Applausi e qualche critica per la Carmen di Bizet al Maniace

Siracusa – è andata in scena la seconda replica della Carmen di Bizet (libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy), tratta dalla omonima novella di Prosper Mérimée (1845). 

Dopo la sua prima rappresentazione (Parigi, 1875), l’opera ha avuto un grande successo e le sue musiche sono ormai storia. 

La trama, suddivisa in quattro atti, è quella di una giovane gitana, Carmen che nella Spagna del 1830 è al centro dell’attenzione generale per le sue capacità ammaliatrici. A seguito di un suo presunto coinvolgimento in un episodio di accoltellamento tenutosi nella fabbrica in cui lavora, ritenuta responsabile viene imprigionata. Il suo legame con il soldato Don Josè, le garantisce la scarcerazione, e i due innamorati si mettono in fuga, fino a quando il loro rapporto diventa sempre più logoro. Quando Carmen è ormai vicina ad un nuovo amore, Josè non vorrà lasciarla andare e decide di ucciderla per “tenerla ancorata a sé”. 

Un evento tragico segna il finale dell’opera, in nome di un amore che si è fatto ossessione. 

Questo il motivo che ha condotto gli organizzatori a voler dedicare la serata alla giovane Giordana Di Stefano, uccisa a 20 anni dall’ex fidanzato con 48 coltellate. 

Commoventi le parole della madre, che salita sul palco, con forza e coraggio ha voluto sensibilizzare tutti a non dimenticare anche le 1500 donne vittime di femminicidio degli ultimi 15 anni. 

A fare gli onori di casa è stato l’ideatore e sovrintendente musicale di Mythos Opera Festival, il pianista siciliano Gianfranco Pappalardo Fiumara, seguito dai saluti del Presidente Avis Sebastiano Moncada, avendo Avis patrocinato la manifestazione, poi del regista Enrico Stinchelli e dell’Assessore alla cultura Francesco Italia, entusiasta di poter ospitare la rassegna in un anno così particolare per Siracusa. 

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E in merito a questo non possiamo non manifestare anche noi il nostro apprezzamento per lo sforzo e la voglia di offrire una grande opportunità alla città di Siracusa e non solo (il festival si svolge anche all’Antico Teatro di Taormina) per questa iniziativa. E sembriamo non essere i soli a farlo. Nonostante le alte temperature e la vasta offerta culturale di questi ultimi mesi, infatti, l’area di Piazza d’armi del Castello Maniace ospitava un nutrito numero di spettatori, confermando l’interesse della comunità. 

La scena dai contorni lineari ed essenziali consentiva allo spettatore di rivolgere l’attenzione esclusivamente sui personaggi (Carmen era il mezzosoprano Federica Carnevale, don Josè era interpretato da Roberto Cresca, poi Micaëla era il soprano Elena Bakanova, e Sergey Murtazin vestiva i panni di Escamillo), che hanno saputo ammaliare il pubblico nonostante le barriere linguistiche. Perché questo è stato un elemento un po’ critico dello spettacolo, che essendo interamente in lingua originale non consentiva agli astanti di seguire con più coinvolgimento e consapevolezza le scene né tramite sopratitoli, né tramite presenza di libretto. 

La location probabilmente non è neanche stata d’aiuto, non favorendo in maniera ottimale né la diffusione del suono né consentendo una visuale completa a ciascun spettatore, forse a causa di una distanza limitata tra palcoscenico e platea. 

Questo il rammarico più grande che si evince a fine serata, dopo aver assistito ad uno spettacolo di alto livello, per cui una menzione particolare va fatta all’orchestra Filarmonica di Catania, diretta dal Maestro Mirco Roverelli e il Coro Lirico Siciliano. Senza dimenticare i costumi realizzati dall’artista Lele Luzzati e forniti dalla Fondazine Cerratelli di Pisa in occasione del decennale dalla sua scomparsa e le coreografie di Alessandra Scalambrino. 

Daniela Tralongo

 

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Il Prometeo di Alessandro Preziosi a Siracusa

Giovedi scorso, in una tipica sera d’estate, sotto un cielo stellato, con una leggera e piacevole brezza marina e sullo sfondo l’incantevole castello Maniace,  è andato in scena lo spettacolo “Prometeo”, un monologo interpretato dall’attore Alessandro Preziosi che, dopo più di 15 anni, ha fatto il suo ritorno nella città aretusea, rivestendo i panni della tragicità greca, tanto cara alla nostra tradizione. 

Lo spettacolo era incentrato sulla figura di Prometeo, il titano che tanto amò gli uomini, al punto da subire l’agonia eterna: Esiodo ci racconta che Prometeo, contemplando la condizione misera dell’uomo, volle sottrarre dal fuoco divino una piccola scintilla e donarla agli uomini; Zeus, infuriato, lo punì incatenandolo tra le rupi del Caucaso, e il titano fu costretto inoltre a vedere un’aquila divorare il suo fegato che perennemente si rigenerava, offrendo eterno pasto a quel rapace ingordo.

Nel monologo si intrecciavano brevi passi tratti dalle varie interpretazioni della figura titanica ( Eschilo, Byron, Goethe ) e passi biblici (Adamo ed Eva, San Paolo), il tutto impreziosito da una musica magistralmente composta ed eseguita da Paky Di Maio. È stato interessante il connubio tra le tradizioni greca e cristiana, facendo notare le notevoli assonanze e la simile sorte che subisce chi osa andare contro la volontà di dio. Il Prometeo greco, come gli Adamo ed Eva cristiani, voleva rendere partecipi gli uomini di ciò che più li avvicina a dio: la conoscenza. Essa però, messa in mano a tutti, rischia di diventare un pericolo se utilizzata in modo negativo. È questa la colpa di Prometeo: l’aver visto nell’umanità solo il buono, perchè esistono il Bene e il Male, il giusto e l’ingiusto, e Prometeo ha peccato di ingenuità.

Quello che è stato messo in scena è stato un Prometeo “umanizzato”, che si interroga e si racconta come farebbe ognuno di noi davanti a se stesso: cosa è Bene e cosa è Male, perché si sbaglia e da che punto di vista ciò che si fa è sbagliato, fino al culmine della rabbia e alla voglia di vendetta per una punizione considerata ingiusta. La sensazione era quella di assistere ad una rappresentazione musicale: Preziosi si è esibito alla stregua di un cantante, con voce intonata, intonata, sempre ben dosata, accompagnata da un sottofondo musicale quanto mai appropriato, quasi come se indossasse un vestito diverso per ogni versione del personaggio. 

Sebbene non la presenza di pubblico non sia stata quella delle grandi occasioni, su circa mille sedute totali più della metà dei posti disponibili erano vuoti,  gli spettatori ascoltavano in religioso silenzio, come rapiti dalle parole e dai suoni. Un’atmosfera magica, quella del castello Maniace, ha favorito l’empatia del pubblico con la rappresentazione. 

Martina Mangiafico

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