Il debutto della Lisistrata tra i dialetti italiani

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SIRACUSA – È andata in scena la Lisistrata di Aristofane, il terzo spettacolo in cartellone per questo 55° Festival delle rappresentazioni classiche. Il debutto è stato un successo con applausi che hanno cadenzato a intervalli regolari l’intera commedia. 

Ad accogliere gli attori è stata messa in piedi, da Andrea Viotti, una scenografia dai toni classici, in cui l’imponente acropoli ribadisce la propria importanza nella vita della città ateniese. Dentro le sue mura si amministra il potere della città, su cui si staglia il mezzo busto di una Venere paleolitica. Elemento fuori programma, l’oracolo posto fuori scena, che riproduce la sua solennità per la postura che fa pensare ad un Cristo benedicente con le piume che adornano il capo. 

Sin da subito l’azione è colorata, sia nei costumi, sia nelle danze, sia nelle musiche, che accompagnano le vicende con toni ora più classici ora più moderni, fino ad arrivare a intermezzi contemporanei che stupiscono e lasciano un sorriso, e qualche perplessità, al loro volgere. La trama delle donne greche stanche della guerra che non produce nulla di positivo per la città, ma provoca solo morte e distruzione, è una critica e un dramma insieme che le donne di tutto il Paese condividono. Lisistrata (la straordinaria Elisabetta Pozzi) al pari di un condottiero, è la donna ateniese che, riunendo le altre sue compagne di sventura, mette in moto un piano per far cessare i conflitti e restituire la pace. Così dal buffo escamotage iniziale, proteso a negare ogni forma di intimità agli uomini, le donne conducono la loro battaglia a suon di intelligenza e saggezza, dentro le mura domestiche e dentro le mura cittadine, occupando l’acropoli e controllando le finanze della città. A suon di battute che riproducono la policromia linguistica dei dialetti italiani, e accennano anche ad un paio di espressioni straniere, lo spettatore non può che cogliere l’universalità del messaggio di pace di Lisistrata, in cui la materialità della parola di Aristofane (a tratti spettacolarizzato con molto vigore) è in primo piano per l’intero spettacolo. 

La resa finale è una commedia scrosciante, in cui antico e moderno portano avanti un dialogo destinato a durare. Sebbene il testo segua il modello di Aristofane, sono stati aggiunti anche personaggi e citazioni: dalla figura del didascalio (ottima la teatralità di Roberto Alinghieri) chiamato ad interrompere l’azione ogni qualvolta fosse necessario spiegare alcuni termini greci di cui lo spettatore odierno non avrebbe colto altrimenti il senso, ad una serie di citazioni dei tempi recenti, dalle filastrocche, al canto del pedasta (con l’esecuzione di Massimo Lopez). Come nel caso del didascalio, anche lo spazio circoscritto dedicato del pedasta, ha confermato il gioco, pensato dal regista, a tratti un po’ forzato, con cui gli attori si sono divertiti a interagire con il pubblico, al pari delle donne che proclamano i loro “programmi politici” direttamente avanzando nella cavea. 

La potenza della commedia messa in scenda da Tullio Solenghi, sta tutta nelle capacità di un cast di altissimo livello, che ha saputo stupire e far ridere il pubblico, non dimenticando di ammonirlo a riflettere, con spunti diversi, dal senso dei conflitti, alle speculazioni con cui si muovono le grandi potenze facendo razzie di alcuni territori, alla plastica che aleggia tra le nostre città.

Nel cast, oltre al Solenghi/Cinesia, Federica Carrubba Toscano, Giovanna Di Rauso, Viola Marietti, Vittorio Viviani, Totò Onnis, Mimmo Mancini, Tiziana Schiavarelli, Simonetta Cartia, Silvia Salvatori, Federico Vanni, Margherita Carducci, Elisabetta Neri, Roberto Alinghieri, Giuliano Chiarello, Gabriele Manfredi, Roberto Mulia, Franco Mirabella, Riccardo Livermore e Andrea Di Falco.

Daniela Tralongo

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Il debutto de "Le Rane" di Barberio Corsetti a Siracusa. La sfida moderna che fa centro.

Le Rane sono tornate.

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Al ritmo del loro koax – koax (intonato dai magnifici SeiOttavi – Germana Di Cara, Vincenzo Gannuscio, Alice Sparti, Kristian Andrey Thomas Cipolla, Massimo Sigillo Massara, Ernesto Marciante - , che hanno curato le musiche dell’intera commedia), hanno fatto il loro ingresso sfavillante al Teatro Greco di Siracusa, dopo una lunga assenza durata 15 anni. 

Grande è stata l’attesa per questa messa in scena, sia per l’oggetto tematico al centro delle vicende raccontate da Aristofane (la cui attualità permane nonostante si frappongano più di 2000 anni dalla sua stesura), sia per i protagonisti chiamati in causa.

Tra questi, l’esordio di Ficarra e Picone al teatro classico aveva destato molta curiosità. E il duo comico siciliano non ha disilluso le aspettative. 

Come più volte avevano ribadito, “siamo uno degli strumenti con cui prenderà vita la commedia”, e così è stato. Nella scena messa in atto ieri, davanti ad una cavea gremita di tantissimi giovani, Salvatore e Valentino hanno dato prova di sapersi muovere anche in palcoscenici diversi da quelli soliti, mantenendo in qualche modo la loro personale comicità. 

Sulla scena hanno interpretato le figure del servo e del padrone. L’uno Xantia (Picone), sempre affaticato, affamato, vittima del padrone ma pronto a rendergli la pariglia. L’altro Dioniso (Ficarra), dio del vino, che si mostra impavido ma collassa subito di fronte ai bisogni corporali, senza però perdere del tutto la propria lucidità. 

I due decidono di procedere nel regno dei morti al fine di riportare in vita la “sana creatività”, così come la definisce Dioniso, e questo con l’intento di salvare la città di Atene orami dissoluta e priva di alcun riferimento morale. A contendersi la possibilità di avere questo poderoso compito saranno Eschilo ed Euripide, e le loro due differenti visioni in merito al ruolo della poesia, del teatro: se il primo (interpretato da un bravissimo Roberto Rusticoni), con i suoi panni eleganti, si fa portavoce di un teatro che deve servire per educare gli uomini, evocando situazioni e princìpi, il secondo (un magnifico Gabriele Benedetti), con fare holliwoodiano rimanda ad un teatro del fare quotidiano, un teatro che mostri ed evidenzi i caratteri del mondo in tutte le sue sfaccettature e perversioni. La gara tra i due, a colpi di citazioni parodiche, finisce con il premiare il virtuoso Eschilo, sebbene la sua poetica sia quella che maggiormente viene dissacrata per poi esserne rivendicata l’importanza. 

E in che modo era possibile veicolare un tema così vicino alla nostra contemporaneità, e così lontano temporalmente, visto anche i continui riferimenti a vicende e nomi ben conosciuti nell’Atene del 405 a.C.?

La risposta sta tutta nella regia di Giorgio Barberio Corsetti. Una regia moderna, che ha preso in mano il testo di Aristofane e lo ha attualizzato più che poteva pur mantenendone un equilibrio, sia a livello linguistico (della traduzione bisogna essere grati a Olimpia Imperio) sia sotto il profilo dei costumi (Francesco Esposito), della sceneggiatura (Massimo Troncanetti) e perfino delle musiche. 

Perché il valore e il senso della poesia e del teatro sono temi ancora discussi e più che mai al centro delle discussioni odierne. L’impegno della classe politica nel voler sostenere l’arte e la letteratura o volerle occultare. Le motivazioni che stanno alla base di queste opposte strategie. L’invettiva contro un pubblico (o un popolo) propenso a dimenarsi tra sciocche faccende, dimenticando i valori più elevati, i diritti da difendere e i principi da trasmettere alle nuove generazioni. Come si può avere una comprensione critica di questa realtà dunque se il testo e il suo significato non sono prima di tutto fruibili?

E allora eccoli lì: le battute risuonano familiari, i costumi colorati e abbinati alle realtà più varie delle nostre stesse città, le musiche si rifanno a motivi vari che vanno dalla musica sacra alla contemporanea, dal rock al jazz, con le rane che cantano uno swing ridicolo e grazioso insieme, riproducendo un lavoro di elettronica sulle voci e di beat box, il tutto interamente cantato a cappella.

Le soluzioni finali, con l’utilizzo di strumenti video che consentono di godere di importanti primi piani, e l’utilizzo ancora una volta moderno ed intrigante di alcune marionette, consentono di avere un ritmo sempre teso e mai calante. 

La commedia si conclude e gli applausi risuonano per vari minuti. Il plauso è per tutta la compagnia, i nostri fari sono tutti per la regia!

 

Daniela Tralongo