Lunghi applausi e standing ovation per Zingaretti al Teatro Greco di Siracusa

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Ieri sera abbiamo assistito al reading “La Sirena” di e con Luca Zingaretti, al Teatro Greco di Siracusa. Dopo tanto aspettare è giunto il momento, il pubblico curioso freme all’idea di vedere uno dei suoi idoli televisivi li, a pochi metri, le aspettative sono alte.

Nei giorni scorsi lo stesso attore aveva espresso, sui social e non solo, l’emozione nel doversi esibire su un grande palcoscenico come quello di Siracusa, che porta con sé il peso del passato e grandi responsabilità nei confronti del pubblico.

Prendendo posto noto subito una scenografia scarna ed essenziale e capisco che l’accento verrà posto esclusivamente sulle parole e sulla musica, man mano che il teatro si riempie, vedo molti giovanissimi tra gli spettatori e me ne compiaccio, specialmente di questi tempi nei quali si pensa che i più giovani siano anche i più disinteressati alla cultura. Quanto ci si sbaglia.

L’attesa si fa sentire, e dopo pochi minuti di ritardo, si abbassano le luci.

Luca Zingaretti ed il maestro Fabio Ceccarelli entrano, in smoking, eleganti, in contrasto con la semplicità della scena (gesto, a parer mio, di riguardo nei confronti del teatro siracusano). La musica, scritta da Germano Mazzocchetti crea subito un’atmosfera sognante, si apre la narrazione.

La storia, non molto conosciuta a dire il vero, è quella di Paolo Corbera di Salina, giovane giornalista per La Stampa, che dopo l’ennesima delusione amorosa, in una cupa mattina torinese, incontra in un caffè Rosario la Ciura, rinomato classicista e professore universitario in pensione.

Sin da subito i due entrano in antitesi, alla maniera più classica. Si apre, infatti, allo spettatore il tipico dualismo giovane-vecchio, presente-passato, moderno-antico. Ma dopo un primo momento fatto di battibecchi i due personaggi trovano un primo punto di incontro: la Sicilia. La terra natia prende vita attraverso i ricordi di entrambi, che, lontani ormai da anni, rievocandone gli odori, i sapori, i paesaggi, la descrivono in modo sublime, quasi come un Eden lontano nel quale non mancano però gli errori e le difficoltà, perché una terra come la nostra era ricca di contraddizioni allora così come lo è oggi. I due protagonisti stringono una singolare ma profonda amicizia, nella quale le loro differenze, generazionali e non solo, diventano momento di gioco, come nel caso delle “diatribe” relative alle pene d’amore del giovane Corbera, che l’anziano professore sminuisce senza freno, affermando sempre che «L’Amore, quello vero, non è fatto di scialbe donnine senza sapore, senza sentimento. Ma che ne vuoi sapere tu…!».

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Gli incontri si fanno sempre più frequenti e cordiali, al punto che il vecchio professore si lascia andare ai ricordi più intimi di quella che per lui fu una splendida giovinezza, fatta di ricci di mare che sanno di femmina, paesaggi solitari del siracusano e acque limpide del mare di Sicilia.

«I ricci - afferma Ciura - sono pericolosi come tutti i doni del mare, che danno la morte all’immortalità». 

La narrazione che fino a questo momento è stata intervallata da momenti di ironia e tenerezza, diviene improvvisamente cupa, di un’oscurità che stimola la curiosità e incanta al suono della voce narrante. Il vecchio sembra ricordare qualcosa che stenta però a dire, il tutto in un vaneggio di ricordi che pare essere solo il frutto della senilità.

Durante il loro ultimo incontro i due protagonisti vivono un momento intimo e familiare di confidenza. Corbera invita Ciura nella sua casa, è riuscito a procurargli dei ricci di mare provenienti dal golfo ligure. Alla  loro vista l’anziano professore viene investito dai ricordi, al primo assaggio di quelle carni la memoria prende il sopravvento. Ciura racconta un episodio della sua giovinezza universitaria, al tempo era solo un ventenne e la vita era lieve. I fatti raccontati si volgono sul finire dell’‘800 mentre il giovane e promettente studioso si trova ad Augusta, per un breve periodo di vacanza. Il mare è il suo unico compagno in quella torrida estate di studio e proprio il mare gli porterà l’incontro più straordinario della sua vita, quello con la sirena Lighea. «Sei bello!» - gli dice lei - «Non credere alle leggende sul nostro conto. Noi sirene non portiamo morte, sappiamo solo amare». Il racconto di quel suo unico, vero amore si vela di toni fantastici, come se sogno e realtà fossero stati da sempre la stessa cosa. Un amore di poche settimane, ma vero ed intenso come nessun altro. Dopo il loro dolce ed idilliaco incontro, i due amanti alla fine si separeranno nella tempesta «Seguimi, vieni con me…» - lo prega lei. «Avrei dovuto farlo allora» - racconta Ciura - «ma Lighea era tornata a fondersi con la spuma del mare». Dopo questo racconto mitico, quasi di sogno, nel quale al giovane Corbera viene rivelato il vero senso dell’Amore, i due amici si separano.

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La mattina successiva in redazione giunge una lettera nella quale si da la notizia che il professor Ciura è caduto in mare durante il viaggio e che il suo corpo è andato disperso tra i flutti. Si chiude così il racconto di Tomasi di Lampedusa, così la narrazione di Zingaretti.

Al termine della sua magistrale performance, Luca Zingaretti omaggia il pubblico con la lettura della poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale; poi il maestro Ceccarelli chiude con un assolo alla fisarmonica.

Il lungo scrosciare degli applausi ci riporta tutti alla nostra realtà, le luci del Teatro Greco si accendono di nuovo, l’attore fa il suo inchino. Noi pubblico ci risvegliamo da quella magia che per un’ora ci ha mostrato i molti volti dell’amore, tanti quanti sono quelli della nostra bella ed amara Sicilia, descritta e raccontata alla maniera di chi, come Tomasi di Lampedusa e Zingaretti, in questa nostra terra ha lasciato un pezzo di cuore. 







Francesca Brancato

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Il debutto della Lisistrata tra i dialetti italiani

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SIRACUSA – È andata in scena la Lisistrata di Aristofane, il terzo spettacolo in cartellone per questo 55° Festival delle rappresentazioni classiche. Il debutto è stato un successo con applausi che hanno cadenzato a intervalli regolari l’intera commedia. 

Ad accogliere gli attori è stata messa in piedi, da Andrea Viotti, una scenografia dai toni classici, in cui l’imponente acropoli ribadisce la propria importanza nella vita della città ateniese. Dentro le sue mura si amministra il potere della città, su cui si staglia il mezzo busto di una Venere paleolitica. Elemento fuori programma, l’oracolo posto fuori scena, che riproduce la sua solennità per la postura che fa pensare ad un Cristo benedicente con le piume che adornano il capo. 

Sin da subito l’azione è colorata, sia nei costumi, sia nelle danze, sia nelle musiche, che accompagnano le vicende con toni ora più classici ora più moderni, fino ad arrivare a intermezzi contemporanei che stupiscono e lasciano un sorriso, e qualche perplessità, al loro volgere. La trama delle donne greche stanche della guerra che non produce nulla di positivo per la città, ma provoca solo morte e distruzione, è una critica e un dramma insieme che le donne di tutto il Paese condividono. Lisistrata (la straordinaria Elisabetta Pozzi) al pari di un condottiero, è la donna ateniese che, riunendo le altre sue compagne di sventura, mette in moto un piano per far cessare i conflitti e restituire la pace. Così dal buffo escamotage iniziale, proteso a negare ogni forma di intimità agli uomini, le donne conducono la loro battaglia a suon di intelligenza e saggezza, dentro le mura domestiche e dentro le mura cittadine, occupando l’acropoli e controllando le finanze della città. A suon di battute che riproducono la policromia linguistica dei dialetti italiani, e accennano anche ad un paio di espressioni straniere, lo spettatore non può che cogliere l’universalità del messaggio di pace di Lisistrata, in cui la materialità della parola di Aristofane (a tratti spettacolarizzato con molto vigore) è in primo piano per l’intero spettacolo. 

La resa finale è una commedia scrosciante, in cui antico e moderno portano avanti un dialogo destinato a durare. Sebbene il testo segua il modello di Aristofane, sono stati aggiunti anche personaggi e citazioni: dalla figura del didascalio (ottima la teatralità di Roberto Alinghieri) chiamato ad interrompere l’azione ogni qualvolta fosse necessario spiegare alcuni termini greci di cui lo spettatore odierno non avrebbe colto altrimenti il senso, ad una serie di citazioni dei tempi recenti, dalle filastrocche, al canto del pedasta (con l’esecuzione di Massimo Lopez). Come nel caso del didascalio, anche lo spazio circoscritto dedicato del pedasta, ha confermato il gioco, pensato dal regista, a tratti un po’ forzato, con cui gli attori si sono divertiti a interagire con il pubblico, al pari delle donne che proclamano i loro “programmi politici” direttamente avanzando nella cavea. 

La potenza della commedia messa in scenda da Tullio Solenghi, sta tutta nelle capacità di un cast di altissimo livello, che ha saputo stupire e far ridere il pubblico, non dimenticando di ammonirlo a riflettere, con spunti diversi, dal senso dei conflitti, alle speculazioni con cui si muovono le grandi potenze facendo razzie di alcuni territori, alla plastica che aleggia tra le nostre città.

Nel cast, oltre al Solenghi/Cinesia, Federica Carrubba Toscano, Giovanna Di Rauso, Viola Marietti, Vittorio Viviani, Totò Onnis, Mimmo Mancini, Tiziana Schiavarelli, Simonetta Cartia, Silvia Salvatori, Federico Vanni, Margherita Carducci, Elisabetta Neri, Roberto Alinghieri, Giuliano Chiarello, Gabriele Manfredi, Roberto Mulia, Franco Mirabella, Riccardo Livermore e Andrea Di Falco.

Daniela Tralongo

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Il debutto di "Le Troiane" di Euripide parte sottotono, ma promette grandi riprese:

È andato in scena ieri, 10 maggio 2019, il debutto di Le Troiane, seconda tragedia di Euripide in cartellone quest’anno per la Stagione 2019 delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa.

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La cavea è gremita di gente, il pubblico si trova subito dinanzi al tanto chiacchierato “bosco morto” di Stefano Boeri, spoglio, immobile. Tre botti, improvvisi e fragorosi, l’entrata in scena del coro e di Ecuba (che da quell’istante saranno sempre presenti). Nulla si muove, la guerra di Troia si è conclusa, la città è distrutta, la popolazione devastata dal conflitto raccoglie i pezzi di ciò che resta. “Non canti, ma danze di dolore” per la perdita degli uomini, introduce Ecuba - interpretata da una straordinaria Maddalena Crippa. Le Troiane sono ormai sole, piegate, senza protezione e con il cuore ricolmo di dolore e di pianto per coloro che sono morti e per il proprio futuro incerto. 

Gli Argivi si spartiscono il bottino di guerra, nel quale le donne sono comprese, ridotte schiave o, peggio, amanti dei vittoriosi nemici. A riferire del loro destino infelice Taltibio - Paolo Rossi - messaggero del nemico, che non resta però indifferente alle sofferenze subite dalle Troiane.

Nei loro cuori, la ragione ha lasciato il posto alla follia e alla disperazione, come nel caso di Cassandra - Marial Bajma Riva - che maledice la casa di Agamennone e predice il peregrinare di Odisseo. Accanto a lei, Andromaca - un’intensa Elena Arvigo -, moglie del defunto Ettore, entra in scena con in braccio il figlio Astianatte - il giovanissimo Riccardo Scalia, che ha ricevuto un fragoroso e lungo applauso per la sua interpretazione - piange per il destino che li attende.

Ella è il volto della rassegnazione “I morti hanno un destino migliore dei vivi - afferma - poiché essi possono giacere nella terra dei Padri”, mentre le sventurate Troiane saranno costrette a lasciare la terra natia per divenire oggetto di scherno e diletto del nemico. “Nella vita c’è speranza” la interrompe Ecuba, riferendosi a suo nipote. Il sopraggiungere di Menelao - Graziano Piazza - rappresenterà l’unica presenza in scena del nemico, che, per quanto vittorioso, partecipa anch’esso al dolore causato dalla lunga ed estenuante guerra. L’unica, che sembra voler trarre vantaggio dell’esito del conflitto sarà Elena - Viola Graziosi - la cui bellezza sembra non essere stata scalfita dai tremendi fatti che l’hanno vista protagonista. Da vittime le Troiane si trasformano in carnefici, schernendo e maledicendo la sposa di Paride, che ancora una volta mostra di essere volubile e traditrice. La “guerra degli sconfitti” si conclude quando Ecuba riesce a convincere Menelao della colpevolezza di Elena, con la promessa, da parte di quest’ultimo, di non riprenderla in moglie, poiché ella porterebbe solo sventura al popolo Argivo.

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In quel momento incalza il ritmo della rappresentazione con un crescendo il cui culmine viene raggiunto quando, dopo la notizia del sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille, Taltibio riferisce la tragica decisione di Odisseo di voler uccidere Astianatte, solo perché figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città.

Il pathos, che fino a quel momento sembrava quasi assente dalla scena, tutto ad un tratto pervade attori e pubblico. Le grida di disperazione della madre, seguite da quelle del figlio, scuotono gli animi e mostrano quali sono i veri orrori della guerra, quali le terribili conseguenze, manifestando così il forte tono di denuncia contro tutti i conflitti, già presente in Euripide, che la regista Muriel Mayette ha voluto rimarcare, in maniera, a ben vedere, per nulla velata. 

È finita, non c’è più speranza, al coro delle Troiane non resta che racchiudersi nel suo canto di morte. Queste donne vestite con gli abiti della guerra, ricoperte delle ceneri del conflitto, senza colore, senza identità, sono solo delle entità smarrite, vaganti, fino al momento in cui entra in scena il defunto corpo del piccolo Astianatte, e allora tutto cambia. Gli abiti, che prima vestivano il corpo delle donne diventano le pietre che copriranno lo scudo di Ettore sul quale ormai giace Astianatte. Entra in gioco il rosso, colore del sangue e delle fiamme, che di li a poco incendieranno la città di Ilo riducendola in cenere. Il fuoco riempie la scena, il bosco morto diventa solo un’ombra, come in un gioco di ombre cinesi, sfondo di una tragedia senza fine. Una lunga colonna di fumo si alza al vento, le Troiane si allontanano ed abbandonano la terra natia intonando, magistralmente, il loro ultimo lamento.

La tensione che caratterizza Le Troiane di Euripide, ha lasciato il posto alla lentezza ed al “vuoto”. È tutto molto semplice, scarno, incolore, sembra quasi che la rappresentazione non proceda, ma la tensione emotiva che si respira da metà della messa in scena in poi, con il cambio di toni, soprattutto visivi, conferisce una svolta decisiva alla rappresentazione del mito ed investe il pubblico, il quale alla fine non può far altro che applaudire e complimentarsi per la buona riuscita di quella che sicuramente sarà stata una dura prova per la regia e tutta la squadra. Ci si aspetta molto dalle prossime riprese.





Francesca Brancato

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Rappresentazioni classiche 2019: un’Elena così non si era mai vista!

La figura mitologica di Elena, è passata alla storia per essere la donna che fece scoppiare l’orribile guerra di Troia. 

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A lei è intitolata una delle tragedie in calendario per il 55° Festival del Teatro Greco di Siracusa.

L’Elena (una versatile e piacevole Laura Marinoni) di Euripide è andata in scena il 9 maggio, aprendo il ciclo delle rappresentazioni del 2019. Davanti alla cavea, il pubblico ha assistito ad un’atmosfera in continuo cambiamento, in cui alle parole dei personaggi che recitavano, subentravano le immagini e i primi piano trasmessi sul grande schermo a led posto sullo sfondo – da subito antico e moderno si incastrano con perfetto equilibro. I pensieri di Elena trovavano qui il proprio spazio di espressione, e le onde instancabili e il cielo stellato che incorniciava l’emozione del ritrovamento degli amanti e la speranza di un roseo futuro, trasponevano la scena direttamente ad una dimensione da fiaba. La fluidità delle emozioni raccontate, della natura dell’uomo, della caducità delle sue esperienze e della volubilità del caso e della sorte, nonché dell’inconsistenza di alcune decisioni umane, che provocano effetti disastrosi senza ragioni corpose alla base, come le morti e le devastazioni che scaturiscono dalle guerre, sono confermate non solo dalla narrazione ma anche dalla scenografia (ottima ne è la resa). Vera protagonista è l’acqua. Per l’intera durata dello spettacolo, gli attori si sono mossi tra le acque del Nilo, del mare che accoglie i naufraghi e che induce i protagonisti – Elena e Menelao – a perseguire il viaggio verso la Grecia.

Se Elena è spesso stata letta come la donna frivola che fugge al seguito di Paride in una terra straniera, e scatena l’ira del marito abbandonato, nel mito raccontato da Euripide ne viene disegnato un ritratto totalmente diverso. Elena è sola e addolorata in Egitto, ospite del re Proteo. Qui era stata condotta da Ermes per nasconderla, dopo che la dea Afrodite l’aveva promessa a Paride (anche se già sposa di Menelao), a condizione che Paride, giudice nella gara che sanciva la dea più bella tra Atena, Era e Afrodite, avesse dato a quest’ultima il pomo d’oro. Così Paride, per avere con sé la donna più bella della terra, fa ricadere la sua scelta su Afrodite. A quel punto la dea Era, si vendica creando il fantoccio di Elena, un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo, […] un vuoto miraggio, che viaggia al seguito di Paride, non innescando alcun dubbio tra chi se la trova al fianco. Il dramma si condensa tutto in questo “gioco” degli equivoci, in questo malinteso che fa credere a tutti il tradimento commesso da Elena nei confronti del coniuge. La guerra, i morti, la devastazione che ne sono conseguiti vengono presentati in questo modo come il prodotto di un evento mai esistito, dunque totalmente inconsistente e privo di senso. Elena, che si affligge sopra la lapide marmorea dell’appena defunto re Proteo, non si dà pace per la sorte che le è stata assegnata, sola, privata degli affetti più cari e destinata a stare in terra straniera, sotto le pressioni del figlio di Proteo, Teoclimeno (altrettanto convincente Giancarlo Judica Cordiglia) che la vuole in sposa.  

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E alla disperazione di Elena, fanno eco i pianti dei personaggi coinvolti, afflitti per le perdite umane causate dalla guerra di Troia. La manifestazione del dolore che viene fatta non allude alle formule dell’intonazione classica ma si rifà ad immagini temporalmente più vicine al pubblico presente. Tra abiti scintillanti (i costumi sono di Gianluca Falschi), parrucche, personaggi che richiamano le vesti dei personaggi dell’opera settecentesca (Teonoe – Simonetta Cartia – fa un ingresso in scena che ricorda la solennità della lirica) coppe di champagne, e gonne ampie, ne viene fuori un’azione tragicomica capace di instaurare un dialogo con il mondo odierno. Il naufrago è ancora un ospite sacro? Le guerre, anche le più idealizzate, spesso sono supportate da false ragioni, e non sono mai una risoluzione permanente ai fenomeni di instabilità che le hanno provocate. Perché allora proseguire con questi insensati sacrifici umani? E poi ancora la donna si presenta come parte attiva di una società in cui può determinare cambiamenti e forgiare la propria sorte, senza subirla passivamente. “La donna può dare consigli sensati” afferma Elena ad un tratto, rivolgendosi a Menelao (apprezzabile Sax Nicosia). Mentre infatti Elena ne stava piangendo la morte (presunta), riferitagli da un messaggero, d’un tratto riconosce un’immagine a lei familiare. Un uomo le si avvicina, un naufrago in cerca di aiuto. I due si guardano e si studiano, perché ciascuno ha qualcosa di familiare. Allo stupore iniziale, seguono le domande che confermano la loro vera natura. Elena capisce che Menelao non è veramente morto, e Menelao capisce che la donna che ha scatenato la guerra è in realtà un’immagine falsa. Da qui studiano un piano per rientrare in patria, che si servirà di alcuni inganni a detrimento di Teoclimeno. “La mente legge ciò che vedono gli occhi” afferma Elena. E da qui, il messaggio di Euripide, torna ad essere valido anche oggi. La sensazione che si riceve è che la tragedia raccontata dalla regia di Davide Livermore abbia saputo sfruttare soluzioni moderne, registri differenti e combinare il tutto con musiche mai invasive (Andrea Chenna) ma in grado di accompagnare i ritmi dell’azione con proprie parentesi stilistiche. Il gioco delle falsità delle immagini – tema sui cui la società odierna deve mettersi in discussione, sempre più avvezza a vivere nell’alienazione di una ricostruzione vuota e digitale della realtà – è ribadito anche dal continuo ricorso degli specchi. Tipici strumenti di tutta la letteratura postmoderna, gli specchi sottolineano ancora una volta la natura ingannevole delle figure riflesse, che restano comunque mera invenzione visiva. Infine lo scambio di personaggi maschili interpretati da donne e viceversa, ribaltano gli stereotipi e ci pongono dinnanzi ad una serie di domande: accettando che nulla sia precostituito, metterci in discussione sembra essere un suggerimento da non sottovalutare, per dirla con le parole di Euripide “l’unica divinazione possibile è data dalla ragione e dal buon senso”. 



Daniela Tralongo 

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Il mercato della politica e le sue marionette ne "I Cavalieri" di Solari

SIRACUSA - La serata di ieri è cominciata con le più alte aspettative da parte del pubblico, che con molto interesse ha seguito la messa in scena de "I Cavalieri" di Aristofane, in scena per la prima volta a Siracusa.

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La trama semplice della commedia lascia spazio a contaminazioni attuali, in termini di linguaggio e riferimenti a fatti e personaggi della contemporaneità. Aristofane, come ben sappiamo, è forse il più attuale dei commediografi ateniesi del V secolo. I personaggi ed i messaggi, non troppo velati, trasmessi dal suo teatro sembrano avere sempre una perfetta collocazione ai giorni nostri. Così è stato ache ieri sera , grazie anche alla regia di Solari e alla libera traduzione di Olimpia Imperio, i quali sono riusciti a portare sul palco del Teatro Greco di Siracusa il dibattito politico a viso aperto, dove sotterfugi ed inganni non sono nascosti da coltri di fumo, ma messi in atto alla luce del sole. 

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I Cavalieri, unici latori di saggezza, fanno da coro a sei grandi personaggi, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale in quella che si rivela essere una vera e propria lotta per il potere. In primo piano i due contendenti: Paflagone e il Salsicciaio, interpretati rispettivamente da un magistrale Gigio Alberti e da un applauditissimo Francesco Pannofino, il quale, nonostante l'emozione della prima e le difficoltà che un palco come quello di Siracusa implica, è riuscito a portare in scena un ruolo dal forte impatto sociale e politico. Accanto a loro Nicia e Demostene, ovvero Sergio Mancinelli e Giovanni Esposito, i servi che, stanchi delle angherie di Paflagone/Cleone, decidono di rivolgersi agli oracoli divini, scoprendo che l'unico modo per sconfiggere un politico è quello di metterlo a confronto con un altro politico, e per fare si che questo accada si avvalgono del favore dei Cavalieri, il cui compito sarà quello di convinvere Demo, personificazione del popolo ateniese. Antonio Catania (Demo) annoiato e stanco, accetta ed accoglie il cambiamento di rotta che da Paflagone porta al grasso, arrogante ed ignorante Salsicciaio, approfittando dell'immenso guadagno che ciò comporterebbe per sé. 
Sembra così che il popolo sia in balia degli eventi e delle lusinghe del travolgente mercato della politica, ma in un momento di lucida confidenza Demo rivela di essere consapevole degli squallidi giochi di potere e delle rovinose conseguenze alla quali si va incontro con l'elezione del Salsicciaio, ma ricorda anche che l'ultima parola spetta sempre al popolo, che ha il potere di sbarazzarsi della cattiva politica, qualora da questa non si riuscisse a ricavare più nulla. È il grottesco rovescio della medaglia, che porta all'attenzione di tutti l'oscura realtà della materia politica, ormai ridotta a semplice argomento da mercato. 

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Temi attuali ed imponenti questi, messi in risalto dalla semplicità della scenografia e dei costumi, ad unica eccezione dei Cavalieri, che con le loro maschere da burattini danzanti rappresentano il macchinoso sistema che sta dietro alle scelte politiche della città. Il tutto condito dalla ritmica dell'accompagnamento musicale, composto ed interpretato, dal Corifeo Roy Paci, che con la sua tromba ha finlamente riportato la musica dal vivo sulla scena. 
Nonostante qualche dimenticanza ed un intervento imprevisto proveniente dalla pàrodoi, possiamo affermare che la qualità migliore dello spettacolo messo in atto ieri è stata, sicuramente, quella di avere scosso gli animi e di aver stimolato il dibattito in un pubblico che, ormai troppo avvezzo alle dinamiche televisive e social del nostro "mercato politico", è stato ricondotto a una realtà nella quale le idee e le opinioni si esprimono con chiarezza hic et nunc.

Francesca Brancato
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