Il mito a Catania, Jesus Christ Superstar

Catania – Sono le 17:40 quando si chiudono le porte dietro le sedie rosse e si spengono le luci. La chitarra inizia a suonare, accompagnando la voce graffiante che presenta la scena. È Giuda (bravissimo Feysal Bonciani). Da lì la crew anni ’70 si fa largo. Sono passati 46 anni dalla prima rappresentazione teatrale del musical Jesus Christ Sueperstar a Broadway, nel lontano 1971, comportando per questa prima versione 720 recite per 18 mesi con Ben Vereen e Bob Bingham, Samuel E. Wright, Anita Morris, Carl Anderson, Ian Gillan e Ted Neeley nelle repliche. Oggi il musical è ormai storia ed è tornato a far visita ai teatri europei da fine 2016, con un tour che ha toccato l’Olanda, il Belgio e in ultimo l’Italia. Diretto dal regista Massimo Romeo Piparo, per la produzione di Peep Arrow Entertainment, lo spettacolo messo in scena al Metropolitan di Catania dal 23 al 26 Marzo, è un successo (con grandissimo merito –ndr). La storia è nota, i costumi rispettano le aspettative fino ad esplodere in un vero e proprio scintillio di colori che lasciano stupefatti. L’impostazione pensata da Piparo funziona in tutte le componenti: l’orchestra dal vivo esegue con toni gravi e poi ascendenti le fasi della vita del Messia che vengono raccontate, partecipando alla costruzione e rendendo massimo il coinvolgimento del pubblico nella sofferenza dell’uomo che si sacrifica per il suo popolo e l’umanità tutta. Il mito costruito da Webber e Rice è sempre attuale per la forza della sua ragion d’essere: le dinamiche tra il popolo e chi lo governa. Ciò che viene portato sul palco è l’intramontabile senso di angoscia per un’umanità che in ogni epoca elegge i propri messia per poi mandarli al martirio. E si continua a morire perché altrove, in questa terra è deciso così. Il cast si muove con fluidità e professionalità tra gli ambienti scenografici in continuo cambiamento, che si caratterizzano per la sintesi delle nuove tecnologie in accordo con i passi dei Vangeli che arricchiscono il racconto e commentano la scena in atto, tra i dialoghi cantati in inglese. Se il rispetto della figura divina viene mantenuto nella sua staticità, emoziona la resa mimica di uno straordinario Ted Neeley, il Cristo originario del film del 1973. E con estremo piacere osserviamo la presenza nel cast di numerosi siciliani, tra cui Simona Di Stefano, straordinaria Maddalena a cui il pubblico non ha fatto mancare lunghissimi applausi ed una standing ovation.

Daniela Tralongo

"I Malavoglia" di Enrico Guarneri al Teatro di Noto

Nel 1881 viene pubblicato a Milano presso l’editore Treves uno dei romanzi più conosciuti dello scrittore siciliano Giovanni Verga: “I Malavoglia”. Una storia che affonda le proprie radici nella Sicilia ottocentesca, nella povertà, nella discriminazione sociale e nel valore della famiglia intesa sia in positivo che in negativo. E’ proprio all’interno di questa fitta trama che si svolge l’opera portata in scena da Enrico Guarneri insieme con Ileana Rigano, Rosario Minardi e diretta dalla regia di Guglielmo Ferro. 

L’apertura del sipario lascia la vista alla scenografia ideata da Salvo Manciagli, un allestimento curato nei dettagli che si adatta a rappresentare più luoghi, come la “Casa del nespolo” o la “Provvidenza”, sfruttando l’ escamotage della vela, e che vede come elemento principe il legno, simbolo inequivocabile di una quotidianità vissuta a pieno contatto con l’ambiente. La scena si apre con i componenti della famiglia Toscano di Acitrezza, la cui ’njuria (soprannome) per antifrasi è appunto i “Malavoglia”, raccolti intorno a Padre N’toni, personaggio cardine del romanzo interpretato magistralmente da Enrico Guarneri che ha saputo sviscerare la reale sofferenza di un uomo che vive inerme il proprio dramma familiare, cercando in tutti i modi di porvi rimedio senza purtroppo riuscirci. 

Gli attori con grande sforzo e bravura hanno lasciato trasparire il vero dolore vissuto da una famiglia in quelle condizioni, la disperazione di una moglie come Maruzza, interpretata con grande realismo da Ileana Rigano, che perde il marito in mare ed un figlio in guerra, o l’esigenza di N’toni, di andare via per cambiare la propria vita e quella dei suoi familiari, portato in scena in modo travolgente da Rosario Minardi.

Una così sofferta e realistica esecuzione del romanzo accompagnata dalle musiche di Massimiliano Pace ha senza dubbio creato un’empatia con il pubblico che ha apprezzato la messa in scena degli attori, senza distrarre mai gli occhi dal palco e premiandoli a fine spettacolo con un lungo applauso.

Non possiamo non notare una similitudine di costumi che ancora caratterizzano la nostra società con quella del nostro Verga: uomini, donne e bambini che con dignità lottano contro la povertà, contro i dissapori di una società che discrimina il più debole solo perché incapace di far fronte alle spese della vita, contro l’insana tradizione di chi giudica senza conoscere, contro chi insomma non sa e crede di sapere.

Enrico Guarneri ha sottolineato con la sua interpretazione l’onestà di chi ha voglia di riscattare la propria vita, non abbassando mai la testa anche di fronte le disgrazie, andando contro se stessi se vi è bisogno, e cercando di combattere per un obbiettivo comune, il bene della propria famiglia.

Una rappresentazione che fa riflettere e che lascia molti punti interrogativi su cosa sia veramente importante e cosa no, su cosa sia necessario ad un uomo e di cosa egli abbia realmente bisogno per sopravvivere, i soldi o la felicità di chi gli è più vicino.

Ottime le interpretazioni anche degli altri personaggi (Mena - Francesca Ferro, Donna Grazia - Vitalba Andrea, Bastianazzo / Avvocato Scipioni / Rocco Spatu - Rosario Marco Amato, Agostino Piedipapera - Vincenzo Volo, Mastro Turi / Don Michele - Mario Opinato, Zio Crocifisso - Pietro Barbaro, Lia - Nadia de Luca, Nunziata - Verdiana Barbagallo, Alfio Mosca - Giovanni Arezzo, Don Gianmaria - Francesco Abela, Alessi bambino - Gianmaria Aprile, Luca - Gianni Sinatra) che nell’insieme hanno dato l’impressione di essere un gruppo artisticamente affiatato e professionale.

Un ringraziamento particolare ad Enrico Guarneri che a fine serata, nonostante fosse provato dopo la faticosa interpretazione ci ha generosamente permesso di dialogare con lui, consentendoci di ascoltare da vicino le parole di chi fa e vive il teatro con professionalità ed emozione.

Antonino Lombardo

 

“Lo Schiaccianoci” – Una fiaba per bambini che conquista il cuore dei grandi

Il Teatro Bellini di Catania è di per sè un luogo stupendo, luminoso, che trasmette un senso di imponenza e di splendore artistico senza pari, lasciando percepire che da quel palco e da quelle mura è passata la storia della musica classica e del teatro internazionale. Sito al centro della città, il Teatro Bellini dispone di un’orchestra di 105 e un coro di 84 elementi e la sua sala è stata definita la migliore al mondo per l’acustica. Nel 1986 diviene Ente Autonomo Regionale e tra il 2002 ed il 2007 l’Ente diventa Fondazione. Sul suo palco sono state proposte, in prima mondiale, opere del calibro di “Norma” di Vincenzo Bellini o di “Kean” di Mario Zafred e si sono esibite personalità della musica e del teatro quali Vittorio Gassman e Maria Callas. Martedì 21 Febbraio, ho partecipato anche io alla storia di questo luogo insieme ad una buona fetta di pubblico catanese (per lo più adulto e alcuni bambini), alla rappresentazione di uno dei balletti più fiabeschi ed emozionanti mai ideati: “Lo Schiaccianoci”. Tratto da un racconto scritto da E.T.A. Hoffmann, e dal rimaneggiamento che ne fece Alexandre Dumas, il balletto è stato portato in scena con le musiche di Petr Il’ic Cajkovskij e le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. È una delle fiabe più belle mai scritte, ambientata durante la vigilia di Natale. Protagonisti sono Fritz e Clara, due fratelli, ed il Dottor Drosselmeier, amico della loro famiglia, il quale dona a Maria uno schiaccianoci, con le sembianze di un soldato, consigliando alla bambina di averne molta cura perché quello non è un giocattolo come gli altri. Durante la festa Fritz danneggia lo schiaccianoci e Maria, per non perdere di vista il suo nuovo giocattolo si addormenta con esso. Scocca la mezzanotte, la casa sembra essere caduta in un sonno profondo, quando nel salone dove si trova l’enorme albero di natale, fa la sua comparsa il Re dei Topi, intenzionato a distruggere i doni di natale e lo Schiaccianoci. Questo, insieme ai soldatini di piombo di Fritz, partecipa ad una terribile battaglia, nella quale il Re dei Topi viene ucciso e dalla quale lui esce ferito. Maria per salvare il suo amico, lo conduce nel regno dei giocattoli, un luogo incantato che sembra provenire da un sogno, dove incontra tutte le sue bambole, che hanno preso improvvisamente vita, e dove si renderà conto di essersi innamorata del suo amico Schiaccianoci. La storia si conclude la mattina di Natale, quando il Dottor Drosselmeier sveglia Maria dal suo lungo sonno, chiedendole se lo Schiaccianoci si fosse rimesso dopo il terribile scontro con il Re dei Topi. Maria sbalordita domanda a Drosselmeier come sia venuto a conoscenza delle sue avventure e lui le ricorda che sapeva che quello era un giocattolo magico e speciale, capace di prendere vita nei sogni della sua giovane amica. A raccontarla così sembrerebbe una semplice fiaba per bambini, ricca di magia ed avventure, ma quello di ieri pomeriggio è stato uno spettacolo pieno di fascino, di colori e meravigliose scenografie di Olena Gavdzinskaya e degli splendidi costumi di Nadya Shvets sia per adulti che per piccoli. Sebbene il Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa non sia stato impeccabile nella performance, questo non ha impedito al pubblico di apprezzare l’intero spettacolo. Ad ogni modo, i protagonisti indiscussi sono stati l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta per l’occasione dal maestro Boris Bloch e le due coppie di primi ballerini Maria Polyudova e Vladimir Statnyy, Elena Yelizarova e Andrii Pisariev. Gli applausi più scroscianti sono stati certamente per loro. Complimenti quindi al regista, all’orchestra, ai ballerini e alla direzione del Bellini per questo pomeriggio di sogni e avventure.

Francesca Brancato

Oscar Wilde ancora attuale. L’importanza della sua “onestà” al Teatro Sipario Blu di Catania.

Iniziamo dal principio. È il 1985 la prima volta che The importance of being Ernest va in scena a teatro a Londra. E il pubblico lo accoglie con entusiasmo. Negli anni a seguire questa è stata una delle commedie più rappresentate di Oscar Wilde in tutto il mondo. Sabato 18 e Domenica 19 Febbraio, l’Associazione Culturale Pensieri Riflessi ne ha proposto la propria versione al Teatro Sipario Blu di Catania. La storia è cosa nota, siamo nell’Inghilterra vittoriana, nella Londra aristocratica. Ad occupare la scena i protagonisti, Jack Worthing ed Algernon Moncrieff. Mr Worthing (nel cui nome si nasconde il primo gioco semantico, worth significa infatti “valore”) conduce una doppia vita, una in campagna in cui è un serio tutore di una giovine, Miss Cecily, e l’altra in città, in cui si finge Ernest (nome che ha affibbiato anche al fratello immaginario, motivo fittizio delle sue continue trasferte in città e punto nodale dell’intero intreccio tematico,in inglese rimanda al concetto di “onesto”, oltre ad essere nome proprio) e si dedica ad una vita di piaceri. Insieme a lui, l’amico Algernon prosegue una vita con altrettante scappatoie e bugie che lo conducono a dissipare le sue economie in atti di “bamburismo”. Tutto procede con regolarità, fino a quando sono costretti a rilevare ciascuno le proprie vere identità per riuscire a sposare le donne amate. In un perfetto gioco di scambi, nell’ultimo atto si verranno a sapere le vere origini di Jack, presentato al pubblico come un orfano e invece reale fratello di Algernon, a causa di un errore della governante che aveva perso il bambino appena nato. La trama, così come l’effetto comico, si ergono sugli scambi di battuta più che su cambiamenti scenografici o di azione. E al Teatro Sipario Blu questo si percepiva. Gli attori (Davide Marchese, Andrea Piccione, Maria Grazia Cavallaro, Flavia Angioni, Rossella Sorge, Paola Marchese, Alberto Pulvirenti, Alessandro Caruso, Giulia Maria Lolicato), seppur con qualche lievissima imperfezione, hanno rispettato appieno lo stile della commedia, riuscendo ad impersonare dialoghi a tratti paradossali restando imperturbabili e acuendo così l’effetto di risa. La regia pulita e ordinata della stessa Paola Marchese ha funzionato benissimo dal primo all’ultimo atto, così come le scenografie e i costumi scelti ad hoc hanno ricreato l’impressione delle mode e dei luoghi narrati. Wilde, che si era ispirato al modello delle well-made plays famose in Francia e in Inghilterra, ha scritto un testo in funzione dei dialoghi la cui genialità risiedeva proprio nel loro essere arguti, superficiali e brillanti allo stesso momento, con cui poter mettere in ridicolo gli aspetti più frivoli della società vittoriana che si muoveva nel rispetto delle apparenze. Ed oggi, non possiamo dire che sia cambiato poi molto da quel modello di società. Il pubblico che ha riempito letteralmente la sala, ha apprezzato la bizzarria di certe situazioni e riflessioni, ridendo con esse e non sentendole estranee.
Alla compagnia Pensieri Riflessi vanno i nostri applausi.

Daniela Tralongo