"Anime Migranti": Ovadia e Incudine incantano Siracusa

In un Teatro Massimo di Siracusa gremito e febbricitante si è svolto lo spettacolo teatrale "Anime migranti" con protagonisti Moni Ovadia, Mario Incudine, Annalisa Canfora e una meravigliosa piccola orchestra ad accompagnarli, all'interno del festival Sabir. Lo spettacolo è in sé una profonda riflessione sulla memoria. In questi tempi dove in Italia predomina il dibattito sull'emigrazione e sull'accoglienza Ovadia e Incudine spostano il focus della riflessione sul tema della memoria. Lo spettacolo si snoda fra interpretazioni e canzoni che raccontano la storia degli emigranti siciliani, chi partiva con la nave per l'America, chi andava verso la Germania a lavorare nelle miniere di carbone, chi semplicemente partiva per trovare fortuna altrove, testi e canzoni che si interrogano e rispondono su cosa sia l'anima della Sicilia. Accorata e profonda la riflessione sull'anima dei siciliani che una volta emigrati, come insegna Verga, non possono far altro che continuare a guardare alla propria terra, la Sicilia, con una maliconia che si portano negli occhi e nel cuore in ogni istante di permanenza in altro Paese. Chi nasce in Sicilia se parte poi torna o sogna per tutta una vita di ritornarci.

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Statuario e composto Ovadia dona a chi lo guarda una sottile forma di certezza. I suoi movimenti e i giochi che effettua con la voce sembrano in ogni istante tranquillizzare il pubblico, donargli un'intriseca forza che si tramuta facilmente in coraggio, il coraggio di ascoltare con attenzione parole che non siamo soliti sentire nei massmedia. "Clandestino è chi ha perso la memoria!", tuona Ovadia quasi a fine spettacolo ed è lì che una corazza mi è sembrato si formasse nelle pareti esterne del mio cuore, come se avessi avuto da quel momento la certezza di aver compreso a fondo il senso di quel termine.

Mario Incudine è un fenomeno. Lo dice Moni Ovadia agli applausi, lo sento ogni volta che lo sto ad ascoltare. Quando canta la sua voce e i suoi testi disegnano parabole precise nell'aria ed arrivano dirette e chiare a chi ascolta. Le canzoni narrano storie di emigranti siciliani, cantano l'amore e l'odio per questa "amara terra, amara e bella", s'intrecciano con gusto e organizzazione ai testi interpretati da Ovadia, ma dove Incudine supera se stesso e s'incastona per sempre nei miei ricordi e sono sicuro anche in quelli del pubblico che mi circonda, è quando esegue il cunto. I cunti siciliani, sono un'antica tecnica dei cantastorie che tramandavano oralmente le vicende più importanti della storia della Sicilia e sentire Mario Incudine eseguirle stimola, a mio giudizio, sentimenti e sensazioni ataviche nell'animo di qualsiasi siciliano. Si muove qualcosa dentro di me che comprendo vada ben oltre le mie conoscenze e il mio modo di percepire quotidianamente la realtà. Come un'eredità, una memoria storica che il mio ipotalamo libera non appena viene stimolata dalla vibrante ed insensa voce di Mario Incudine e quando osservo i suoi movimenti, capisco che comprendere tutte quelle parole lanciate a velocità supersonica dalla sua bocca non serve. Sento che dentro di me si muove qualcosa di più profondo dell'apprezzamento dell'immensa tecnica di Incudine, io amo l'arte per questo.

A onor del vero, ho trovato eccelsi anche i musicisti con cui Incudine e Ovadia trovano un collegamento espressivo che percepisco vada al di là dell'esecuzione, gli sguardi e i sorrisi che si scambiano durante lo spettacolo. Intensa, diligente e azzeccatissima anche Annalisa Canfora che incrementa il valore artistico di questa piéce con le note e il cuore di una donna senza la quale sarebbe stato come un puzzle a cui mancano diversi pezzi per completarsi. Meravigliose le immagini che passano alle spalle ed accanto ai protagonisti sul palco, splendiamente orchestrate in un gioco di proiezioni ben delineato ed armonico, un mapping inclusivo e mai invasivo che s'armonizza alla perfezione con la linearità della scena. Luci, musica, interpretazioni, immagini, tutto al servizio della riflessione, senza appesantirsi, con agilità e classe. Onore e gioia al merito. Da vedere.

Massimo Tuccitto

Debutto amaro dei "Sette contro Tebe"

Una guerra intestina. Di quelle che producono scompiglio, paura, dolore e smarrimento. Una guerra che ci ricorda le tante guerre a noi contemporanee. Questo è l’argomento della guerra di Eteocle(interpretato da Marco Foschi) e Polinice, la guerra dei Sette contro Tebe, la prima tragedia del 53° ciclo di rappresentazioni classiche, messa in scena oggi al Teatro Greco di Siracusa. Eschilo racconta la storia di una contesa fratricida, sfociata in una battaglia di riconquista della città di Tebe da parte di Polinice e di difesa della stessa patria da parte del fratello Eteocle, i due regnanti che ad anni alterni governavano la città ereditata dal padre Edipo.

I due arrivano allo scontro non appena l’accordo che avevano stabilito per esercitare il potere in città viene a mancare e Polinice rivendica i suoi diritti attaccando la sua stessa patria. Sulla distopia di questa relazione familiare si consuma uno dei temi esposti dal dramma. A questo farà seguito la domanda se sia più importante il rispetto per l’amore fraterno o quello per le leggi cittadine – nella scena finale, essendo morti i due re di Tebe, un nuovo regnante subentra al potere, e vieta di concedere a Polinice gli onori della sepoltura (con una trovata scenografica che riconduce alla memoria i campi di prigionia più moderni), divieto contro cui Antigone (sorella di entrambi) si oppone, ammonendo “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”, nonostante i tentavi del popolo di dissuaderla -. L’osservanza delle regole è un tema su cui la tragedia firmata dalla regia di Marco Baliani insiste in più momenti. E lo stesso Eteocle, incitando i giovani a combattere per difendere la città, rimproverando Antigone perché teme lo scontro, per il suo palesare le sue paure dinnanzi al popolo e il suo voler appellarsi agli dei, le ricorda “l’obbedienza è la madre della felicità”.

Sono la paura, l’incertezza del futuro e le perplessità di fronte ai dittami imposti dall’alto, le sensazioni che più arrivano allo spettatore. Sorprendono gli artifici con cui queste stesse emozioni vengono veicolate. Perché il vero protagonista sembra essere il suono (le musiche sono di Mirto Baliani), che avvolge e circonda lo sguardo smarrito degli attori che avvertono le scorrerie dei nemici avvicinarsi. Quel suono che cambia, si fa ritmo tribale, per poi diventare un pianto ovattato di fronte alle lacrime versate per la morte dei due consanguinei. E gli attori, nonostante gli incidenti legati al mal funzionamento dei microfoni, accompagnano questo stesso suono durante l’intero spettacolo, standogli accanto, mimando sguardi che si rivolgono al di là della cavea. Il ritmo dei loro dialoghi è lento, sospeso fin tanto che la battaglia non inizia. Solo nello scontro evocato della guerra, cambia il registro. Il cambio d’abito, le movenze del combattimento, i fumi che avanzano dal campo danno una scossa alla vicenda. Gli odori ricreano gli ambienti di una città bruciata, di cui gli abiti dei combattenti caduti dipingono con i loro colori l’orrore della guerra e di ciò che ne viene dopo (ancora una volta la storia coeva ci viene in aiuto). Sullo sfondo troneggia la figura dell’imponente albero che si piega senza mai collassare del tutto, della natura a cui vuole affidarsi sin da principio la fragile e istintiva Antigone, impersonata da Anna Della Rosa, che si rivolge al suo popolo con un linguaggio volutamente materico.

Daniela Tralongo

I moderni Promessi Sposi stupiscono Catania

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Avete mai pensato di potervi fare delle grasse risate leggendo i “Promessi Sposi”? Questa è una di quelle reazioni che vagamente possono coinvolgere il lettore. Ma non lo spettatore. Non chi ha assistito ieri alla prima della commedia musicale “I promessi sposi. Amore e provvidenza” in scena al Teatro Ambasciatori di Catania. La compagnia “Poetica eventi” pur essendo di recentissima costituzione ha corso il rischio confrontandosi come primo esperimento con la realizzazione di questa trasposizione teatrale. La narrazione manzoniana, si sa, non è semplice. Si costruisce su un racconto articolato, in cui oltre alla trama, al travaglio dei protagonisti e alle psicologie dei vari personaggi, un ampio spazio è occupato dall’elemento storico con tutte le sue estrinsecazioni, dalle ambientazioni, ai sentimenti popolari, ai modus operandi perfettamente in linea con la cultura del tempo.

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Ciò che è stato portato in scena invece è stato altro. Perché se la trama è rimasta inalterata, se la gioia per il lieto evento e il dramma consequenziale agli ostacoli per la sua realizzazione sono stati gli stessi, se il viaggio dei due amanti è proceduto come da manuale attraversando altre città, perdendosi per poi ricongiungersi sul finale, non si è mai avuta l’impressione di assistere ad eventi distanti né sul piano temporale né su quello emotivo. I sentimenti che coinvolgevano i personaggi, erano riconoscibilissimi e attuali per l’epoca odierna: i dubbi sulla solidità di una giustizia che spesso tarda a fare il suo corso, la voglia di agire affidandosi alla vendetta privata, lo sconforto di due innamorati costretti a separarsi perché altro si impone lungo la loro strada, le sofferenze di un popolo martoriato che cerca di ribellarsi, incapace di agire come unico fronte contro chi abusa di lui e che riversa in scontri intestini la propria rabbia e disperazione. 

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Questo è quello che è stato fatto dalla regia del giovanissimo e talentuoso Alessandro Incognito, con l’assistente di regia Daniele Virzì e la supervisione della professionista Gisella Calì. Quello che è stato reso al pubblico è infatti la modernità del racconto manzoniano. E questo ha trovato conferma non solo nella struttura sequenziale delle vicende, che potevano essere snellite forse solo in rarissimi momenti, ma anche nella composizione scenografica (di Gaetano Tropea), semplice e perfettamente funzionale a evocare immagini di sfondo che si perdevano poi dinnanzi alla profondità del testo recitato e cantato.

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Le musiche (la cui direzione è stata affidata a Lilla Costanelli) infatti sono state un altro elemento straordinariamente riuscito, capaci di emozionare con la delicatezza delle voci e delle note e travolgere con ritmo incalzante nei momenti di più forte tensione. Il fattore musicale è stato il file rouge dell’intera rappresentazione, protagonista all’unisono negli assoli (in particolar modo di Renzo, Alessandro Incognito, Lucia, Maria Cristina Litrico, Cristoforo, Giuseppe Bisicchia, Gertrude, Grace Previti) e nelle fasi corali con eguale intensità. Accompagnato dalle bellissime coreografie messe a punto da Erika Spagnolo, la resa scenica è stata una sorpresa continua che amalgamava sapientemente l’emotività della scena mai banale, arricchita a tratti anche dall’uso di video mapping, con le azioni previste, dentro e fuori il palcoscenico. 

Lo spettacolo sarà in scena anche stasera e domani, e non possiamo non consigliarne la visione ai nostri lettori. 

 

Daniela Tralongo

 

"L'attore manifesto", la piece teatrale sul mestiere dell'attore

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Avola, 21 Aprile 2017. "L'attore manifesto" è un buono spettacolo.

In un Teatro Garibaldi quasi in Sold Out, tre attori, la scena ridotta all'essenziale, nessun impianto scenografico, tre sedie, solo la recitazione a dir tutto ciò che serve per descrivere il senso di questo gioco di teatro costruito da Corrado Drago, Elvio La Pira e Marcello Manzella, autori del testo oltre che attori, coadiuvati in fase drammaturgica dal proffessor Gian Paolo Renello.

La piece racconta il mestiere dell'attore, nelle sue fragilità, nella sua essenza, nella sua conturbante e ambigua unicità e lo fa con intelligenza e ironia. Gli attori si spogliano e si rivestono dei vari personaggi che dichiaratamente al pubblico interpretano. Entrano ed escono dai loro ruoli con agilità e una aggraziata comicità, che fa esplodere il teatro in fragorose risate con tempi e appuntamenti molto ben congegnati dai tre protagonisti.

Questo spettacolo è un orologio che funziona molto bene, i ritmi sono alti e tengono lo spettatore sempre pronto a una nuova risata. Dolce e a volte malinconica la satira sulla mancata possibilità di pagare un bambino per recitare nello spettacolo (sostituito per risparmiare da un bambolotto), divertenti e drammaturgicamente molto ben organizzati i discorsi al limite del surreale sulla vena Marxista dei film Disney. Che sia per la boriosa comparsa di un regista che poco sa di ciò che parla, ma tratta gli attori come imbecilli marionette o per la sfiorata lite fra un attore di esperienza e un novello attore che sottolinea l'importanza del battere le finali, che si ragioni dell'eterno dissidio su come vivere il rapporto col pubblico che i tre chiamano "coso" o che compaia uno spettatore arrabbiato da uno dei palchi del teatro, le gag si rincorrono e fanno trascorre il tempo senza nemmeno l'esigenza di riflettere sulla profondità di ciò che è detto sul palco. Un'ottima tecnica, le riflessioni tornano leggere in mente nella strada del ritorno verso casa.

La recitazione è la vera protagonista e i tre la onorano con diligenza e puntalità.

Mi colpisce più d'ogni altro Elvio La Pira, vero atleta della parola, gestisce suoni e ritmo con maestrìa e diletto. In una seria e posata dedizione, restituisce stati d'animo e grottesca energia con eleganza e virtuosismo. Corrado Drago è il cuore pulsante dello spettacolo, i suoi tempi sono perfetti. Sente il pubblico sulla pelle, lo studia, lo coccola e lo gestisce con abilità e totale amore. Il giovane Manzella palleggia bene con i suoi due più navigati compagni di scena restituendo e rilanciando con evidente e innato talento.

Avrei gradito più attenzione alle luci e alle musiche, un solo piazzato bianco e pochi interventi musicali a volte mi lasciavano la sensazione di uno spettacolo comunque in evoluzione, ma quando La Pira discute con Drago sul fatto che hanno scritto loro lo spettacolo per risparmiare sui diritti Siae, mi torna nuovamente tutto e accetto con garbo questa mancanza.

Da vedere. 

Massimo Tuccitto

Il mito a Catania, Jesus Christ Superstar

Catania – Sono le 17:40 quando si chiudono le porte dietro le sedie rosse e si spengono le luci. La chitarra inizia a suonare, accompagnando la voce graffiante che presenta la scena. È Giuda (bravissimo Feysal Bonciani). Da lì la crew anni ’70 si fa largo. Sono passati 46 anni dalla prima rappresentazione teatrale del musical Jesus Christ Sueperstar a Broadway, nel lontano 1971, comportando per questa prima versione 720 recite per 18 mesi con Ben Vereen e Bob Bingham, Samuel E. Wright, Anita Morris, Carl Anderson, Ian Gillan e Ted Neeley nelle repliche. Oggi il musical è ormai storia ed è tornato a far visita ai teatri europei da fine 2016, con un tour che ha toccato l’Olanda, il Belgio e in ultimo l’Italia. Diretto dal regista Massimo Romeo Piparo, per la produzione di Peep Arrow Entertainment, lo spettacolo messo in scena al Metropolitan di Catania dal 23 al 26 Marzo, è un successo (con grandissimo merito –ndr). La storia è nota, i costumi rispettano le aspettative fino ad esplodere in un vero e proprio scintillio di colori che lasciano stupefatti. L’impostazione pensata da Piparo funziona in tutte le componenti: l’orchestra dal vivo esegue con toni gravi e poi ascendenti le fasi della vita del Messia che vengono raccontate, partecipando alla costruzione e rendendo massimo il coinvolgimento del pubblico nella sofferenza dell’uomo che si sacrifica per il suo popolo e l’umanità tutta. Il mito costruito da Webber e Rice è sempre attuale per la forza della sua ragion d’essere: le dinamiche tra il popolo e chi lo governa. Ciò che viene portato sul palco è l’intramontabile senso di angoscia per un’umanità che in ogni epoca elegge i propri messia per poi mandarli al martirio. E si continua a morire perché altrove, in questa terra è deciso così. Il cast si muove con fluidità e professionalità tra gli ambienti scenografici in continuo cambiamento, che si caratterizzano per la sintesi delle nuove tecnologie in accordo con i passi dei Vangeli che arricchiscono il racconto e commentano la scena in atto, tra i dialoghi cantati in inglese. Se il rispetto della figura divina viene mantenuto nella sua staticità, emoziona la resa mimica di uno straordinario Ted Neeley, il Cristo originario del film del 1973. E con estremo piacere osserviamo la presenza nel cast di numerosi siciliani, tra cui Simona Di Stefano, straordinaria Maddalena a cui il pubblico non ha fatto mancare lunghissimi applausi ed una standing ovation.

Daniela Tralongo

"I Malavoglia" di Enrico Guarneri al Teatro di Noto

Nel 1881 viene pubblicato a Milano presso l’editore Treves uno dei romanzi più conosciuti dello scrittore siciliano Giovanni Verga: “I Malavoglia”. Una storia che affonda le proprie radici nella Sicilia ottocentesca, nella povertà, nella discriminazione sociale e nel valore della famiglia intesa sia in positivo che in negativo. E’ proprio all’interno di questa fitta trama che si svolge l’opera portata in scena da Enrico Guarneri insieme con Ileana Rigano, Rosario Minardi e diretta dalla regia di Guglielmo Ferro. 

L’apertura del sipario lascia la vista alla scenografia ideata da Salvo Manciagli, un allestimento curato nei dettagli che si adatta a rappresentare più luoghi, come la “Casa del nespolo” o la “Provvidenza”, sfruttando l’ escamotage della vela, e che vede come elemento principe il legno, simbolo inequivocabile di una quotidianità vissuta a pieno contatto con l’ambiente. La scena si apre con i componenti della famiglia Toscano di Acitrezza, la cui ’njuria (soprannome) per antifrasi è appunto i “Malavoglia”, raccolti intorno a Padre N’toni, personaggio cardine del romanzo interpretato magistralmente da Enrico Guarneri che ha saputo sviscerare la reale sofferenza di un uomo che vive inerme il proprio dramma familiare, cercando in tutti i modi di porvi rimedio senza purtroppo riuscirci. 

Gli attori con grande sforzo e bravura hanno lasciato trasparire il vero dolore vissuto da una famiglia in quelle condizioni, la disperazione di una moglie come Maruzza, interpretata con grande realismo da Ileana Rigano, che perde il marito in mare ed un figlio in guerra, o l’esigenza di N’toni, di andare via per cambiare la propria vita e quella dei suoi familiari, portato in scena in modo travolgente da Rosario Minardi.

Una così sofferta e realistica esecuzione del romanzo accompagnata dalle musiche di Massimiliano Pace ha senza dubbio creato un’empatia con il pubblico che ha apprezzato la messa in scena degli attori, senza distrarre mai gli occhi dal palco e premiandoli a fine spettacolo con un lungo applauso.

Non possiamo non notare una similitudine di costumi che ancora caratterizzano la nostra società con quella del nostro Verga: uomini, donne e bambini che con dignità lottano contro la povertà, contro i dissapori di una società che discrimina il più debole solo perché incapace di far fronte alle spese della vita, contro l’insana tradizione di chi giudica senza conoscere, contro chi insomma non sa e crede di sapere.

Enrico Guarneri ha sottolineato con la sua interpretazione l’onestà di chi ha voglia di riscattare la propria vita, non abbassando mai la testa anche di fronte le disgrazie, andando contro se stessi se vi è bisogno, e cercando di combattere per un obbiettivo comune, il bene della propria famiglia.

Una rappresentazione che fa riflettere e che lascia molti punti interrogativi su cosa sia veramente importante e cosa no, su cosa sia necessario ad un uomo e di cosa egli abbia realmente bisogno per sopravvivere, i soldi o la felicità di chi gli è più vicino.

Ottime le interpretazioni anche degli altri personaggi (Mena - Francesca Ferro, Donna Grazia - Vitalba Andrea, Bastianazzo / Avvocato Scipioni / Rocco Spatu - Rosario Marco Amato, Agostino Piedipapera - Vincenzo Volo, Mastro Turi / Don Michele - Mario Opinato, Zio Crocifisso - Pietro Barbaro, Lia - Nadia de Luca, Nunziata - Verdiana Barbagallo, Alfio Mosca - Giovanni Arezzo, Don Gianmaria - Francesco Abela, Alessi bambino - Gianmaria Aprile, Luca - Gianni Sinatra) che nell’insieme hanno dato l’impressione di essere un gruppo artisticamente affiatato e professionale.

Un ringraziamento particolare ad Enrico Guarneri che a fine serata, nonostante fosse provato dopo la faticosa interpretazione ci ha generosamente permesso di dialogare con lui, consentendoci di ascoltare da vicino le parole di chi fa e vive il teatro con professionalità ed emozione.

Antonino Lombardo

 

“Lo Schiaccianoci” – Una fiaba per bambini che conquista il cuore dei grandi

Il Teatro Bellini di Catania è di per sè un luogo stupendo, luminoso, che trasmette un senso di imponenza e di splendore artistico senza pari, lasciando percepire che da quel palco e da quelle mura è passata la storia della musica classica e del teatro internazionale. Sito al centro della città, il Teatro Bellini dispone di un’orchestra di 105 e un coro di 84 elementi e la sua sala è stata definita la migliore al mondo per l’acustica. Nel 1986 diviene Ente Autonomo Regionale e tra il 2002 ed il 2007 l’Ente diventa Fondazione. Sul suo palco sono state proposte, in prima mondiale, opere del calibro di “Norma” di Vincenzo Bellini o di “Kean” di Mario Zafred e si sono esibite personalità della musica e del teatro quali Vittorio Gassman e Maria Callas. Martedì 21 Febbraio, ho partecipato anche io alla storia di questo luogo insieme ad una buona fetta di pubblico catanese (per lo più adulto e alcuni bambini), alla rappresentazione di uno dei balletti più fiabeschi ed emozionanti mai ideati: “Lo Schiaccianoci”. Tratto da un racconto scritto da E.T.A. Hoffmann, e dal rimaneggiamento che ne fece Alexandre Dumas, il balletto è stato portato in scena con le musiche di Petr Il’ic Cajkovskij e le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. È una delle fiabe più belle mai scritte, ambientata durante la vigilia di Natale. Protagonisti sono Fritz e Clara, due fratelli, ed il Dottor Drosselmeier, amico della loro famiglia, il quale dona a Maria uno schiaccianoci, con le sembianze di un soldato, consigliando alla bambina di averne molta cura perché quello non è un giocattolo come gli altri. Durante la festa Fritz danneggia lo schiaccianoci e Maria, per non perdere di vista il suo nuovo giocattolo si addormenta con esso. Scocca la mezzanotte, la casa sembra essere caduta in un sonno profondo, quando nel salone dove si trova l’enorme albero di natale, fa la sua comparsa il Re dei Topi, intenzionato a distruggere i doni di natale e lo Schiaccianoci. Questo, insieme ai soldatini di piombo di Fritz, partecipa ad una terribile battaglia, nella quale il Re dei Topi viene ucciso e dalla quale lui esce ferito. Maria per salvare il suo amico, lo conduce nel regno dei giocattoli, un luogo incantato che sembra provenire da un sogno, dove incontra tutte le sue bambole, che hanno preso improvvisamente vita, e dove si renderà conto di essersi innamorata del suo amico Schiaccianoci. La storia si conclude la mattina di Natale, quando il Dottor Drosselmeier sveglia Maria dal suo lungo sonno, chiedendole se lo Schiaccianoci si fosse rimesso dopo il terribile scontro con il Re dei Topi. Maria sbalordita domanda a Drosselmeier come sia venuto a conoscenza delle sue avventure e lui le ricorda che sapeva che quello era un giocattolo magico e speciale, capace di prendere vita nei sogni della sua giovane amica. A raccontarla così sembrerebbe una semplice fiaba per bambini, ricca di magia ed avventure, ma quello di ieri pomeriggio è stato uno spettacolo pieno di fascino, di colori e meravigliose scenografie di Olena Gavdzinskaya e degli splendidi costumi di Nadya Shvets sia per adulti che per piccoli. Sebbene il Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa non sia stato impeccabile nella performance, questo non ha impedito al pubblico di apprezzare l’intero spettacolo. Ad ogni modo, i protagonisti indiscussi sono stati l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta per l’occasione dal maestro Boris Bloch e le due coppie di primi ballerini Maria Polyudova e Vladimir Statnyy, Elena Yelizarova e Andrii Pisariev. Gli applausi più scroscianti sono stati certamente per loro. Complimenti quindi al regista, all’orchestra, ai ballerini e alla direzione del Bellini per questo pomeriggio di sogni e avventure.

Francesca Brancato