Il debutto di "Le Troiane" di Euripide parte sottotono, ma promette grandi riprese:

È andato in scena ieri, 10 maggio 2019, il debutto di Le Troiane, seconda tragedia di Euripide in cartellone quest’anno per la Stagione 2019 delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa.

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La cavea è gremita di gente, il pubblico si trova subito dinanzi al tanto chiacchierato “bosco morto” di Stefano Boeri, spoglio, immobile. Tre botti, improvvisi e fragorosi, l’entrata in scena del coro e di Ecuba (che da quell’istante saranno sempre presenti). Nulla si muove, la guerra di Troia si è conclusa, la città è distrutta, la popolazione devastata dal conflitto raccoglie i pezzi di ciò che resta. “Non canti, ma danze di dolore” per la perdita degli uomini, introduce Ecuba - interpretata da una straordinaria Maddalena Crippa. Le Troiane sono ormai sole, piegate, senza protezione e con il cuore ricolmo di dolore e di pianto per coloro che sono morti e per il proprio futuro incerto. 

Gli Argivi si spartiscono il bottino di guerra, nel quale le donne sono comprese, ridotte schiave o, peggio, amanti dei vittoriosi nemici. A riferire del loro destino infelice Taltibio - Paolo Rossi - messaggero del nemico, che non resta però indifferente alle sofferenze subite dalle Troiane.

Nei loro cuori, la ragione ha lasciato il posto alla follia e alla disperazione, come nel caso di Cassandra - Marial Bajma Riva - che maledice la casa di Agamennone e predice il peregrinare di Odisseo. Accanto a lei, Andromaca - un’intensa Elena Arvigo -, moglie del defunto Ettore, entra in scena con in braccio il figlio Astianatte - il giovanissimo Riccardo Scalia, che ha ricevuto un fragoroso e lungo applauso per la sua interpretazione - piange per il destino che li attende.

Ella è il volto della rassegnazione “I morti hanno un destino migliore dei vivi - afferma - poiché essi possono giacere nella terra dei Padri”, mentre le sventurate Troiane saranno costrette a lasciare la terra natia per divenire oggetto di scherno e diletto del nemico. “Nella vita c’è speranza” la interrompe Ecuba, riferendosi a suo nipote. Il sopraggiungere di Menelao - Graziano Piazza - rappresenterà l’unica presenza in scena del nemico, che, per quanto vittorioso, partecipa anch’esso al dolore causato dalla lunga ed estenuante guerra. L’unica, che sembra voler trarre vantaggio dell’esito del conflitto sarà Elena - Viola Graziosi - la cui bellezza sembra non essere stata scalfita dai tremendi fatti che l’hanno vista protagonista. Da vittime le Troiane si trasformano in carnefici, schernendo e maledicendo la sposa di Paride, che ancora una volta mostra di essere volubile e traditrice. La “guerra degli sconfitti” si conclude quando Ecuba riesce a convincere Menelao della colpevolezza di Elena, con la promessa, da parte di quest’ultimo, di non riprenderla in moglie, poiché ella porterebbe solo sventura al popolo Argivo.

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In quel momento incalza il ritmo della rappresentazione con un crescendo il cui culmine viene raggiunto quando, dopo la notizia del sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille, Taltibio riferisce la tragica decisione di Odisseo di voler uccidere Astianatte, solo perché figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città.

Il pathos, che fino a quel momento sembrava quasi assente dalla scena, tutto ad un tratto pervade attori e pubblico. Le grida di disperazione della madre, seguite da quelle del figlio, scuotono gli animi e mostrano quali sono i veri orrori della guerra, quali le terribili conseguenze, manifestando così il forte tono di denuncia contro tutti i conflitti, già presente in Euripide, che la regista Muriel Mayette ha voluto rimarcare, in maniera, a ben vedere, per nulla velata. 

È finita, non c’è più speranza, al coro delle Troiane non resta che racchiudersi nel suo canto di morte. Queste donne vestite con gli abiti della guerra, ricoperte delle ceneri del conflitto, senza colore, senza identità, sono solo delle entità smarrite, vaganti, fino al momento in cui entra in scena il defunto corpo del piccolo Astianatte, e allora tutto cambia. Gli abiti, che prima vestivano il corpo delle donne diventano le pietre che copriranno lo scudo di Ettore sul quale ormai giace Astianatte. Entra in gioco il rosso, colore del sangue e delle fiamme, che di li a poco incendieranno la città di Ilo riducendola in cenere. Il fuoco riempie la scena, il bosco morto diventa solo un’ombra, come in un gioco di ombre cinesi, sfondo di una tragedia senza fine. Una lunga colonna di fumo si alza al vento, le Troiane si allontanano ed abbandonano la terra natia intonando, magistralmente, il loro ultimo lamento.

La tensione che caratterizza Le Troiane di Euripide, ha lasciato il posto alla lentezza ed al “vuoto”. È tutto molto semplice, scarno, incolore, sembra quasi che la rappresentazione non proceda, ma la tensione emotiva che si respira da metà della messa in scena in poi, con il cambio di toni, soprattutto visivi, conferisce una svolta decisiva alla rappresentazione del mito ed investe il pubblico, il quale alla fine non può far altro che applaudire e complimentarsi per la buona riuscita di quella che sicuramente sarà stata una dura prova per la regia e tutta la squadra. Ci si aspetta molto dalle prossime riprese.





Francesca Brancato

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