"Anime Migranti": Ovadia e Incudine incantano Siracusa

In un Teatro Massimo di Siracusa gremito e febbricitante si è svolto lo spettacolo teatrale "Anime migranti" con protagonisti Moni Ovadia, Mario Incudine, Annalisa Canfora e una meravigliosa piccola orchestra ad accompagnarli, all'interno del festival Sabir. Lo spettacolo è in sé una profonda riflessione sulla memoria. In questi tempi dove in Italia predomina il dibattito sull'emigrazione e sull'accoglienza Ovadia e Incudine spostano il focus della riflessione sul tema della memoria. Lo spettacolo si snoda fra interpretazioni e canzoni che raccontano la storia degli emigranti siciliani, chi partiva con la nave per l'America, chi andava verso la Germania a lavorare nelle miniere di carbone, chi semplicemente partiva per trovare fortuna altrove, testi e canzoni che si interrogano e rispondono su cosa sia l'anima della Sicilia. Accorata e profonda la riflessione sull'anima dei siciliani che una volta emigrati, come insegna Verga, non possono far altro che continuare a guardare alla propria terra, la Sicilia, con una maliconia che si portano negli occhi e nel cuore in ogni istante di permanenza in altro Paese. Chi nasce in Sicilia se parte poi torna o sogna per tutta una vita di ritornarci.

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Statuario e composto Ovadia dona a chi lo guarda una sottile forma di certezza. I suoi movimenti e i giochi che effettua con la voce sembrano in ogni istante tranquillizzare il pubblico, donargli un'intriseca forza che si tramuta facilmente in coraggio, il coraggio di ascoltare con attenzione parole che non siamo soliti sentire nei massmedia. "Clandestino è chi ha perso la memoria!", tuona Ovadia quasi a fine spettacolo ed è lì che una corazza mi è sembrato si formasse nelle pareti esterne del mio cuore, come se avessi avuto da quel momento la certezza di aver compreso a fondo il senso di quel termine.

Mario Incudine è un fenomeno. Lo dice Moni Ovadia agli applausi, lo sento ogni volta che lo sto ad ascoltare. Quando canta la sua voce e i suoi testi disegnano parabole precise nell'aria ed arrivano dirette e chiare a chi ascolta. Le canzoni narrano storie di emigranti siciliani, cantano l'amore e l'odio per questa "amara terra, amara e bella", s'intrecciano con gusto e organizzazione ai testi interpretati da Ovadia, ma dove Incudine supera se stesso e s'incastona per sempre nei miei ricordi e sono sicuro anche in quelli del pubblico che mi circonda, è quando esegue il cunto. I cunti siciliani, sono un'antica tecnica dei cantastorie che tramandavano oralmente le vicende più importanti della storia della Sicilia e sentire Mario Incudine eseguirle stimola, a mio giudizio, sentimenti e sensazioni ataviche nell'animo di qualsiasi siciliano. Si muove qualcosa dentro di me che comprendo vada ben oltre le mie conoscenze e il mio modo di percepire quotidianamente la realtà. Come un'eredità, una memoria storica che il mio ipotalamo libera non appena viene stimolata dalla vibrante ed insensa voce di Mario Incudine e quando osservo i suoi movimenti, capisco che comprendere tutte quelle parole lanciate a velocità supersonica dalla sua bocca non serve. Sento che dentro di me si muove qualcosa di più profondo dell'apprezzamento dell'immensa tecnica di Incudine, io amo l'arte per questo.

A onor del vero, ho trovato eccelsi anche i musicisti con cui Incudine e Ovadia trovano un collegamento espressivo che percepisco vada al di là dell'esecuzione, gli sguardi e i sorrisi che si scambiano durante lo spettacolo. Intensa, diligente e azzeccatissima anche Annalisa Canfora che incrementa il valore artistico di questa piéce con le note e il cuore di una donna senza la quale sarebbe stato come un puzzle a cui mancano diversi pezzi per completarsi. Meravigliose le immagini che passano alle spalle ed accanto ai protagonisti sul palco, splendiamente orchestrate in un gioco di proiezioni ben delineato ed armonico, un mapping inclusivo e mai invasivo che s'armonizza alla perfezione con la linearità della scena. Luci, musica, interpretazioni, immagini, tutto al servizio della riflessione, senza appesantirsi, con agilità e classe. Onore e gioia al merito. Da vedere.

Massimo Tuccitto

Debutto amaro dei "Sette contro Tebe"

Una guerra intestina. Di quelle che producono scompiglio, paura, dolore e smarrimento. Una guerra che ci ricorda le tante guerre a noi contemporanee. Questo è l’argomento della guerra di Eteocle(interpretato da Marco Foschi) e Polinice, la guerra dei Sette contro Tebe, la prima tragedia del 53° ciclo di rappresentazioni classiche, messa in scena oggi al Teatro Greco di Siracusa. Eschilo racconta la storia di una contesa fratricida, sfociata in una battaglia di riconquista della città di Tebe da parte di Polinice e di difesa della stessa patria da parte del fratello Eteocle, i due regnanti che ad anni alterni governavano la città ereditata dal padre Edipo.

I due arrivano allo scontro non appena l’accordo che avevano stabilito per esercitare il potere in città viene a mancare e Polinice rivendica i suoi diritti attaccando la sua stessa patria. Sulla distopia di questa relazione familiare si consuma uno dei temi esposti dal dramma. A questo farà seguito la domanda se sia più importante il rispetto per l’amore fraterno o quello per le leggi cittadine – nella scena finale, essendo morti i due re di Tebe, un nuovo regnante subentra al potere, e vieta di concedere a Polinice gli onori della sepoltura (con una trovata scenografica che riconduce alla memoria i campi di prigionia più moderni), divieto contro cui Antigone (sorella di entrambi) si oppone, ammonendo “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”, nonostante i tentavi del popolo di dissuaderla -. L’osservanza delle regole è un tema su cui la tragedia firmata dalla regia di Marco Baliani insiste in più momenti. E lo stesso Eteocle, incitando i giovani a combattere per difendere la città, rimproverando Antigone perché teme lo scontro, per il suo palesare le sue paure dinnanzi al popolo e il suo voler appellarsi agli dei, le ricorda “l’obbedienza è la madre della felicità”.

Sono la paura, l’incertezza del futuro e le perplessità di fronte ai dittami imposti dall’alto, le sensazioni che più arrivano allo spettatore. Sorprendono gli artifici con cui queste stesse emozioni vengono veicolate. Perché il vero protagonista sembra essere il suono (le musiche sono di Mirto Baliani), che avvolge e circonda lo sguardo smarrito degli attori che avvertono le scorrerie dei nemici avvicinarsi. Quel suono che cambia, si fa ritmo tribale, per poi diventare un pianto ovattato di fronte alle lacrime versate per la morte dei due consanguinei. E gli attori, nonostante gli incidenti legati al mal funzionamento dei microfoni, accompagnano questo stesso suono durante l’intero spettacolo, standogli accanto, mimando sguardi che si rivolgono al di là della cavea. Il ritmo dei loro dialoghi è lento, sospeso fin tanto che la battaglia non inizia. Solo nello scontro evocato della guerra, cambia il registro. Il cambio d’abito, le movenze del combattimento, i fumi che avanzano dal campo danno una scossa alla vicenda. Gli odori ricreano gli ambienti di una città bruciata, di cui gli abiti dei combattenti caduti dipingono con i loro colori l’orrore della guerra e di ciò che ne viene dopo (ancora una volta la storia coeva ci viene in aiuto). Sullo sfondo troneggia la figura dell’imponente albero che si piega senza mai collassare del tutto, della natura a cui vuole affidarsi sin da principio la fragile e istintiva Antigone, impersonata da Anna Della Rosa, che si rivolge al suo popolo con un linguaggio volutamente materico.

Daniela Tralongo

Il mito a Catania, Jesus Christ Superstar

Catania – Sono le 17:40 quando si chiudono le porte dietro le sedie rosse e si spengono le luci. La chitarra inizia a suonare, accompagnando la voce graffiante che presenta la scena. È Giuda (bravissimo Feysal Bonciani). Da lì la crew anni ’70 si fa largo. Sono passati 46 anni dalla prima rappresentazione teatrale del musical Jesus Christ Sueperstar a Broadway, nel lontano 1971, comportando per questa prima versione 720 recite per 18 mesi con Ben Vereen e Bob Bingham, Samuel E. Wright, Anita Morris, Carl Anderson, Ian Gillan e Ted Neeley nelle repliche. Oggi il musical è ormai storia ed è tornato a far visita ai teatri europei da fine 2016, con un tour che ha toccato l’Olanda, il Belgio e in ultimo l’Italia. Diretto dal regista Massimo Romeo Piparo, per la produzione di Peep Arrow Entertainment, lo spettacolo messo in scena al Metropolitan di Catania dal 23 al 26 Marzo, è un successo (con grandissimo merito –ndr). La storia è nota, i costumi rispettano le aspettative fino ad esplodere in un vero e proprio scintillio di colori che lasciano stupefatti. L’impostazione pensata da Piparo funziona in tutte le componenti: l’orchestra dal vivo esegue con toni gravi e poi ascendenti le fasi della vita del Messia che vengono raccontate, partecipando alla costruzione e rendendo massimo il coinvolgimento del pubblico nella sofferenza dell’uomo che si sacrifica per il suo popolo e l’umanità tutta. Il mito costruito da Webber e Rice è sempre attuale per la forza della sua ragion d’essere: le dinamiche tra il popolo e chi lo governa. Ciò che viene portato sul palco è l’intramontabile senso di angoscia per un’umanità che in ogni epoca elegge i propri messia per poi mandarli al martirio. E si continua a morire perché altrove, in questa terra è deciso così. Il cast si muove con fluidità e professionalità tra gli ambienti scenografici in continuo cambiamento, che si caratterizzano per la sintesi delle nuove tecnologie in accordo con i passi dei Vangeli che arricchiscono il racconto e commentano la scena in atto, tra i dialoghi cantati in inglese. Se il rispetto della figura divina viene mantenuto nella sua staticità, emoziona la resa mimica di uno straordinario Ted Neeley, il Cristo originario del film del 1973. E con estremo piacere osserviamo la presenza nel cast di numerosi siciliani, tra cui Simona Di Stefano, straordinaria Maddalena a cui il pubblico non ha fatto mancare lunghissimi applausi ed una standing ovation.

Daniela Tralongo

“Lo Schiaccianoci” – Una fiaba per bambini che conquista il cuore dei grandi

Il Teatro Bellini di Catania è di per sè un luogo stupendo, luminoso, che trasmette un senso di imponenza e di splendore artistico senza pari, lasciando percepire che da quel palco e da quelle mura è passata la storia della musica classica e del teatro internazionale. Sito al centro della città, il Teatro Bellini dispone di un’orchestra di 105 e un coro di 84 elementi e la sua sala è stata definita la migliore al mondo per l’acustica. Nel 1986 diviene Ente Autonomo Regionale e tra il 2002 ed il 2007 l’Ente diventa Fondazione. Sul suo palco sono state proposte, in prima mondiale, opere del calibro di “Norma” di Vincenzo Bellini o di “Kean” di Mario Zafred e si sono esibite personalità della musica e del teatro quali Vittorio Gassman e Maria Callas. Martedì 21 Febbraio, ho partecipato anche io alla storia di questo luogo insieme ad una buona fetta di pubblico catanese (per lo più adulto e alcuni bambini), alla rappresentazione di uno dei balletti più fiabeschi ed emozionanti mai ideati: “Lo Schiaccianoci”. Tratto da un racconto scritto da E.T.A. Hoffmann, e dal rimaneggiamento che ne fece Alexandre Dumas, il balletto è stato portato in scena con le musiche di Petr Il’ic Cajkovskij e le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. È una delle fiabe più belle mai scritte, ambientata durante la vigilia di Natale. Protagonisti sono Fritz e Clara, due fratelli, ed il Dottor Drosselmeier, amico della loro famiglia, il quale dona a Maria uno schiaccianoci, con le sembianze di un soldato, consigliando alla bambina di averne molta cura perché quello non è un giocattolo come gli altri. Durante la festa Fritz danneggia lo schiaccianoci e Maria, per non perdere di vista il suo nuovo giocattolo si addormenta con esso. Scocca la mezzanotte, la casa sembra essere caduta in un sonno profondo, quando nel salone dove si trova l’enorme albero di natale, fa la sua comparsa il Re dei Topi, intenzionato a distruggere i doni di natale e lo Schiaccianoci. Questo, insieme ai soldatini di piombo di Fritz, partecipa ad una terribile battaglia, nella quale il Re dei Topi viene ucciso e dalla quale lui esce ferito. Maria per salvare il suo amico, lo conduce nel regno dei giocattoli, un luogo incantato che sembra provenire da un sogno, dove incontra tutte le sue bambole, che hanno preso improvvisamente vita, e dove si renderà conto di essersi innamorata del suo amico Schiaccianoci. La storia si conclude la mattina di Natale, quando il Dottor Drosselmeier sveglia Maria dal suo lungo sonno, chiedendole se lo Schiaccianoci si fosse rimesso dopo il terribile scontro con il Re dei Topi. Maria sbalordita domanda a Drosselmeier come sia venuto a conoscenza delle sue avventure e lui le ricorda che sapeva che quello era un giocattolo magico e speciale, capace di prendere vita nei sogni della sua giovane amica. A raccontarla così sembrerebbe una semplice fiaba per bambini, ricca di magia ed avventure, ma quello di ieri pomeriggio è stato uno spettacolo pieno di fascino, di colori e meravigliose scenografie di Olena Gavdzinskaya e degli splendidi costumi di Nadya Shvets sia per adulti che per piccoli. Sebbene il Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa non sia stato impeccabile nella performance, questo non ha impedito al pubblico di apprezzare l’intero spettacolo. Ad ogni modo, i protagonisti indiscussi sono stati l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta per l’occasione dal maestro Boris Bloch e le due coppie di primi ballerini Maria Polyudova e Vladimir Statnyy, Elena Yelizarova e Andrii Pisariev. Gli applausi più scroscianti sono stati certamente per loro. Complimenti quindi al regista, all’orchestra, ai ballerini e alla direzione del Bellini per questo pomeriggio di sogni e avventure.

Francesca Brancato

Oscar Wilde ancora attuale. L’importanza della sua “onestà” al Teatro Sipario Blu di Catania.

Iniziamo dal principio. È il 1985 la prima volta che The importance of being Ernest va in scena a teatro a Londra. E il pubblico lo accoglie con entusiasmo. Negli anni a seguire questa è stata una delle commedie più rappresentate di Oscar Wilde in tutto il mondo. Sabato 18 e Domenica 19 Febbraio, l’Associazione Culturale Pensieri Riflessi ne ha proposto la propria versione al Teatro Sipario Blu di Catania. La storia è cosa nota, siamo nell’Inghilterra vittoriana, nella Londra aristocratica. Ad occupare la scena i protagonisti, Jack Worthing ed Algernon Moncrieff. Mr Worthing (nel cui nome si nasconde il primo gioco semantico, worth significa infatti “valore”) conduce una doppia vita, una in campagna in cui è un serio tutore di una giovine, Miss Cecily, e l’altra in città, in cui si finge Ernest (nome che ha affibbiato anche al fratello immaginario, motivo fittizio delle sue continue trasferte in città e punto nodale dell’intero intreccio tematico,in inglese rimanda al concetto di “onesto”, oltre ad essere nome proprio) e si dedica ad una vita di piaceri. Insieme a lui, l’amico Algernon prosegue una vita con altrettante scappatoie e bugie che lo conducono a dissipare le sue economie in atti di “bamburismo”. Tutto procede con regolarità, fino a quando sono costretti a rilevare ciascuno le proprie vere identità per riuscire a sposare le donne amate. In un perfetto gioco di scambi, nell’ultimo atto si verranno a sapere le vere origini di Jack, presentato al pubblico come un orfano e invece reale fratello di Algernon, a causa di un errore della governante che aveva perso il bambino appena nato. La trama, così come l’effetto comico, si ergono sugli scambi di battuta più che su cambiamenti scenografici o di azione. E al Teatro Sipario Blu questo si percepiva. Gli attori (Davide Marchese, Andrea Piccione, Maria Grazia Cavallaro, Flavia Angioni, Rossella Sorge, Paola Marchese, Alberto Pulvirenti, Alessandro Caruso, Giulia Maria Lolicato), seppur con qualche lievissima imperfezione, hanno rispettato appieno lo stile della commedia, riuscendo ad impersonare dialoghi a tratti paradossali restando imperturbabili e acuendo così l’effetto di risa. La regia pulita e ordinata della stessa Paola Marchese ha funzionato benissimo dal primo all’ultimo atto, così come le scenografie e i costumi scelti ad hoc hanno ricreato l’impressione delle mode e dei luoghi narrati. Wilde, che si era ispirato al modello delle well-made plays famose in Francia e in Inghilterra, ha scritto un testo in funzione dei dialoghi la cui genialità risiedeva proprio nel loro essere arguti, superficiali e brillanti allo stesso momento, con cui poter mettere in ridicolo gli aspetti più frivoli della società vittoriana che si muoveva nel rispetto delle apparenze. Ed oggi, non possiamo dire che sia cambiato poi molto da quel modello di società. Il pubblico che ha riempito letteralmente la sala, ha apprezzato la bizzarria di certe situazioni e riflessioni, ridendo con esse e non sentendole estranee.
Alla compagnia Pensieri Riflessi vanno i nostri applausi.

Daniela Tralongo