto inoltre a vedere un’aquila divorare il suo fegato che perennemente si rigenerava, offrendo eterno pasto a quel rapace ingordo.

Nel monologo si intrecciavano brevi passi tratti dalle varie interpretazioni della figura titanica ( Eschilo, Byron, Goethe ) e passi biblici (Adamo ed Eva, San Paolo), il tutto impreziosito da una musica magistralmente composta ed eseguita da Paky Di Maio. È stato interessante il connubio tra le tradizioni greca e cristiana, facendo notare le notevoli assonanze e la simile sorte che subisce chi osa andare contro la volontà di dio. Il Prometeo greco, come gli Adamo ed Eva cristiani, voleva rendere partecipi gli uomini di ciò che più li avvicina a dio: la conoscenza. Essa però, messa in mano a tutti, rischia di diventare un pericolo se utilizzata in modo negativo. È questa la colpa di Prometeo: l’aver visto nell’umanità solo il buono, perchè esistono il Bene e il Male, il giusto e l’ingiusto, e Prometeo ha peccato di ingenuità.

Quello che è stato messo in scena è stato un Prometeo “umanizzato”, che si interroga e si racconta come farebbe ognuno di noi davanti a se stesso: cosa è Bene e cosa è Male, perché si sbaglia e da che punto di vista ciò che si fa è sbagliato, fino al culmine della rabbia e alla voglia di vendetta per una punizione considerata ingiusta. La sensazione era quella di assistere ad una rappresentazione musicale: Preziosi si è esibito alla stregua di un cantante, con voce intonata, intonata, sempre ben dosata, accompagnata da un sottofondo musicale quanto mai appropriato, quasi come se indossasse un vestito diverso per ogni versione del personaggio. 

Sebbene non la presenza di pubblico non sia stata quella delle grandi occasioni, su circa mille sedute totali più della metà dei posti disponibili erano vuoti,  gli spettatori ascoltavano in religioso silenzio, come rapiti dalle parole e dai suoni. Un’atmosfera magica, quella del castello Maniace, ha favorito l’empatia del pubblico con la rappresentazione. 

Martina Mangiafico

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Il debutto de "Le Rane" di Barberio Corsetti a Siracusa. La sfida moderna che fa centro.

Le Rane sono tornate.

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Al ritmo del loro koax – koax (intonato dai magnifici SeiOttavi – Germana Di Cara, Vincenzo Gannuscio, Alice Sparti, Kristian Andrey Thomas Cipolla, Massimo Sigillo Massara, Ernesto Marciante - , che hanno curato le musiche dell’intera commedia), hanno fatto il loro ingresso sfavillante al Teatro Greco di Siracusa, dopo una lunga assenza durata 15 anni. 

Grande è stata l’attesa per questa messa in scena, sia per l’oggetto tematico al centro delle vicende raccontate da Aristofane (la cui attualità permane nonostante si frappongano più di 2000 anni dalla sua stesura), sia per i protagonisti chiamati in causa.

Tra questi, l’esordio di Ficarra e Picone al teatro classico aveva destato molta curiosità. E il duo comico siciliano non ha disilluso le aspettative. 

Come più volte avevano ribadito, “siamo uno degli strumenti con cui prenderà vita la commedia”, e così è stato. Nella scena messa in atto ieri, davanti ad una cavea gremita di tantissimi giovani, Salvatore e Valentino hanno dato prova di sapersi muovere anche in palcoscenici diversi da quelli soliti, mantenendo in qualche modo la loro personale comicità. 

Sulla scena hanno interpretato le figure del servo e del padrone. L’uno Xantia (Picone), sempre affaticato, affamato, vittima del padrone ma pronto a rendergli la pariglia. L’altro Dioniso (Ficarra), dio del vino, che si mostra impavido ma collassa subito di fronte ai bisogni corporali, senza però perdere del tutto la propria lucidità. 

I due decidono di procedere nel regno dei morti al fine di riportare in vita la “sana creatività”, così come la definisce Dioniso, e questo con l’intento di salvare la città di Atene orami dissoluta e priva di alcun riferimento morale. A contendersi la possibilità di avere questo poderoso compito saranno Eschilo ed Euripide, e le loro due differenti visioni in merito al ruolo della poesia, del teatro: se il primo (interpretato da un bravissimo Roberto Rusticoni), con i suoi panni eleganti, si fa portavoce di un teatro che deve servire per educare gli uomini, evocando situazioni e princìpi, il secondo (un magnifico Gabriele Benedetti), con fare holliwoodiano rimanda ad un teatro del fare quotidiano, un teatro che mostri ed evidenzi i caratteri del mondo in tutte le sue sfaccettature e perversioni. La gara tra i due, a colpi di citazioni parodiche, finisce con il premiare il virtuoso Eschilo, sebbene la sua poetica sia quella che maggiormente viene dissacrata per poi esserne rivendicata l’importanza. 

E in che modo era possibile veicolare un tema così vicino alla nostra contemporaneità, e così lontano temporalmente, visto anche i continui riferimenti a vicende e nomi ben conosciuti nell’Atene del 405 a.C.?

La risposta sta tutta nella regia di Giorgio Barberio Corsetti. Una regia moderna, che ha preso in mano il testo di Aristofane e lo ha attualizzato più che poteva pur mantenendone un equilibrio, sia a livello linguistico (della traduzione bisogna essere grati a Olimpia Imperio) sia sotto il profilo dei costumi (Francesco Esposito), della sceneggiatura (Massimo Troncanetti) e perfino delle musiche. 

Perché il valore e il senso della poesia e del teatro sono temi ancora discussi e più che mai al centro delle discussioni odierne. L’impegno della classe politica nel voler sostenere l’arte e la letteratura o volerle occultare. Le motivazioni che stanno alla base di queste opposte strategie. L’invettiva contro un pubblico (o un popolo) propenso a dimenarsi tra sciocche faccende, dimenticando i valori più elevati, i diritti da difendere e i principi da trasmettere alle nuove generazioni. Come si può avere una comprensione critica di questa realtà dunque se il testo e il suo significato non sono prima di tutto fruibili?

E allora eccoli lì: le battute risuonano familiari, i costumi colorati e abbinati alle realtà più varie delle nostre stesse città, le musiche si rifanno a motivi vari che vanno dalla musica sacra alla contemporanea, dal rock al jazz, con le rane che cantano uno swing ridicolo e grazioso insieme, riproducendo un lavoro di elettronica sulle voci e di beat box, il tutto interamente cantato a cappella.

Le soluzioni finali, con l’utilizzo di strumenti video che consentono di godere di importanti primi piani, e l’utilizzo ancora una volta moderno ed intrigante di alcune marionette, consentono di avere un ritmo sempre teso e mai calante. 

La commedia si conclude e gli applausi risuonano per vari minuti. Il plauso è per tutta la compagnia, i nostri fari sono tutti per la regia!

 

Daniela Tralongo

"Anime Migranti": Ovadia e Incudine incantano Siracusa

In un Teatro Massimo di Siracusa gremito e febbricitante si è svolto lo spettacolo teatrale "Anime migranti" con protagonisti Moni Ovadia, Mario Incudine, Annalisa Canfora e una meravigliosa piccola orchestra ad accompagnarli, all'interno del festival Sabir. Lo spettacolo è in sé una profonda riflessione sulla memoria. In questi tempi dove in Italia predomina il dibattito sull'emigrazione e sull'accoglienza Ovadia e Incudine spostano il focus della riflessione sul tema della memoria. Lo spettacolo si snoda fra interpretazioni e canzoni che raccontano la storia degli emigranti siciliani, chi partiva con la nave per l'America, chi andava verso la Germania a lavorare nelle miniere di carbone, chi semplicemente partiva per trovare fortuna altrove, testi e canzoni che si interrogano e rispondono su cosa sia l'anima della Sicilia. Accorata e profonda la riflessione sull'anima dei siciliani che una volta emigrati, come insegna Verga, non possono far altro che continuare a guardare alla propria terra, la Sicilia, con una maliconia che si portano negli occhi e nel cuore in ogni istante di permanenza in altro Paese. Chi nasce in Sicilia se parte poi torna o sogna per tutta una vita di ritornarci.

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Statuario e composto Ovadia dona a chi lo guarda una sottile forma di certezza. I suoi movimenti e i giochi che effettua con la voce sembrano in ogni istante tranquillizzare il pubblico, donargli un'intriseca forza che si tramuta facilmente in coraggio, il coraggio di ascoltare con attenzione parole che non siamo soliti sentire nei massmedia. "Clandestino è chi ha perso la memoria!", tuona Ovadia quasi a fine spettacolo ed è lì che una corazza mi è sembrato si formasse nelle pareti esterne del mio cuore, come se avessi avuto da quel momento la certezza di aver compreso a fondo il senso di quel termine.

Mario Incudine è un fenomeno. Lo dice Moni Ovadia agli applausi, lo sento ogni volta che lo sto ad ascoltare. Quando canta la sua voce e i suoi testi disegnano parabole precise nell'aria ed arrivano dirette e chiare a chi ascolta. Le canzoni narrano storie di emigranti siciliani, cantano l'amore e l'odio per questa "amara terra, amara e bella", s'intrecciano con gusto e organizzazione ai testi interpretati da Ovadia, ma dove Incudine supera se stesso e s'incastona per sempre nei miei ricordi e sono sicuro anche in quelli del pubblico che mi circonda, è quando esegue il cunto. I cunti siciliani, sono un'antica tecnica dei cantastorie che tramandavano oralmente le vicende più importanti della storia della Sicilia e sentire Mario Incudine eseguirle stimola, a mio giudizio, sentimenti e sensazioni ataviche nell'animo di qualsiasi siciliano. Si muove qualcosa dentro di me che comprendo vada ben oltre le mie conoscenze e il mio modo di percepire quotidianamente la realtà. Come un'eredità, una memoria storica che il mio ipotalamo libera non appena viene stimolata dalla vibrante ed insensa voce di Mario Incudine e quando osservo i suoi movimenti, capisco che comprendere tutte quelle parole lanciate a velocità supersonica dalla sua bocca non serve. Sento che dentro di me si muove qualcosa di più profondo dell'apprezzamento dell'immensa tecnica di Incudine, io amo l'arte per questo.

A onor del vero, ho trovato eccelsi anche i musicisti con cui Incudine e Ovadia trovano un collegamento espressivo che percepisco vada al di là dell'esecuzione, gli sguardi e i sorrisi che si scambiano durante lo spettacolo. Intensa, diligente e azzeccatissima anche Annalisa Canfora che incrementa il valore artistico di questa piéce con le note e il cuore di una donna senza la quale sarebbe stato come un puzzle a cui mancano diversi pezzi per completarsi. Meravigliose le immagini che passano alle spalle ed accanto ai protagonisti sul palco, splendiamente orchestrate in un gioco di proiezioni ben delineato ed armonico, un mapping inclusivo e mai invasivo che s'armonizza alla perfezione con la linearità della scena. Luci, musica, interpretazioni, immagini, tutto al servizio della riflessione, senza appesantirsi, con agilità e classe. Onore e gioia al merito. Da vedere.

Massimo Tuccitto

Una "magica" Tebe è al centro delle Fenicie al teatro greco di Siracusa

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Questa sera, nello splendido scenario del teatro greco di Siracusa, è andata in scena, dopo ben 49 anni dalla sua ultima rappresentazione, la tragedia “Fenicie” di Euripide, con la regia di Valerio Binasco e traduzione di Enrico Medda . Un mix di modernità e classicità, già a partire dagli abiti dei vari personaggi: la regina Giocasta (interpretata da una superba Isa Danieli) in un lungo vestito nero, come nero è il suo stato d’animo per la sventurata sorte della propria famiglia, così come racconta nel monologo iniziale, che risulta pieno di pathos; l’esercito della città di Tebe in uniforme moderna; Antigone (la giovane e talentuosa Giordana Faggiano) in un vestito giallo e una cascata di riccioli neri al vento, inizialmente un po’ tentennante, mentre alla fine della tragedia piena di pietas e di amore, di senso di giustizia e coraggio; Eteocle (Guido Caprino) in giacca di pelle nera e catene al collo, a cui si contrappone il fratello Polinice (l’attore Gianmaria Martini). A questa modernità, dimostrata anche nel linguaggio, spesso forte e incalzante, si contrappone il coro, rappresentato dalle Fenicie (da cui prende appunto il nome la tragedia), che richiama chiaramente all’antichità e si esprime in un linguaggio oscuro, pieno di riferimenti a eventi religiosi non sempre facili da comprendere. 

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La tragedia euripidea, rappresentata per la prima volta nel 410 o 409 a.C., tratta un episodio del Ciclo tebano e l'argomento è lo stesso dei “Sette contro Tebe” di Eschilo, l’altra tragedia messa in scena quest’anno sul colle Temenite: la reciproca uccisione di Eteocle e Polinice, entrambi figli di Edipo e fratelli di Antigone, che rivendicano, ciascuno secondo le proprie ragioni, il diritto di governare su Tebe. Vi è un chiaro accanimento del fato, degli Dei, la cui vendetta è inflessibile, mentre la speranza degli uomini, di tutti gli uomini, compresi quelli più potenti, risulta inutile. “Bisogna sopportare ciò che viene dagli dei”, afferma sconsolata Giocasta, la quale tenta invano di trovare una soluzione alla sciagurata contesa tra i figli, entrambi fieri e irremovibili nelle loro motivazioni e che, rifiutando qualsiasi accordo o compromesso, finiscono per correre verso un tragico finale. L’indovino cieco Tiresia (Alarico Salaroli), malconcio e trasandato con barba e capelli lunghi bianchi, interpellato da Creonte, fratello di Giocasta, afferma che l'unico modo di salvare Tebe è quello di sacrificare Meneceo (Matteo Francomano), il quale, nonostante l’opposizione del proprio padre Creonte, accetta il responso per la salvezza della patria e si uccide. Dopo un attacco fallito dell'esercito di Argo, Eteocle e Polinice si affrontano, dandosi vicendevolmente la morte; sui loro cadaveri la madre Giocasta si suicida; Creonte (interpretato da Michele Di Mauro), ormai nuovo re di Tebe, condanna Edipo e Antigone all'esilio, vietando la sepoltura del traditore della patria Polinice lasciandolo così in pasto agli avvoltoi e ai cani e ordinando di mettere a morte chiunque osi disubbidire a tali ordini. Nella scena finale, Antigone ed Edipo (Yamanuchi Hal), affranti e sconsolati, abbandonano Tebe, dirigendosi verso Colono. Splendida l’idea di accompagnare alla recitazione, fin dall’inizio, il pianoforte di Eugenia Tamburri, riuscendo a creare un alone di magia, scandendo i vari momenti tragici e aumentando di intensità il ritmo man mano che si accresce la tensione sul palcoscenico. 

Un’occasione, questa, per riflettere su temi di grandissima attualità e sulla complessità della psiche. Il teatro, infatti, si conferma luogo in cui è possibile occuparsi di umanità, rivolgendosi agli uomini di ogni tempo, del passato, presente e futuro, con loro tribolazioni, speranze, paure, che, alla fine, sono sempre le stesse.

Alessandra Leone

 

Debutto amaro dei "Sette contro Tebe"

Una guerra intestina. Di quelle che producono scompiglio, paura, dolore e smarrimento. Una guerra che ci ricorda le tante guerre a noi contemporanee. Questo è l’argomento della guerra di Eteocle(interpretato da Marco Foschi) e Polinice, la guerra dei Sette contro Tebe, la prima tragedia del 53° ciclo di rappresentazioni classiche, messa in scena oggi al Teatro Greco di Siracusa. Eschilo racconta la storia di una contesa fratricida, sfociata in una battaglia di riconquista della città di Tebe da parte di Polinice e di difesa della stessa patria da parte del fratello Eteocle, i due regnanti che ad anni alterni governavano la città ereditata dal padre Edipo.

I due arrivano allo scontro non appena l’accordo che avevano stabilito per esercitare il potere in città viene a mancare e Polinice rivendica i suoi diritti attaccando la sua stessa patria. Sulla distopia di questa relazione familiare si consuma uno dei temi esposti dal dramma. A questo farà seguito la domanda se sia più importante il rispetto per l’amore fraterno o quello per le leggi cittadine – nella scena finale, essendo morti i due re di Tebe, un nuovo regnante subentra al potere, e vieta di concedere a Polinice gli onori della sepoltura (con una trovata scenografica che riconduce alla memoria i campi di prigionia più moderni), divieto contro cui Antigone (sorella di entrambi) si oppone, ammonendo “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”, nonostante i tentavi del popolo di dissuaderla -. L’osservanza delle regole è un tema su cui la tragedia firmata dalla regia di Marco Baliani insiste in più momenti. E lo stesso Eteocle, incitando i giovani a combattere per difendere la città, rimproverando Antigone perché teme lo scontro, per il suo palesare le sue paure dinnanzi al popolo e il suo voler appellarsi agli dei, le ricorda “l’obbedienza è la madre della felicità”.

Sono la paura, l’incertezza del futuro e le perplessità di fronte ai dittami imposti dall’alto, le sensazioni che più arrivano allo spettatore. Sorprendono gli artifici con cui queste stesse emozioni vengono veicolate. Perché il vero protagonista sembra essere il suono (le musiche sono di Mirto Baliani), che avvolge e circonda lo sguardo smarrito degli attori che avvertono le scorrerie dei nemici avvicinarsi. Quel suono che cambia, si fa ritmo tribale, per poi diventare un pianto ovattato di fronte alle lacrime versate per la morte dei due consanguinei. E gli attori, nonostante gli incidenti legati al mal funzionamento dei microfoni, accompagnano questo stesso suono durante l’intero spettacolo, standogli accanto, mimando sguardi che si rivolgono al di là della cavea. Il ritmo dei loro dialoghi è lento, sospeso fin tanto che la battaglia non inizia. Solo nello scontro evocato della guerra, cambia il registro. Il cambio d’abito, le movenze del combattimento, i fumi che avanzano dal campo danno una scossa alla vicenda. Gli odori ricreano gli ambienti di una città bruciata, di cui gli abiti dei combattenti caduti dipingono con i loro colori l’orrore della guerra e di ciò che ne viene dopo (ancora una volta la storia coeva ci viene in aiuto). Sullo sfondo troneggia la figura dell’imponente albero che si piega senza mai collassare del tutto, della natura a cui vuole affidarsi sin da principio la fragile e istintiva Antigone, impersonata da Anna Della Rosa, che si rivolge al suo popolo con un linguaggio volutamente materico.

Daniela Tralongo

I moderni Promessi Sposi stupiscono Catania

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Avete mai pensato di potervi fare delle grasse risate leggendo i “Promessi Sposi”? Questa è una di quelle reazioni che vagamente possono coinvolgere il lettore. Ma non lo spettatore. Non chi ha assistito ieri alla prima della commedia musicale “I promessi sposi. Amore e provvidenza” in scena al Teatro Ambasciatori di Catania. La compagnia “Poetica eventi” pur essendo di recentissima costituzione ha corso il rischio confrontandosi come primo esperimento con la realizzazione di questa trasposizione teatrale. La narrazione manzoniana, si sa, non è semplice. Si costruisce su un racconto articolato, in cui oltre alla trama, al travaglio dei protagonisti e alle psicologie dei vari personaggi, un ampio spazio è occupato dall’elemento storico con tutte le sue estrinsecazioni, dalle ambientazioni, ai sentimenti popolari, ai modus operandi perfettamente in linea con la cultura del tempo.

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Ciò che è stato portato in scena invece è stato altro. Perché se la trama è rimasta inalterata, se la gioia per il lieto evento e il dramma consequenziale agli ostacoli per la sua realizzazione sono stati gli stessi, se il viaggio dei due amanti è proceduto come da manuale attraversando altre città, perdendosi per poi ricongiungersi sul finale, non si è mai avuta l’impressione di assistere ad eventi distanti né sul piano temporale né su quello emotivo. I sentimenti che coinvolgevano i personaggi, erano riconoscibilissimi e attuali per l’epoca odierna: i dubbi sulla solidità di una giustizia che spesso tarda a fare il suo corso, la voglia di agire affidandosi alla vendetta privata, lo sconforto di due innamorati costretti a separarsi perché altro si impone lungo la loro strada, le sofferenze di un popolo martoriato che cerca di ribellarsi, incapace di agire come unico fronte contro chi abusa di lui e che riversa in scontri intestini la propria rabbia e disperazione. 

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Questo è quello che è stato fatto dalla regia del giovanissimo e talentuoso Alessandro Incognito, con l’assistente di regia Daniele Virzì e la supervisione della professionista Gisella Calì. Quello che è stato reso al pubblico è infatti la modernità del racconto manzoniano. E questo ha trovato conferma non solo nella struttura sequenziale delle vicende, che potevano essere snellite forse solo in rarissimi momenti, ma anche nella composizione scenografica (di Gaetano Tropea), semplice e perfettamente funzionale a evocare immagini di sfondo che si perdevano poi dinnanzi alla profondità del testo recitato e cantato.

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Le musiche (la cui direzione è stata affidata a Lilla Costanelli) infatti sono state un altro elemento straordinariamente riuscito, capaci di emozionare con la delicatezza delle voci e delle note e travolgere con ritmo incalzante nei momenti di più forte tensione. Il fattore musicale è stato il file rouge dell’intera rappresentazione, protagonista all’unisono negli assoli (in particolar modo di Renzo, Alessandro Incognito, Lucia, Maria Cristina Litrico, Cristoforo, Giuseppe Bisicchia, Gertrude, Grace Previti) e nelle fasi corali con eguale intensità. Accompagnato dalle bellissime coreografie messe a punto da Erika Spagnolo, la resa scenica è stata una sorpresa continua che amalgamava sapientemente l’emotività della scena mai banale, arricchita a tratti anche dall’uso di video mapping, con le azioni previste, dentro e fuori il palcoscenico. 

Lo spettacolo sarà in scena anche stasera e domani, e non possiamo non consigliarne la visione ai nostri lettori. 

 

Daniela Tralongo