Lunghi applausi e standing ovation per Zingaretti al Teatro Greco di Siracusa

IMG_1638.JPG

Ieri sera abbiamo assistito al reading “La Sirena” di e con Luca Zingaretti, al Teatro Greco di Siracusa. Dopo tanto aspettare è giunto il momento, il pubblico curioso freme all’idea di vedere uno dei suoi idoli televisivi li, a pochi metri, le aspettative sono alte.

Nei giorni scorsi lo stesso attore aveva espresso, sui social e non solo, l’emozione nel doversi esibire su un grande palcoscenico come quello di Siracusa, che porta con sé il peso del passato e grandi responsabilità nei confronti del pubblico.

Prendendo posto noto subito una scenografia scarna ed essenziale e capisco che l’accento verrà posto esclusivamente sulle parole e sulla musica, man mano che il teatro si riempie, vedo molti giovanissimi tra gli spettatori e me ne compiaccio, specialmente di questi tempi nei quali si pensa che i più giovani siano anche i più disinteressati alla cultura. Quanto ci si sbaglia.

L’attesa si fa sentire, e dopo pochi minuti di ritardo, si abbassano le luci.

Luca Zingaretti ed il maestro Fabio Ceccarelli entrano, in smoking, eleganti, in contrasto con la semplicità della scena (gesto, a parer mio, di riguardo nei confronti del teatro siracusano). La musica, scritta da Germano Mazzocchetti crea subito un’atmosfera sognante, si apre la narrazione.

La storia, non molto conosciuta a dire il vero, è quella di Paolo Corbera di Salina, giovane giornalista per La Stampa, che dopo l’ennesima delusione amorosa, in una cupa mattina torinese, incontra in un caffè Rosario la Ciura, rinomato classicista e professore universitario in pensione.

Sin da subito i due entrano in antitesi, alla maniera più classica. Si apre, infatti, allo spettatore il tipico dualismo giovane-vecchio, presente-passato, moderno-antico. Ma dopo un primo momento fatto di battibecchi i due personaggi trovano un primo punto di incontro: la Sicilia. La terra natia prende vita attraverso i ricordi di entrambi, che, lontani ormai da anni, rievocandone gli odori, i sapori, i paesaggi, la descrivono in modo sublime, quasi come un Eden lontano nel quale non mancano però gli errori e le difficoltà, perché una terra come la nostra era ricca di contraddizioni allora così come lo è oggi. I due protagonisti stringono una singolare ma profonda amicizia, nella quale le loro differenze, generazionali e non solo, diventano momento di gioco, come nel caso delle “diatribe” relative alle pene d’amore del giovane Corbera, che l’anziano professore sminuisce senza freno, affermando sempre che «L’Amore, quello vero, non è fatto di scialbe donnine senza sapore, senza sentimento. Ma che ne vuoi sapere tu…!».

IMG_1640.JPG

Gli incontri si fanno sempre più frequenti e cordiali, al punto che il vecchio professore si lascia andare ai ricordi più intimi di quella che per lui fu una splendida giovinezza, fatta di ricci di mare che sanno di femmina, paesaggi solitari del siracusano e acque limpide del mare di Sicilia.

«I ricci - afferma Ciura - sono pericolosi come tutti i doni del mare, che danno la morte all’immortalità». 

La narrazione che fino a questo momento è stata intervallata da momenti di ironia e tenerezza, diviene improvvisamente cupa, di un’oscurità che stimola la curiosità e incanta al suono della voce narrante. Il vecchio sembra ricordare qualcosa che stenta però a dire, il tutto in un vaneggio di ricordi che pare essere solo il frutto della senilità.

Durante il loro ultimo incontro i due protagonisti vivono un momento intimo e familiare di confidenza. Corbera invita Ciura nella sua casa, è riuscito a procurargli dei ricci di mare provenienti dal golfo ligure. Alla  loro vista l’anziano professore viene investito dai ricordi, al primo assaggio di quelle carni la memoria prende il sopravvento. Ciura racconta un episodio della sua giovinezza universitaria, al tempo era solo un ventenne e la vita era lieve. I fatti raccontati si volgono sul finire dell’‘800 mentre il giovane e promettente studioso si trova ad Augusta, per un breve periodo di vacanza. Il mare è il suo unico compagno in quella torrida estate di studio e proprio il mare gli porterà l’incontro più straordinario della sua vita, quello con la sirena Lighea. «Sei bello!» - gli dice lei - «Non credere alle leggende sul nostro conto. Noi sirene non portiamo morte, sappiamo solo amare». Il racconto di quel suo unico, vero amore si vela di toni fantastici, come se sogno e realtà fossero stati da sempre la stessa cosa. Un amore di poche settimane, ma vero ed intenso come nessun altro. Dopo il loro dolce ed idilliaco incontro, i due amanti alla fine si separeranno nella tempesta «Seguimi, vieni con me…» - lo prega lei. «Avrei dovuto farlo allora» - racconta Ciura - «ma Lighea era tornata a fondersi con la spuma del mare». Dopo questo racconto mitico, quasi di sogno, nel quale al giovane Corbera viene rivelato il vero senso dell’Amore, i due amici si separano.

IMG_1653.JPG

La mattina successiva in redazione giunge una lettera nella quale si da la notizia che il professor Ciura è caduto in mare durante il viaggio e che il suo corpo è andato disperso tra i flutti. Si chiude così il racconto di Tomasi di Lampedusa, così la narrazione di Zingaretti.

Al termine della sua magistrale performance, Luca Zingaretti omaggia il pubblico con la lettura della poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale; poi il maestro Ceccarelli chiude con un assolo alla fisarmonica.

Il lungo scrosciare degli applausi ci riporta tutti alla nostra realtà, le luci del Teatro Greco si accendono di nuovo, l’attore fa il suo inchino. Noi pubblico ci risvegliamo da quella magia che per un’ora ci ha mostrato i molti volti dell’amore, tanti quanti sono quelli della nostra bella ed amara Sicilia, descritta e raccontata alla maniera di chi, come Tomasi di Lampedusa e Zingaretti, in questa nostra terra ha lasciato un pezzo di cuore. 







Francesca Brancato

© riproduzione riservata