Il mercato della politica e le sue marionette ne "I Cavalieri" di Solari

SIRACUSA - La serata di ieri è cominciata con le più alte aspettative da parte del pubblico, che con molto interesse ha seguito la messa in scena de "I Cavalieri" di Aristofane, in scena per la prima volta a Siracusa.

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La trama semplice della commedia lascia spazio a contaminazioni attuali, in termini di linguaggio e riferimenti a fatti e personaggi della contemporaneità. Aristofane, come ben sappiamo, è forse il più attuale dei commediografi ateniesi del V secolo. I personaggi ed i messaggi, non troppo velati, trasmessi dal suo teatro sembrano avere sempre una perfetta collocazione ai giorni nostri. Così è stato ache ieri sera , grazie anche alla regia di Solari e alla libera traduzione di Olimpia Imperio, i quali sono riusciti a portare sul palco del Teatro Greco di Siracusa il dibattito politico a viso aperto, dove sotterfugi ed inganni non sono nascosti da coltri di fumo, ma messi in atto alla luce del sole. 

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I Cavalieri, unici latori di saggezza, fanno da coro a sei grandi personaggi, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale in quella che si rivela essere una vera e propria lotta per il potere. In primo piano i due contendenti: Paflagone e il Salsicciaio, interpretati rispettivamente da un magistrale Gigio Alberti e da un applauditissimo Francesco Pannofino, il quale, nonostante l'emozione della prima e le difficoltà che un palco come quello di Siracusa implica, è riuscito a portare in scena un ruolo dal forte impatto sociale e politico. Accanto a loro Nicia e Demostene, ovvero Sergio Mancinelli e Giovanni Esposito, i servi che, stanchi delle angherie di Paflagone/Cleone, decidono di rivolgersi agli oracoli divini, scoprendo che l'unico modo per sconfiggere un politico è quello di metterlo a confronto con un altro politico, e per fare si che questo accada si avvalgono del favore dei Cavalieri, il cui compito sarà quello di convinvere Demo, personificazione del popolo ateniese. Antonio Catania (Demo) annoiato e stanco, accetta ed accoglie il cambiamento di rotta che da Paflagone porta al grasso, arrogante ed ignorante Salsicciaio, approfittando dell'immenso guadagno che ciò comporterebbe per sé. 
Sembra così che il popolo sia in balia degli eventi e delle lusinghe del travolgente mercato della politica, ma in un momento di lucida confidenza Demo rivela di essere consapevole degli squallidi giochi di potere e delle rovinose conseguenze alla quali si va incontro con l'elezione del Salsicciaio, ma ricorda anche che l'ultima parola spetta sempre al popolo, che ha il potere di sbarazzarsi della cattiva politica, qualora da questa non si riuscisse a ricavare più nulla. È il grottesco rovescio della medaglia, che porta all'attenzione di tutti l'oscura realtà della materia politica, ormai ridotta a semplice argomento da mercato. 

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Temi attuali ed imponenti questi, messi in risalto dalla semplicità della scenografia e dei costumi, ad unica eccezione dei Cavalieri, che con le loro maschere da burattini danzanti rappresentano il macchinoso sistema che sta dietro alle scelte politiche della città. Il tutto condito dalla ritmica dell'accompagnamento musicale, composto ed interpretato, dal Corifeo Roy Paci, che con la sua tromba ha finlamente riportato la musica dal vivo sulla scena. 
Nonostante qualche dimenticanza ed un intervento imprevisto proveniente dalla pàrodoi, possiamo affermare che la qualità migliore dello spettacolo messo in atto ieri è stata, sicuramente, quella di avere scosso gli animi e di aver stimolato il dibattito in un pubblico che, ormai troppo avvezzo alle dinamiche televisive e social del nostro "mercato politico", è stato ricondotto a una realtà nella quale le idee e le opinioni si esprimono con chiarezza hic et nunc.

Francesca Brancato
©riproduzione riservata
 

È in scena Eracle, l’eroe umano di Emma Dante

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Siracusa – La scena è allestita, gli ospiti prendono posto e inizia lo spettacolo. 

Siamo al 54° ciclo di rappresentazioni classiche, e di fronte ad un pubblico di 4000 persone, annunciati dai tamburi, fanno il loro ingresso gli attori in una passerella ordinata durante la quale svelano le proprie identità, non i volti. 

I personaggi dai lunghi capelli, infatti, non perdono tempo a restare “scoperti” ma subito procedono ad imporsi sulla scena come personaggi e non come persone/ individui. L’impostazione registica di Emma Dante è chiara sin dal principio: siamo di fronte ad una tragedia universale, che non fa differenze di genere, <<Ti comporti da donna>> ammonisce Teseo ad Eracle sul finale della tragedia per ricondurlo alla vita, nel momento in cui l’eroe è affranto dal dolore per aver procurato la morte dei suoi stessi cari e anela al suicidio; né di età, la sorte non fa sconti ai giovani, per quanta forza possano avere i loro sogni o i piani su di loro proiettati, perché saranno inermi come gli anziani tebani di fronte alle scelte che poteri più grandi avranno in serbo per loro. Dunque l’uomo/la donna si spogliano delle peculiarità individuali e si fanno immagine dell’essere umano nella sua globalità/essenzialità. Il dolore, lo sconforto, l’eccitazione, la gioia, il coraggio, lo smarrimento sono gli stati d’animo raccontati da ogni essere umano presente sulla scena, dallo schiavo all’eroe. Gli unici cambiamenti che è possibile riscontrare sono i registri assegnati ai singoli personaggi: Megara (una bravissima Naike Anna Silipo) si avvale di toni epici nei suoi canti di dolore e disperazione; Anfitrione (altrettanto lodevole Serena Barone) indossa i panni di un vecchio dalla cadenza sicula, reggendo su di sé con battute tragicomiche il ritmo di tutta l’azione; le perplessità sulla giustizia del volere di Era che manda Iris (Francesca Laviosa) ad instillare la follia in Eracle, facendogli uccidere i suoi figli e la moglie, dopo averli protetti dal suo ultimo nemico Lico (Patricia Zanco), che li voleva uccisi per usurpargli il trono di Tebe, si esplicano in un dialogo speculare originale e coinvolgente a suon di percussioni e ritmo dance tra la stessa Iris e Lyssa (Arianna Pozzoli); in ultimo Eracle (Mariagiulia Colace), l’eroe delle 12 fatiche che diventa estremamente fragile di fronte al dolore più profondo per la perdita dei propri familiari, si muove macchinoso per tutto il tempo esasperando a tratti la consapevolezza della sua forza senza limiti, del suo essere l’immagine perfetta dell’eroe precostituito per accasciarsi da semplice uomo e decidere di affrontare il suo dolore continuando a conviverci. 

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Il corpo come medium comunicativo è la costante di questo spettacolo riuscito, non scontato che fa riflettere senza commuovere, di fronte ad una scenografia (Carmine Maringola) ben studiata che trasforma l’altare di Zeus in una sorta di tenebroso muro del pianto, con quel tocco di colore ed emozione portato in scena dalle corone di fiori che si ergeranno sul finale a lutto accanto ai corpi dei morti. 

 

Daniela Tralongo

© riproduzione riservata

Debutto amaro dei "Sette contro Tebe"

Una guerra intestina. Di quelle che producono scompiglio, paura, dolore e smarrimento. Una guerra che ci ricorda le tante guerre a noi contemporanee. Questo è l’argomento della guerra di Eteocle(interpretato da Marco Foschi) e Polinice, la guerra dei Sette contro Tebe, la prima tragedia del 53° ciclo di rappresentazioni classiche, messa in scena oggi al Teatro Greco di Siracusa. Eschilo racconta la storia di una contesa fratricida, sfociata in una battaglia di riconquista della città di Tebe da parte di Polinice e di difesa della stessa patria da parte del fratello Eteocle, i due regnanti che ad anni alterni governavano la città ereditata dal padre Edipo.

I due arrivano allo scontro non appena l’accordo che avevano stabilito per esercitare il potere in città viene a mancare e Polinice rivendica i suoi diritti attaccando la sua stessa patria. Sulla distopia di questa relazione familiare si consuma uno dei temi esposti dal dramma. A questo farà seguito la domanda se sia più importante il rispetto per l’amore fraterno o quello per le leggi cittadine – nella scena finale, essendo morti i due re di Tebe, un nuovo regnante subentra al potere, e vieta di concedere a Polinice gli onori della sepoltura (con una trovata scenografica che riconduce alla memoria i campi di prigionia più moderni), divieto contro cui Antigone (sorella di entrambi) si oppone, ammonendo “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”, nonostante i tentavi del popolo di dissuaderla -. L’osservanza delle regole è un tema su cui la tragedia firmata dalla regia di Marco Baliani insiste in più momenti. E lo stesso Eteocle, incitando i giovani a combattere per difendere la città, rimproverando Antigone perché teme lo scontro, per il suo palesare le sue paure dinnanzi al popolo e il suo voler appellarsi agli dei, le ricorda “l’obbedienza è la madre della felicità”.

Sono la paura, l’incertezza del futuro e le perplessità di fronte ai dittami imposti dall’alto, le sensazioni che più arrivano allo spettatore. Sorprendono gli artifici con cui queste stesse emozioni vengono veicolate. Perché il vero protagonista sembra essere il suono (le musiche sono di Mirto Baliani), che avvolge e circonda lo sguardo smarrito degli attori che avvertono le scorrerie dei nemici avvicinarsi. Quel suono che cambia, si fa ritmo tribale, per poi diventare un pianto ovattato di fronte alle lacrime versate per la morte dei due consanguinei. E gli attori, nonostante gli incidenti legati al mal funzionamento dei microfoni, accompagnano questo stesso suono durante l’intero spettacolo, standogli accanto, mimando sguardi che si rivolgono al di là della cavea. Il ritmo dei loro dialoghi è lento, sospeso fin tanto che la battaglia non inizia. Solo nello scontro evocato della guerra, cambia il registro. Il cambio d’abito, le movenze del combattimento, i fumi che avanzano dal campo danno una scossa alla vicenda. Gli odori ricreano gli ambienti di una città bruciata, di cui gli abiti dei combattenti caduti dipingono con i loro colori l’orrore della guerra e di ciò che ne viene dopo (ancora una volta la storia coeva ci viene in aiuto). Sullo sfondo troneggia la figura dell’imponente albero che si piega senza mai collassare del tutto, della natura a cui vuole affidarsi sin da principio la fragile e istintiva Antigone, impersonata da Anna Della Rosa, che si rivolge al suo popolo con un linguaggio volutamente materico.

Daniela Tralongo