Lunghi applausi e standing ovation per Zingaretti al Teatro Greco di Siracusa

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Ieri sera abbiamo assistito al reading “La Sirena” di e con Luca Zingaretti, al Teatro Greco di Siracusa. Dopo tanto aspettare è giunto il momento, il pubblico curioso freme all’idea di vedere uno dei suoi idoli televisivi li, a pochi metri, le aspettative sono alte.

Nei giorni scorsi lo stesso attore aveva espresso, sui social e non solo, l’emozione nel doversi esibire su un grande palcoscenico come quello di Siracusa, che porta con sé il peso del passato e grandi responsabilità nei confronti del pubblico.

Prendendo posto noto subito una scenografia scarna ed essenziale e capisco che l’accento verrà posto esclusivamente sulle parole e sulla musica, man mano che il teatro si riempie, vedo molti giovanissimi tra gli spettatori e me ne compiaccio, specialmente di questi tempi nei quali si pensa che i più giovani siano anche i più disinteressati alla cultura. Quanto ci si sbaglia.

L’attesa si fa sentire, e dopo pochi minuti di ritardo, si abbassano le luci.

Luca Zingaretti ed il maestro Fabio Ceccarelli entrano, in smoking, eleganti, in contrasto con la semplicità della scena (gesto, a parer mio, di riguardo nei confronti del teatro siracusano). La musica, scritta da Germano Mazzocchetti crea subito un’atmosfera sognante, si apre la narrazione.

La storia, non molto conosciuta a dire il vero, è quella di Paolo Corbera di Salina, giovane giornalista per La Stampa, che dopo l’ennesima delusione amorosa, in una cupa mattina torinese, incontra in un caffè Rosario la Ciura, rinomato classicista e professore universitario in pensione.

Sin da subito i due entrano in antitesi, alla maniera più classica. Si apre, infatti, allo spettatore il tipico dualismo giovane-vecchio, presente-passato, moderno-antico. Ma dopo un primo momento fatto di battibecchi i due personaggi trovano un primo punto di incontro: la Sicilia. La terra natia prende vita attraverso i ricordi di entrambi, che, lontani ormai da anni, rievocandone gli odori, i sapori, i paesaggi, la descrivono in modo sublime, quasi come un Eden lontano nel quale non mancano però gli errori e le difficoltà, perché una terra come la nostra era ricca di contraddizioni allora così come lo è oggi. I due protagonisti stringono una singolare ma profonda amicizia, nella quale le loro differenze, generazionali e non solo, diventano momento di gioco, come nel caso delle “diatribe” relative alle pene d’amore del giovane Corbera, che l’anziano professore sminuisce senza freno, affermando sempre che «L’Amore, quello vero, non è fatto di scialbe donnine senza sapore, senza sentimento. Ma che ne vuoi sapere tu…!».

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Gli incontri si fanno sempre più frequenti e cordiali, al punto che il vecchio professore si lascia andare ai ricordi più intimi di quella che per lui fu una splendida giovinezza, fatta di ricci di mare che sanno di femmina, paesaggi solitari del siracusano e acque limpide del mare di Sicilia.

«I ricci - afferma Ciura - sono pericolosi come tutti i doni del mare, che danno la morte all’immortalità». 

La narrazione che fino a questo momento è stata intervallata da momenti di ironia e tenerezza, diviene improvvisamente cupa, di un’oscurità che stimola la curiosità e incanta al suono della voce narrante. Il vecchio sembra ricordare qualcosa che stenta però a dire, il tutto in un vaneggio di ricordi che pare essere solo il frutto della senilità.

Durante il loro ultimo incontro i due protagonisti vivono un momento intimo e familiare di confidenza. Corbera invita Ciura nella sua casa, è riuscito a procurargli dei ricci di mare provenienti dal golfo ligure. Alla  loro vista l’anziano professore viene investito dai ricordi, al primo assaggio di quelle carni la memoria prende il sopravvento. Ciura racconta un episodio della sua giovinezza universitaria, al tempo era solo un ventenne e la vita era lieve. I fatti raccontati si volgono sul finire dell’‘800 mentre il giovane e promettente studioso si trova ad Augusta, per un breve periodo di vacanza. Il mare è il suo unico compagno in quella torrida estate di studio e proprio il mare gli porterà l’incontro più straordinario della sua vita, quello con la sirena Lighea. «Sei bello!» - gli dice lei - «Non credere alle leggende sul nostro conto. Noi sirene non portiamo morte, sappiamo solo amare». Il racconto di quel suo unico, vero amore si vela di toni fantastici, come se sogno e realtà fossero stati da sempre la stessa cosa. Un amore di poche settimane, ma vero ed intenso come nessun altro. Dopo il loro dolce ed idilliaco incontro, i due amanti alla fine si separeranno nella tempesta «Seguimi, vieni con me…» - lo prega lei. «Avrei dovuto farlo allora» - racconta Ciura - «ma Lighea era tornata a fondersi con la spuma del mare». Dopo questo racconto mitico, quasi di sogno, nel quale al giovane Corbera viene rivelato il vero senso dell’Amore, i due amici si separano.

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La mattina successiva in redazione giunge una lettera nella quale si da la notizia che il professor Ciura è caduto in mare durante il viaggio e che il suo corpo è andato disperso tra i flutti. Si chiude così il racconto di Tomasi di Lampedusa, così la narrazione di Zingaretti.

Al termine della sua magistrale performance, Luca Zingaretti omaggia il pubblico con la lettura della poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale; poi il maestro Ceccarelli chiude con un assolo alla fisarmonica.

Il lungo scrosciare degli applausi ci riporta tutti alla nostra realtà, le luci del Teatro Greco si accendono di nuovo, l’attore fa il suo inchino. Noi pubblico ci risvegliamo da quella magia che per un’ora ci ha mostrato i molti volti dell’amore, tanti quanti sono quelli della nostra bella ed amara Sicilia, descritta e raccontata alla maniera di chi, come Tomasi di Lampedusa e Zingaretti, in questa nostra terra ha lasciato un pezzo di cuore. 







Francesca Brancato

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Il debutto della Lisistrata tra i dialetti italiani

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SIRACUSA – È andata in scena la Lisistrata di Aristofane, il terzo spettacolo in cartellone per questo 55° Festival delle rappresentazioni classiche. Il debutto è stato un successo con applausi che hanno cadenzato a intervalli regolari l’intera commedia. 

Ad accogliere gli attori è stata messa in piedi, da Andrea Viotti, una scenografia dai toni classici, in cui l’imponente acropoli ribadisce la propria importanza nella vita della città ateniese. Dentro le sue mura si amministra il potere della città, su cui si staglia il mezzo busto di una Venere paleolitica. Elemento fuori programma, l’oracolo posto fuori scena, che riproduce la sua solennità per la postura che fa pensare ad un Cristo benedicente con le piume che adornano il capo. 

Sin da subito l’azione è colorata, sia nei costumi, sia nelle danze, sia nelle musiche, che accompagnano le vicende con toni ora più classici ora più moderni, fino ad arrivare a intermezzi contemporanei che stupiscono e lasciano un sorriso, e qualche perplessità, al loro volgere. La trama delle donne greche stanche della guerra che non produce nulla di positivo per la città, ma provoca solo morte e distruzione, è una critica e un dramma insieme che le donne di tutto il Paese condividono. Lisistrata (la straordinaria Elisabetta Pozzi) al pari di un condottiero, è la donna ateniese che, riunendo le altre sue compagne di sventura, mette in moto un piano per far cessare i conflitti e restituire la pace. Così dal buffo escamotage iniziale, proteso a negare ogni forma di intimità agli uomini, le donne conducono la loro battaglia a suon di intelligenza e saggezza, dentro le mura domestiche e dentro le mura cittadine, occupando l’acropoli e controllando le finanze della città. A suon di battute che riproducono la policromia linguistica dei dialetti italiani, e accennano anche ad un paio di espressioni straniere, lo spettatore non può che cogliere l’universalità del messaggio di pace di Lisistrata, in cui la materialità della parola di Aristofane (a tratti spettacolarizzato con molto vigore) è in primo piano per l’intero spettacolo. 

La resa finale è una commedia scrosciante, in cui antico e moderno portano avanti un dialogo destinato a durare. Sebbene il testo segua il modello di Aristofane, sono stati aggiunti anche personaggi e citazioni: dalla figura del didascalio (ottima la teatralità di Roberto Alinghieri) chiamato ad interrompere l’azione ogni qualvolta fosse necessario spiegare alcuni termini greci di cui lo spettatore odierno non avrebbe colto altrimenti il senso, ad una serie di citazioni dei tempi recenti, dalle filastrocche, al canto del pedasta (con l’esecuzione di Massimo Lopez). Come nel caso del didascalio, anche lo spazio circoscritto dedicato del pedasta, ha confermato il gioco, pensato dal regista, a tratti un po’ forzato, con cui gli attori si sono divertiti a interagire con il pubblico, al pari delle donne che proclamano i loro “programmi politici” direttamente avanzando nella cavea. 

La potenza della commedia messa in scenda da Tullio Solenghi, sta tutta nelle capacità di un cast di altissimo livello, che ha saputo stupire e far ridere il pubblico, non dimenticando di ammonirlo a riflettere, con spunti diversi, dal senso dei conflitti, alle speculazioni con cui si muovono le grandi potenze facendo razzie di alcuni territori, alla plastica che aleggia tra le nostre città.

Nel cast, oltre al Solenghi/Cinesia, Federica Carrubba Toscano, Giovanna Di Rauso, Viola Marietti, Vittorio Viviani, Totò Onnis, Mimmo Mancini, Tiziana Schiavarelli, Simonetta Cartia, Silvia Salvatori, Federico Vanni, Margherita Carducci, Elisabetta Neri, Roberto Alinghieri, Giuliano Chiarello, Gabriele Manfredi, Roberto Mulia, Franco Mirabella, Riccardo Livermore e Andrea Di Falco.

Daniela Tralongo

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Il debutto di "Le Troiane" di Euripide parte sottotono, ma promette grandi riprese:

È andato in scena ieri, 10 maggio 2019, il debutto di Le Troiane, seconda tragedia di Euripide in cartellone quest’anno per la Stagione 2019 delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa.

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La cavea è gremita di gente, il pubblico si trova subito dinanzi al tanto chiacchierato “bosco morto” di Stefano Boeri, spoglio, immobile. Tre botti, improvvisi e fragorosi, l’entrata in scena del coro e di Ecuba (che da quell’istante saranno sempre presenti). Nulla si muove, la guerra di Troia si è conclusa, la città è distrutta, la popolazione devastata dal conflitto raccoglie i pezzi di ciò che resta. “Non canti, ma danze di dolore” per la perdita degli uomini, introduce Ecuba - interpretata da una straordinaria Maddalena Crippa. Le Troiane sono ormai sole, piegate, senza protezione e con il cuore ricolmo di dolore e di pianto per coloro che sono morti e per il proprio futuro incerto. 

Gli Argivi si spartiscono il bottino di guerra, nel quale le donne sono comprese, ridotte schiave o, peggio, amanti dei vittoriosi nemici. A riferire del loro destino infelice Taltibio - Paolo Rossi - messaggero del nemico, che non resta però indifferente alle sofferenze subite dalle Troiane.

Nei loro cuori, la ragione ha lasciato il posto alla follia e alla disperazione, come nel caso di Cassandra - Marial Bajma Riva - che maledice la casa di Agamennone e predice il peregrinare di Odisseo. Accanto a lei, Andromaca - un’intensa Elena Arvigo -, moglie del defunto Ettore, entra in scena con in braccio il figlio Astianatte - il giovanissimo Riccardo Scalia, che ha ricevuto un fragoroso e lungo applauso per la sua interpretazione - piange per il destino che li attende.

Ella è il volto della rassegnazione “I morti hanno un destino migliore dei vivi - afferma - poiché essi possono giacere nella terra dei Padri”, mentre le sventurate Troiane saranno costrette a lasciare la terra natia per divenire oggetto di scherno e diletto del nemico. “Nella vita c’è speranza” la interrompe Ecuba, riferendosi a suo nipote. Il sopraggiungere di Menelao - Graziano Piazza - rappresenterà l’unica presenza in scena del nemico, che, per quanto vittorioso, partecipa anch’esso al dolore causato dalla lunga ed estenuante guerra. L’unica, che sembra voler trarre vantaggio dell’esito del conflitto sarà Elena - Viola Graziosi - la cui bellezza sembra non essere stata scalfita dai tremendi fatti che l’hanno vista protagonista. Da vittime le Troiane si trasformano in carnefici, schernendo e maledicendo la sposa di Paride, che ancora una volta mostra di essere volubile e traditrice. La “guerra degli sconfitti” si conclude quando Ecuba riesce a convincere Menelao della colpevolezza di Elena, con la promessa, da parte di quest’ultimo, di non riprenderla in moglie, poiché ella porterebbe solo sventura al popolo Argivo.

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In quel momento incalza il ritmo della rappresentazione con un crescendo il cui culmine viene raggiunto quando, dopo la notizia del sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille, Taltibio riferisce la tragica decisione di Odisseo di voler uccidere Astianatte, solo perché figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città.

Il pathos, che fino a quel momento sembrava quasi assente dalla scena, tutto ad un tratto pervade attori e pubblico. Le grida di disperazione della madre, seguite da quelle del figlio, scuotono gli animi e mostrano quali sono i veri orrori della guerra, quali le terribili conseguenze, manifestando così il forte tono di denuncia contro tutti i conflitti, già presente in Euripide, che la regista Muriel Mayette ha voluto rimarcare, in maniera, a ben vedere, per nulla velata. 

È finita, non c’è più speranza, al coro delle Troiane non resta che racchiudersi nel suo canto di morte. Queste donne vestite con gli abiti della guerra, ricoperte delle ceneri del conflitto, senza colore, senza identità, sono solo delle entità smarrite, vaganti, fino al momento in cui entra in scena il defunto corpo del piccolo Astianatte, e allora tutto cambia. Gli abiti, che prima vestivano il corpo delle donne diventano le pietre che copriranno lo scudo di Ettore sul quale ormai giace Astianatte. Entra in gioco il rosso, colore del sangue e delle fiamme, che di li a poco incendieranno la città di Ilo riducendola in cenere. Il fuoco riempie la scena, il bosco morto diventa solo un’ombra, come in un gioco di ombre cinesi, sfondo di una tragedia senza fine. Una lunga colonna di fumo si alza al vento, le Troiane si allontanano ed abbandonano la terra natia intonando, magistralmente, il loro ultimo lamento.

La tensione che caratterizza Le Troiane di Euripide, ha lasciato il posto alla lentezza ed al “vuoto”. È tutto molto semplice, scarno, incolore, sembra quasi che la rappresentazione non proceda, ma la tensione emotiva che si respira da metà della messa in scena in poi, con il cambio di toni, soprattutto visivi, conferisce una svolta decisiva alla rappresentazione del mito ed investe il pubblico, il quale alla fine non può far altro che applaudire e complimentarsi per la buona riuscita di quella che sicuramente sarà stata una dura prova per la regia e tutta la squadra. Ci si aspetta molto dalle prossime riprese.





Francesca Brancato

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Rappresentazioni classiche 2019: un’Elena così non si era mai vista!

La figura mitologica di Elena, è passata alla storia per essere la donna che fece scoppiare l’orribile guerra di Troia. 

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A lei è intitolata una delle tragedie in calendario per il 55° Festival del Teatro Greco di Siracusa.

L’Elena (una versatile e piacevole Laura Marinoni) di Euripide è andata in scena il 9 maggio, aprendo il ciclo delle rappresentazioni del 2019. Davanti alla cavea, il pubblico ha assistito ad un’atmosfera in continuo cambiamento, in cui alle parole dei personaggi che recitavano, subentravano le immagini e i primi piano trasmessi sul grande schermo a led posto sullo sfondo – da subito antico e moderno si incastrano con perfetto equilibro. I pensieri di Elena trovavano qui il proprio spazio di espressione, e le onde instancabili e il cielo stellato che incorniciava l’emozione del ritrovamento degli amanti e la speranza di un roseo futuro, trasponevano la scena direttamente ad una dimensione da fiaba. La fluidità delle emozioni raccontate, della natura dell’uomo, della caducità delle sue esperienze e della volubilità del caso e della sorte, nonché dell’inconsistenza di alcune decisioni umane, che provocano effetti disastrosi senza ragioni corpose alla base, come le morti e le devastazioni che scaturiscono dalle guerre, sono confermate non solo dalla narrazione ma anche dalla scenografia (ottima ne è la resa). Vera protagonista è l’acqua. Per l’intera durata dello spettacolo, gli attori si sono mossi tra le acque del Nilo, del mare che accoglie i naufraghi e che induce i protagonisti – Elena e Menelao – a perseguire il viaggio verso la Grecia.

Se Elena è spesso stata letta come la donna frivola che fugge al seguito di Paride in una terra straniera, e scatena l’ira del marito abbandonato, nel mito raccontato da Euripide ne viene disegnato un ritratto totalmente diverso. Elena è sola e addolorata in Egitto, ospite del re Proteo. Qui era stata condotta da Ermes per nasconderla, dopo che la dea Afrodite l’aveva promessa a Paride (anche se già sposa di Menelao), a condizione che Paride, giudice nella gara che sanciva la dea più bella tra Atena, Era e Afrodite, avesse dato a quest’ultima il pomo d’oro. Così Paride, per avere con sé la donna più bella della terra, fa ricadere la sua scelta su Afrodite. A quel punto la dea Era, si vendica creando il fantoccio di Elena, un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo, […] un vuoto miraggio, che viaggia al seguito di Paride, non innescando alcun dubbio tra chi se la trova al fianco. Il dramma si condensa tutto in questo “gioco” degli equivoci, in questo malinteso che fa credere a tutti il tradimento commesso da Elena nei confronti del coniuge. La guerra, i morti, la devastazione che ne sono conseguiti vengono presentati in questo modo come il prodotto di un evento mai esistito, dunque totalmente inconsistente e privo di senso. Elena, che si affligge sopra la lapide marmorea dell’appena defunto re Proteo, non si dà pace per la sorte che le è stata assegnata, sola, privata degli affetti più cari e destinata a stare in terra straniera, sotto le pressioni del figlio di Proteo, Teoclimeno (altrettanto convincente Giancarlo Judica Cordiglia) che la vuole in sposa.  

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E alla disperazione di Elena, fanno eco i pianti dei personaggi coinvolti, afflitti per le perdite umane causate dalla guerra di Troia. La manifestazione del dolore che viene fatta non allude alle formule dell’intonazione classica ma si rifà ad immagini temporalmente più vicine al pubblico presente. Tra abiti scintillanti (i costumi sono di Gianluca Falschi), parrucche, personaggi che richiamano le vesti dei personaggi dell’opera settecentesca (Teonoe – Simonetta Cartia – fa un ingresso in scena che ricorda la solennità della lirica) coppe di champagne, e gonne ampie, ne viene fuori un’azione tragicomica capace di instaurare un dialogo con il mondo odierno. Il naufrago è ancora un ospite sacro? Le guerre, anche le più idealizzate, spesso sono supportate da false ragioni, e non sono mai una risoluzione permanente ai fenomeni di instabilità che le hanno provocate. Perché allora proseguire con questi insensati sacrifici umani? E poi ancora la donna si presenta come parte attiva di una società in cui può determinare cambiamenti e forgiare la propria sorte, senza subirla passivamente. “La donna può dare consigli sensati” afferma Elena ad un tratto, rivolgendosi a Menelao (apprezzabile Sax Nicosia). Mentre infatti Elena ne stava piangendo la morte (presunta), riferitagli da un messaggero, d’un tratto riconosce un’immagine a lei familiare. Un uomo le si avvicina, un naufrago in cerca di aiuto. I due si guardano e si studiano, perché ciascuno ha qualcosa di familiare. Allo stupore iniziale, seguono le domande che confermano la loro vera natura. Elena capisce che Menelao non è veramente morto, e Menelao capisce che la donna che ha scatenato la guerra è in realtà un’immagine falsa. Da qui studiano un piano per rientrare in patria, che si servirà di alcuni inganni a detrimento di Teoclimeno. “La mente legge ciò che vedono gli occhi” afferma Elena. E da qui, il messaggio di Euripide, torna ad essere valido anche oggi. La sensazione che si riceve è che la tragedia raccontata dalla regia di Davide Livermore abbia saputo sfruttare soluzioni moderne, registri differenti e combinare il tutto con musiche mai invasive (Andrea Chenna) ma in grado di accompagnare i ritmi dell’azione con proprie parentesi stilistiche. Il gioco delle falsità delle immagini – tema sui cui la società odierna deve mettersi in discussione, sempre più avvezza a vivere nell’alienazione di una ricostruzione vuota e digitale della realtà – è ribadito anche dal continuo ricorso degli specchi. Tipici strumenti di tutta la letteratura postmoderna, gli specchi sottolineano ancora una volta la natura ingannevole delle figure riflesse, che restano comunque mera invenzione visiva. Infine lo scambio di personaggi maschili interpretati da donne e viceversa, ribaltano gli stereotipi e ci pongono dinnanzi ad una serie di domande: accettando che nulla sia precostituito, metterci in discussione sembra essere un suggerimento da non sottovalutare, per dirla con le parole di Euripide “l’unica divinazione possibile è data dalla ragione e dal buon senso”. 



Daniela Tralongo 

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Il debutto de "Le Rane" di Barberio Corsetti a Siracusa. La sfida moderna che fa centro.

Le Rane sono tornate.

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Al ritmo del loro koax – koax (intonato dai magnifici SeiOttavi – Germana Di Cara, Vincenzo Gannuscio, Alice Sparti, Kristian Andrey Thomas Cipolla, Massimo Sigillo Massara, Ernesto Marciante - , che hanno curato le musiche dell’intera commedia), hanno fatto il loro ingresso sfavillante al Teatro Greco di Siracusa, dopo una lunga assenza durata 15 anni. 

Grande è stata l’attesa per questa messa in scena, sia per l’oggetto tematico al centro delle vicende raccontate da Aristofane (la cui attualità permane nonostante si frappongano più di 2000 anni dalla sua stesura), sia per i protagonisti chiamati in causa.

Tra questi, l’esordio di Ficarra e Picone al teatro classico aveva destato molta curiosità. E il duo comico siciliano non ha disilluso le aspettative. 

Come più volte avevano ribadito, “siamo uno degli strumenti con cui prenderà vita la commedia”, e così è stato. Nella scena messa in atto ieri, davanti ad una cavea gremita di tantissimi giovani, Salvatore e Valentino hanno dato prova di sapersi muovere anche in palcoscenici diversi da quelli soliti, mantenendo in qualche modo la loro personale comicità. 

Sulla scena hanno interpretato le figure del servo e del padrone. L’uno Xantia (Picone), sempre affaticato, affamato, vittima del padrone ma pronto a rendergli la pariglia. L’altro Dioniso (Ficarra), dio del vino, che si mostra impavido ma collassa subito di fronte ai bisogni corporali, senza però perdere del tutto la propria lucidità. 

I due decidono di procedere nel regno dei morti al fine di riportare in vita la “sana creatività”, così come la definisce Dioniso, e questo con l’intento di salvare la città di Atene orami dissoluta e priva di alcun riferimento morale. A contendersi la possibilità di avere questo poderoso compito saranno Eschilo ed Euripide, e le loro due differenti visioni in merito al ruolo della poesia, del teatro: se il primo (interpretato da un bravissimo Roberto Rusticoni), con i suoi panni eleganti, si fa portavoce di un teatro che deve servire per educare gli uomini, evocando situazioni e princìpi, il secondo (un magnifico Gabriele Benedetti), con fare holliwoodiano rimanda ad un teatro del fare quotidiano, un teatro che mostri ed evidenzi i caratteri del mondo in tutte le sue sfaccettature e perversioni. La gara tra i due, a colpi di citazioni parodiche, finisce con il premiare il virtuoso Eschilo, sebbene la sua poetica sia quella che maggiormente viene dissacrata per poi esserne rivendicata l’importanza. 

E in che modo era possibile veicolare un tema così vicino alla nostra contemporaneità, e così lontano temporalmente, visto anche i continui riferimenti a vicende e nomi ben conosciuti nell’Atene del 405 a.C.?

La risposta sta tutta nella regia di Giorgio Barberio Corsetti. Una regia moderna, che ha preso in mano il testo di Aristofane e lo ha attualizzato più che poteva pur mantenendone un equilibrio, sia a livello linguistico (della traduzione bisogna essere grati a Olimpia Imperio) sia sotto il profilo dei costumi (Francesco Esposito), della sceneggiatura (Massimo Troncanetti) e perfino delle musiche. 

Perché il valore e il senso della poesia e del teatro sono temi ancora discussi e più che mai al centro delle discussioni odierne. L’impegno della classe politica nel voler sostenere l’arte e la letteratura o volerle occultare. Le motivazioni che stanno alla base di queste opposte strategie. L’invettiva contro un pubblico (o un popolo) propenso a dimenarsi tra sciocche faccende, dimenticando i valori più elevati, i diritti da difendere e i principi da trasmettere alle nuove generazioni. Come si può avere una comprensione critica di questa realtà dunque se il testo e il suo significato non sono prima di tutto fruibili?

E allora eccoli lì: le battute risuonano familiari, i costumi colorati e abbinati alle realtà più varie delle nostre stesse città, le musiche si rifanno a motivi vari che vanno dalla musica sacra alla contemporanea, dal rock al jazz, con le rane che cantano uno swing ridicolo e grazioso insieme, riproducendo un lavoro di elettronica sulle voci e di beat box, il tutto interamente cantato a cappella.

Le soluzioni finali, con l’utilizzo di strumenti video che consentono di godere di importanti primi piani, e l’utilizzo ancora una volta moderno ed intrigante di alcune marionette, consentono di avere un ritmo sempre teso e mai calante. 

La commedia si conclude e gli applausi risuonano per vari minuti. Il plauso è per tutta la compagnia, i nostri fari sono tutti per la regia!

 

Daniela Tralongo

Una "magica" Tebe è al centro delle Fenicie al teatro greco di Siracusa

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Questa sera, nello splendido scenario del teatro greco di Siracusa, è andata in scena, dopo ben 49 anni dalla sua ultima rappresentazione, la tragedia “Fenicie” di Euripide, con la regia di Valerio Binasco e traduzione di Enrico Medda . Un mix di modernità e classicità, già a partire dagli abiti dei vari personaggi: la regina Giocasta (interpretata da una superba Isa Danieli) in un lungo vestito nero, come nero è il suo stato d’animo per la sventurata sorte della propria famiglia, così come racconta nel monologo iniziale, che risulta pieno di pathos; l’esercito della città di Tebe in uniforme moderna; Antigone (la giovane e talentuosa Giordana Faggiano) in un vestito giallo e una cascata di riccioli neri al vento, inizialmente un po’ tentennante, mentre alla fine della tragedia piena di pietas e di amore, di senso di giustizia e coraggio; Eteocle (Guido Caprino) in giacca di pelle nera e catene al collo, a cui si contrappone il fratello Polinice (l’attore Gianmaria Martini). A questa modernità, dimostrata anche nel linguaggio, spesso forte e incalzante, si contrappone il coro, rappresentato dalle Fenicie (da cui prende appunto il nome la tragedia), che richiama chiaramente all’antichità e si esprime in un linguaggio oscuro, pieno di riferimenti a eventi religiosi non sempre facili da comprendere. 

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La tragedia euripidea, rappresentata per la prima volta nel 410 o 409 a.C., tratta un episodio del Ciclo tebano e l'argomento è lo stesso dei “Sette contro Tebe” di Eschilo, l’altra tragedia messa in scena quest’anno sul colle Temenite: la reciproca uccisione di Eteocle e Polinice, entrambi figli di Edipo e fratelli di Antigone, che rivendicano, ciascuno secondo le proprie ragioni, il diritto di governare su Tebe. Vi è un chiaro accanimento del fato, degli Dei, la cui vendetta è inflessibile, mentre la speranza degli uomini, di tutti gli uomini, compresi quelli più potenti, risulta inutile. “Bisogna sopportare ciò che viene dagli dei”, afferma sconsolata Giocasta, la quale tenta invano di trovare una soluzione alla sciagurata contesa tra i figli, entrambi fieri e irremovibili nelle loro motivazioni e che, rifiutando qualsiasi accordo o compromesso, finiscono per correre verso un tragico finale. L’indovino cieco Tiresia (Alarico Salaroli), malconcio e trasandato con barba e capelli lunghi bianchi, interpellato da Creonte, fratello di Giocasta, afferma che l'unico modo di salvare Tebe è quello di sacrificare Meneceo (Matteo Francomano), il quale, nonostante l’opposizione del proprio padre Creonte, accetta il responso per la salvezza della patria e si uccide. Dopo un attacco fallito dell'esercito di Argo, Eteocle e Polinice si affrontano, dandosi vicendevolmente la morte; sui loro cadaveri la madre Giocasta si suicida; Creonte (interpretato da Michele Di Mauro), ormai nuovo re di Tebe, condanna Edipo e Antigone all'esilio, vietando la sepoltura del traditore della patria Polinice lasciandolo così in pasto agli avvoltoi e ai cani e ordinando di mettere a morte chiunque osi disubbidire a tali ordini. Nella scena finale, Antigone ed Edipo (Yamanuchi Hal), affranti e sconsolati, abbandonano Tebe, dirigendosi verso Colono. Splendida l’idea di accompagnare alla recitazione, fin dall’inizio, il pianoforte di Eugenia Tamburri, riuscendo a creare un alone di magia, scandendo i vari momenti tragici e aumentando di intensità il ritmo man mano che si accresce la tensione sul palcoscenico. 

Un’occasione, questa, per riflettere su temi di grandissima attualità e sulla complessità della psiche. Il teatro, infatti, si conferma luogo in cui è possibile occuparsi di umanità, rivolgendosi agli uomini di ogni tempo, del passato, presente e futuro, con loro tribolazioni, speranze, paure, che, alla fine, sono sempre le stesse.

Alessandra Leone

 

Debutto amaro dei "Sette contro Tebe"

Una guerra intestina. Di quelle che producono scompiglio, paura, dolore e smarrimento. Una guerra che ci ricorda le tante guerre a noi contemporanee. Questo è l’argomento della guerra di Eteocle(interpretato da Marco Foschi) e Polinice, la guerra dei Sette contro Tebe, la prima tragedia del 53° ciclo di rappresentazioni classiche, messa in scena oggi al Teatro Greco di Siracusa. Eschilo racconta la storia di una contesa fratricida, sfociata in una battaglia di riconquista della città di Tebe da parte di Polinice e di difesa della stessa patria da parte del fratello Eteocle, i due regnanti che ad anni alterni governavano la città ereditata dal padre Edipo.

I due arrivano allo scontro non appena l’accordo che avevano stabilito per esercitare il potere in città viene a mancare e Polinice rivendica i suoi diritti attaccando la sua stessa patria. Sulla distopia di questa relazione familiare si consuma uno dei temi esposti dal dramma. A questo farà seguito la domanda se sia più importante il rispetto per l’amore fraterno o quello per le leggi cittadine – nella scena finale, essendo morti i due re di Tebe, un nuovo regnante subentra al potere, e vieta di concedere a Polinice gli onori della sepoltura (con una trovata scenografica che riconduce alla memoria i campi di prigionia più moderni), divieto contro cui Antigone (sorella di entrambi) si oppone, ammonendo “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”, nonostante i tentavi del popolo di dissuaderla -. L’osservanza delle regole è un tema su cui la tragedia firmata dalla regia di Marco Baliani insiste in più momenti. E lo stesso Eteocle, incitando i giovani a combattere per difendere la città, rimproverando Antigone perché teme lo scontro, per il suo palesare le sue paure dinnanzi al popolo e il suo voler appellarsi agli dei, le ricorda “l’obbedienza è la madre della felicità”.

Sono la paura, l’incertezza del futuro e le perplessità di fronte ai dittami imposti dall’alto, le sensazioni che più arrivano allo spettatore. Sorprendono gli artifici con cui queste stesse emozioni vengono veicolate. Perché il vero protagonista sembra essere il suono (le musiche sono di Mirto Baliani), che avvolge e circonda lo sguardo smarrito degli attori che avvertono le scorrerie dei nemici avvicinarsi. Quel suono che cambia, si fa ritmo tribale, per poi diventare un pianto ovattato di fronte alle lacrime versate per la morte dei due consanguinei. E gli attori, nonostante gli incidenti legati al mal funzionamento dei microfoni, accompagnano questo stesso suono durante l’intero spettacolo, standogli accanto, mimando sguardi che si rivolgono al di là della cavea. Il ritmo dei loro dialoghi è lento, sospeso fin tanto che la battaglia non inizia. Solo nello scontro evocato della guerra, cambia il registro. Il cambio d’abito, le movenze del combattimento, i fumi che avanzano dal campo danno una scossa alla vicenda. Gli odori ricreano gli ambienti di una città bruciata, di cui gli abiti dei combattenti caduti dipingono con i loro colori l’orrore della guerra e di ciò che ne viene dopo (ancora una volta la storia coeva ci viene in aiuto). Sullo sfondo troneggia la figura dell’imponente albero che si piega senza mai collassare del tutto, della natura a cui vuole affidarsi sin da principio la fragile e istintiva Antigone, impersonata da Anna Della Rosa, che si rivolge al suo popolo con un linguaggio volutamente materico.

Daniela Tralongo