Il debutto della Lisistrata tra i dialetti italiani

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SIRACUSA – È andata in scena la Lisistrata di Aristofane, il terzo spettacolo in cartellone per questo 55° Festival delle rappresentazioni classiche. Il debutto è stato un successo con applausi che hanno cadenzato a intervalli regolari l’intera commedia. 

Ad accogliere gli attori è stata messa in piedi, da Andrea Viotti, una scenografia dai toni classici, in cui l’imponente acropoli ribadisce la propria importanza nella vita della città ateniese. Dentro le sue mura si amministra il potere della città, su cui si staglia il mezzo busto di una Venere paleolitica. Elemento fuori programma, l’oracolo posto fuori scena, che riproduce la sua solennità per la postura che fa pensare ad un Cristo benedicente con le piume che adornano il capo. 

Sin da subito l’azione è colorata, sia nei costumi, sia nelle danze, sia nelle musiche, che accompagnano le vicende con toni ora più classici ora più moderni, fino ad arrivare a intermezzi contemporanei che stupiscono e lasciano un sorriso, e qualche perplessità, al loro volgere. La trama delle donne greche stanche della guerra che non produce nulla di positivo per la città, ma provoca solo morte e distruzione, è una critica e un dramma insieme che le donne di tutto il Paese condividono. Lisistrata (la straordinaria Elisabetta Pozzi) al pari di un condottiero, è la donna ateniese che, riunendo le altre sue compagne di sventura, mette in moto un piano per far cessare i conflitti e restituire la pace. Così dal buffo escamotage iniziale, proteso a negare ogni forma di intimità agli uomini, le donne conducono la loro battaglia a suon di intelligenza e saggezza, dentro le mura domestiche e dentro le mura cittadine, occupando l’acropoli e controllando le finanze della città. A suon di battute che riproducono la policromia linguistica dei dialetti italiani, e accennano anche ad un paio di espressioni straniere, lo spettatore non può che cogliere l’universalità del messaggio di pace di Lisistrata, in cui la materialità della parola di Aristofane (a tratti spettacolarizzato con molto vigore) è in primo piano per l’intero spettacolo. 

La resa finale è una commedia scrosciante, in cui antico e moderno portano avanti un dialogo destinato a durare. Sebbene il testo segua il modello di Aristofane, sono stati aggiunti anche personaggi e citazioni: dalla figura del didascalio (ottima la teatralità di Roberto Alinghieri) chiamato ad interrompere l’azione ogni qualvolta fosse necessario spiegare alcuni termini greci di cui lo spettatore odierno non avrebbe colto altrimenti il senso, ad una serie di citazioni dei tempi recenti, dalle filastrocche, al canto del pedasta (con l’esecuzione di Massimo Lopez). Come nel caso del didascalio, anche lo spazio circoscritto dedicato del pedasta, ha confermato il gioco, pensato dal regista, a tratti un po’ forzato, con cui gli attori si sono divertiti a interagire con il pubblico, al pari delle donne che proclamano i loro “programmi politici” direttamente avanzando nella cavea. 

La potenza della commedia messa in scenda da Tullio Solenghi, sta tutta nelle capacità di un cast di altissimo livello, che ha saputo stupire e far ridere il pubblico, non dimenticando di ammonirlo a riflettere, con spunti diversi, dal senso dei conflitti, alle speculazioni con cui si muovono le grandi potenze facendo razzie di alcuni territori, alla plastica che aleggia tra le nostre città.

Nel cast, oltre al Solenghi/Cinesia, Federica Carrubba Toscano, Giovanna Di Rauso, Viola Marietti, Vittorio Viviani, Totò Onnis, Mimmo Mancini, Tiziana Schiavarelli, Simonetta Cartia, Silvia Salvatori, Federico Vanni, Margherita Carducci, Elisabetta Neri, Roberto Alinghieri, Giuliano Chiarello, Gabriele Manfredi, Roberto Mulia, Franco Mirabella, Riccardo Livermore e Andrea Di Falco.

Daniela Tralongo

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Il debutto di "Le Troiane" di Euripide parte sottotono, ma promette grandi riprese:

È andato in scena ieri, 10 maggio 2019, il debutto di Le Troiane, seconda tragedia di Euripide in cartellone quest’anno per la Stagione 2019 delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa.

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La cavea è gremita di gente, il pubblico si trova subito dinanzi al tanto chiacchierato “bosco morto” di Stefano Boeri, spoglio, immobile. Tre botti, improvvisi e fragorosi, l’entrata in scena del coro e di Ecuba (che da quell’istante saranno sempre presenti). Nulla si muove, la guerra di Troia si è conclusa, la città è distrutta, la popolazione devastata dal conflitto raccoglie i pezzi di ciò che resta. “Non canti, ma danze di dolore” per la perdita degli uomini, introduce Ecuba - interpretata da una straordinaria Maddalena Crippa. Le Troiane sono ormai sole, piegate, senza protezione e con il cuore ricolmo di dolore e di pianto per coloro che sono morti e per il proprio futuro incerto. 

Gli Argivi si spartiscono il bottino di guerra, nel quale le donne sono comprese, ridotte schiave o, peggio, amanti dei vittoriosi nemici. A riferire del loro destino infelice Taltibio - Paolo Rossi - messaggero del nemico, che non resta però indifferente alle sofferenze subite dalle Troiane.

Nei loro cuori, la ragione ha lasciato il posto alla follia e alla disperazione, come nel caso di Cassandra - Marial Bajma Riva - che maledice la casa di Agamennone e predice il peregrinare di Odisseo. Accanto a lei, Andromaca - un’intensa Elena Arvigo -, moglie del defunto Ettore, entra in scena con in braccio il figlio Astianatte - il giovanissimo Riccardo Scalia, che ha ricevuto un fragoroso e lungo applauso per la sua interpretazione - piange per il destino che li attende.

Ella è il volto della rassegnazione “I morti hanno un destino migliore dei vivi - afferma - poiché essi possono giacere nella terra dei Padri”, mentre le sventurate Troiane saranno costrette a lasciare la terra natia per divenire oggetto di scherno e diletto del nemico. “Nella vita c’è speranza” la interrompe Ecuba, riferendosi a suo nipote. Il sopraggiungere di Menelao - Graziano Piazza - rappresenterà l’unica presenza in scena del nemico, che, per quanto vittorioso, partecipa anch’esso al dolore causato dalla lunga ed estenuante guerra. L’unica, che sembra voler trarre vantaggio dell’esito del conflitto sarà Elena - Viola Graziosi - la cui bellezza sembra non essere stata scalfita dai tremendi fatti che l’hanno vista protagonista. Da vittime le Troiane si trasformano in carnefici, schernendo e maledicendo la sposa di Paride, che ancora una volta mostra di essere volubile e traditrice. La “guerra degli sconfitti” si conclude quando Ecuba riesce a convincere Menelao della colpevolezza di Elena, con la promessa, da parte di quest’ultimo, di non riprenderla in moglie, poiché ella porterebbe solo sventura al popolo Argivo.

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In quel momento incalza il ritmo della rappresentazione con un crescendo il cui culmine viene raggiunto quando, dopo la notizia del sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille, Taltibio riferisce la tragica decisione di Odisseo di voler uccidere Astianatte, solo perché figlio di Ettore, gettandolo dalle mura della città.

Il pathos, che fino a quel momento sembrava quasi assente dalla scena, tutto ad un tratto pervade attori e pubblico. Le grida di disperazione della madre, seguite da quelle del figlio, scuotono gli animi e mostrano quali sono i veri orrori della guerra, quali le terribili conseguenze, manifestando così il forte tono di denuncia contro tutti i conflitti, già presente in Euripide, che la regista Muriel Mayette ha voluto rimarcare, in maniera, a ben vedere, per nulla velata. 

È finita, non c’è più speranza, al coro delle Troiane non resta che racchiudersi nel suo canto di morte. Queste donne vestite con gli abiti della guerra, ricoperte delle ceneri del conflitto, senza colore, senza identità, sono solo delle entità smarrite, vaganti, fino al momento in cui entra in scena il defunto corpo del piccolo Astianatte, e allora tutto cambia. Gli abiti, che prima vestivano il corpo delle donne diventano le pietre che copriranno lo scudo di Ettore sul quale ormai giace Astianatte. Entra in gioco il rosso, colore del sangue e delle fiamme, che di li a poco incendieranno la città di Ilo riducendola in cenere. Il fuoco riempie la scena, il bosco morto diventa solo un’ombra, come in un gioco di ombre cinesi, sfondo di una tragedia senza fine. Una lunga colonna di fumo si alza al vento, le Troiane si allontanano ed abbandonano la terra natia intonando, magistralmente, il loro ultimo lamento.

La tensione che caratterizza Le Troiane di Euripide, ha lasciato il posto alla lentezza ed al “vuoto”. È tutto molto semplice, scarno, incolore, sembra quasi che la rappresentazione non proceda, ma la tensione emotiva che si respira da metà della messa in scena in poi, con il cambio di toni, soprattutto visivi, conferisce una svolta decisiva alla rappresentazione del mito ed investe il pubblico, il quale alla fine non può far altro che applaudire e complimentarsi per la buona riuscita di quella che sicuramente sarà stata una dura prova per la regia e tutta la squadra. Ci si aspetta molto dalle prossime riprese.





Francesca Brancato

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Rappresentazioni classiche 2019: un’Elena così non si era mai vista!

La figura mitologica di Elena, è passata alla storia per essere la donna che fece scoppiare l’orribile guerra di Troia. 

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A lei è intitolata una delle tragedie in calendario per il 55° Festival del Teatro Greco di Siracusa.

L’Elena (una versatile e piacevole Laura Marinoni) di Euripide è andata in scena il 9 maggio, aprendo il ciclo delle rappresentazioni del 2019. Davanti alla cavea, il pubblico ha assistito ad un’atmosfera in continuo cambiamento, in cui alle parole dei personaggi che recitavano, subentravano le immagini e i primi piano trasmessi sul grande schermo a led posto sullo sfondo – da subito antico e moderno si incastrano con perfetto equilibro. I pensieri di Elena trovavano qui il proprio spazio di espressione, e le onde instancabili e il cielo stellato che incorniciava l’emozione del ritrovamento degli amanti e la speranza di un roseo futuro, trasponevano la scena direttamente ad una dimensione da fiaba. La fluidità delle emozioni raccontate, della natura dell’uomo, della caducità delle sue esperienze e della volubilità del caso e della sorte, nonché dell’inconsistenza di alcune decisioni umane, che provocano effetti disastrosi senza ragioni corpose alla base, come le morti e le devastazioni che scaturiscono dalle guerre, sono confermate non solo dalla narrazione ma anche dalla scenografia (ottima ne è la resa). Vera protagonista è l’acqua. Per l’intera durata dello spettacolo, gli attori si sono mossi tra le acque del Nilo, del mare che accoglie i naufraghi e che induce i protagonisti – Elena e Menelao – a perseguire il viaggio verso la Grecia.

Se Elena è spesso stata letta come la donna frivola che fugge al seguito di Paride in una terra straniera, e scatena l’ira del marito abbandonato, nel mito raccontato da Euripide ne viene disegnato un ritratto totalmente diverso. Elena è sola e addolorata in Egitto, ospite del re Proteo. Qui era stata condotta da Ermes per nasconderla, dopo che la dea Afrodite l’aveva promessa a Paride (anche se già sposa di Menelao), a condizione che Paride, giudice nella gara che sanciva la dea più bella tra Atena, Era e Afrodite, avesse dato a quest’ultima il pomo d’oro. Così Paride, per avere con sé la donna più bella della terra, fa ricadere la sua scelta su Afrodite. A quel punto la dea Era, si vendica creando il fantoccio di Elena, un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo, […] un vuoto miraggio, che viaggia al seguito di Paride, non innescando alcun dubbio tra chi se la trova al fianco. Il dramma si condensa tutto in questo “gioco” degli equivoci, in questo malinteso che fa credere a tutti il tradimento commesso da Elena nei confronti del coniuge. La guerra, i morti, la devastazione che ne sono conseguiti vengono presentati in questo modo come il prodotto di un evento mai esistito, dunque totalmente inconsistente e privo di senso. Elena, che si affligge sopra la lapide marmorea dell’appena defunto re Proteo, non si dà pace per la sorte che le è stata assegnata, sola, privata degli affetti più cari e destinata a stare in terra straniera, sotto le pressioni del figlio di Proteo, Teoclimeno (altrettanto convincente Giancarlo Judica Cordiglia) che la vuole in sposa.  

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E alla disperazione di Elena, fanno eco i pianti dei personaggi coinvolti, afflitti per le perdite umane causate dalla guerra di Troia. La manifestazione del dolore che viene fatta non allude alle formule dell’intonazione classica ma si rifà ad immagini temporalmente più vicine al pubblico presente. Tra abiti scintillanti (i costumi sono di Gianluca Falschi), parrucche, personaggi che richiamano le vesti dei personaggi dell’opera settecentesca (Teonoe – Simonetta Cartia – fa un ingresso in scena che ricorda la solennità della lirica) coppe di champagne, e gonne ampie, ne viene fuori un’azione tragicomica capace di instaurare un dialogo con il mondo odierno. Il naufrago è ancora un ospite sacro? Le guerre, anche le più idealizzate, spesso sono supportate da false ragioni, e non sono mai una risoluzione permanente ai fenomeni di instabilità che le hanno provocate. Perché allora proseguire con questi insensati sacrifici umani? E poi ancora la donna si presenta come parte attiva di una società in cui può determinare cambiamenti e forgiare la propria sorte, senza subirla passivamente. “La donna può dare consigli sensati” afferma Elena ad un tratto, rivolgendosi a Menelao (apprezzabile Sax Nicosia). Mentre infatti Elena ne stava piangendo la morte (presunta), riferitagli da un messaggero, d’un tratto riconosce un’immagine a lei familiare. Un uomo le si avvicina, un naufrago in cerca di aiuto. I due si guardano e si studiano, perché ciascuno ha qualcosa di familiare. Allo stupore iniziale, seguono le domande che confermano la loro vera natura. Elena capisce che Menelao non è veramente morto, e Menelao capisce che la donna che ha scatenato la guerra è in realtà un’immagine falsa. Da qui studiano un piano per rientrare in patria, che si servirà di alcuni inganni a detrimento di Teoclimeno. “La mente legge ciò che vedono gli occhi” afferma Elena. E da qui, il messaggio di Euripide, torna ad essere valido anche oggi. La sensazione che si riceve è che la tragedia raccontata dalla regia di Davide Livermore abbia saputo sfruttare soluzioni moderne, registri differenti e combinare il tutto con musiche mai invasive (Andrea Chenna) ma in grado di accompagnare i ritmi dell’azione con proprie parentesi stilistiche. Il gioco delle falsità delle immagini – tema sui cui la società odierna deve mettersi in discussione, sempre più avvezza a vivere nell’alienazione di una ricostruzione vuota e digitale della realtà – è ribadito anche dal continuo ricorso degli specchi. Tipici strumenti di tutta la letteratura postmoderna, gli specchi sottolineano ancora una volta la natura ingannevole delle figure riflesse, che restano comunque mera invenzione visiva. Infine lo scambio di personaggi maschili interpretati da donne e viceversa, ribaltano gli stereotipi e ci pongono dinnanzi ad una serie di domande: accettando che nulla sia precostituito, metterci in discussione sembra essere un suggerimento da non sottovalutare, per dirla con le parole di Euripide “l’unica divinazione possibile è data dalla ragione e dal buon senso”. 



Daniela Tralongo 

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Il mercato della politica e le sue marionette ne "I Cavalieri" di Solari

SIRACUSA - La serata di ieri è cominciata con le più alte aspettative da parte del pubblico, che con molto interesse ha seguito la messa in scena de "I Cavalieri" di Aristofane, in scena per la prima volta a Siracusa.

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La trama semplice della commedia lascia spazio a contaminazioni attuali, in termini di linguaggio e riferimenti a fatti e personaggi della contemporaneità. Aristofane, come ben sappiamo, è forse il più attuale dei commediografi ateniesi del V secolo. I personaggi ed i messaggi, non troppo velati, trasmessi dal suo teatro sembrano avere sempre una perfetta collocazione ai giorni nostri. Così è stato ache ieri sera , grazie anche alla regia di Solari e alla libera traduzione di Olimpia Imperio, i quali sono riusciti a portare sul palco del Teatro Greco di Siracusa il dibattito politico a viso aperto, dove sotterfugi ed inganni non sono nascosti da coltri di fumo, ma messi in atto alla luce del sole. 

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I Cavalieri, unici latori di saggezza, fanno da coro a sei grandi personaggi, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale in quella che si rivela essere una vera e propria lotta per il potere. In primo piano i due contendenti: Paflagone e il Salsicciaio, interpretati rispettivamente da un magistrale Gigio Alberti e da un applauditissimo Francesco Pannofino, il quale, nonostante l'emozione della prima e le difficoltà che un palco come quello di Siracusa implica, è riuscito a portare in scena un ruolo dal forte impatto sociale e politico. Accanto a loro Nicia e Demostene, ovvero Sergio Mancinelli e Giovanni Esposito, i servi che, stanchi delle angherie di Paflagone/Cleone, decidono di rivolgersi agli oracoli divini, scoprendo che l'unico modo per sconfiggere un politico è quello di metterlo a confronto con un altro politico, e per fare si che questo accada si avvalgono del favore dei Cavalieri, il cui compito sarà quello di convinvere Demo, personificazione del popolo ateniese. Antonio Catania (Demo) annoiato e stanco, accetta ed accoglie il cambiamento di rotta che da Paflagone porta al grasso, arrogante ed ignorante Salsicciaio, approfittando dell'immenso guadagno che ciò comporterebbe per sé. 
Sembra così che il popolo sia in balia degli eventi e delle lusinghe del travolgente mercato della politica, ma in un momento di lucida confidenza Demo rivela di essere consapevole degli squallidi giochi di potere e delle rovinose conseguenze alla quali si va incontro con l'elezione del Salsicciaio, ma ricorda anche che l'ultima parola spetta sempre al popolo, che ha il potere di sbarazzarsi della cattiva politica, qualora da questa non si riuscisse a ricavare più nulla. È il grottesco rovescio della medaglia, che porta all'attenzione di tutti l'oscura realtà della materia politica, ormai ridotta a semplice argomento da mercato. 

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Temi attuali ed imponenti questi, messi in risalto dalla semplicità della scenografia e dei costumi, ad unica eccezione dei Cavalieri, che con le loro maschere da burattini danzanti rappresentano il macchinoso sistema che sta dietro alle scelte politiche della città. Il tutto condito dalla ritmica dell'accompagnamento musicale, composto ed interpretato, dal Corifeo Roy Paci, che con la sua tromba ha finlamente riportato la musica dal vivo sulla scena. 
Nonostante qualche dimenticanza ed un intervento imprevisto proveniente dalla pàrodoi, possiamo affermare che la qualità migliore dello spettacolo messo in atto ieri è stata, sicuramente, quella di avere scosso gli animi e di aver stimolato il dibattito in un pubblico che, ormai troppo avvezzo alle dinamiche televisive e social del nostro "mercato politico", è stato ricondotto a una realtà nella quale le idee e le opinioni si esprimono con chiarezza hic et nunc.

Francesca Brancato
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La “Cavalleria Rusticana” di Mascagni nella versione siracusana al Castello Maniace

Nella piazza d’armi dell’imponente Castello Maniace è andata in scena ieri l’opera di Pietro Mascagni, “Cavalleria Rusticana” all’interno della kermesse di Mythos Opera Festival, che in questa estate 2017 ha promosso l’incontro dell’Opera con il “mito” nelle città di Taormina e Siracusa, calcando nelle esperienze precedenti anche scenari internazionali come la Turchia.

Il direttore Gianfranco Pappalardo Fiumara, salutando la città e rivolgendo i ringraziamenti per l’ospitalità avuta, ha manifestato anche il dispiacere per alcune criticità riscontrate durante l’organizzazione del festival.

Lo spettacolo di Mascagni è stato applaudito da un nutrito numero di spettatori che fanno ben sperare in simili iniziative anche per il futuro.

Il dubbio sulla scelta (?) della location resta, sia per l’impatto sonoro, come già emerso durante la Carmen, che per quello visivo.

Perché sebbene la visione del castello che si tinge di colori diversi, amplificando i toni e gli stati d’animo recitati nelle singole scene, sia di grande suggestione, tuttavia la sua presenza risulta ingombrante rispetto alla scenografia.

Questa, infatti, ancora una volta, si distingueva per la sua essenzialità, con pochissimi elementi che servivano a contestualizzare l’azione. Da una parte predominava la Croce, sineddoche del giorno pasquale. Un tavolo da locanda invece occupava il lato opposto del palco, con la narrazione degli amori e dei tradimenti che coinvolgevano Turiddu, Santuzza, la giovane Lola, compare Alfio e tutti i popolani, che si svolgeva tra questi due poli.

Se l’impronta dello spettacolo ha visto una diretta partecipazione siracusana, con la direzione del Maestro Maurizio Ciampi, il cast includeva professionisti di varie nazionalità, la bravissima Sofia Mitropoulos (Santuzza), Sebastian Ferrada (Turiddu), Armando Puklavec (Alfio), Sabrina Messina (Lola) ed Elena Kanakis (Lucia), tutti artisti di grande levatura.

Tra il sacro e il profano, il capolavoro di Mascagni, che è manifesto del verismo nell’opera lirica, con la regia di Massimo Bonelli, e aiuto regia di Massimo Tuccitto (ancora un altro siracusano), ha visto l’esecuzione dell’orchestra filarmonica di Catania e del Coro Lirico Siciliano.

Il lavoro della compagnia ha meritato tutti gli applausi finali, una leggera amarezza resta per alcune imperfezioni dell’impianto audio per cui va lodato lo sforzo degli attori, che in più di un’occasione rischiavano di veder sovrastate le rispettive voci dai suoni.

L’augurio per il prossimo anno è di assistere a spettacoli in cui possano risolversi questi ed altri dettagli organizzativi.

 

Daniela Tralongo

“Lo Schiaccianoci” – Una fiaba per bambini che conquista il cuore dei grandi

Il Teatro Bellini di Catania è di per sè un luogo stupendo, luminoso, che trasmette un senso di imponenza e di splendore artistico senza pari, lasciando percepire che da quel palco e da quelle mura è passata la storia della musica classica e del teatro internazionale. Sito al centro della città, il Teatro Bellini dispone di un’orchestra di 105 e un coro di 84 elementi e la sua sala è stata definita la migliore al mondo per l’acustica. Nel 1986 diviene Ente Autonomo Regionale e tra il 2002 ed il 2007 l’Ente diventa Fondazione. Sul suo palco sono state proposte, in prima mondiale, opere del calibro di “Norma” di Vincenzo Bellini o di “Kean” di Mario Zafred e si sono esibite personalità della musica e del teatro quali Vittorio Gassman e Maria Callas. Martedì 21 Febbraio, ho partecipato anche io alla storia di questo luogo insieme ad una buona fetta di pubblico catanese (per lo più adulto e alcuni bambini), alla rappresentazione di uno dei balletti più fiabeschi ed emozionanti mai ideati: “Lo Schiaccianoci”. Tratto da un racconto scritto da E.T.A. Hoffmann, e dal rimaneggiamento che ne fece Alexandre Dumas, il balletto è stato portato in scena con le musiche di Petr Il’ic Cajkovskij e le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov. È una delle fiabe più belle mai scritte, ambientata durante la vigilia di Natale. Protagonisti sono Fritz e Clara, due fratelli, ed il Dottor Drosselmeier, amico della loro famiglia, il quale dona a Maria uno schiaccianoci, con le sembianze di un soldato, consigliando alla bambina di averne molta cura perché quello non è un giocattolo come gli altri. Durante la festa Fritz danneggia lo schiaccianoci e Maria, per non perdere di vista il suo nuovo giocattolo si addormenta con esso. Scocca la mezzanotte, la casa sembra essere caduta in un sonno profondo, quando nel salone dove si trova l’enorme albero di natale, fa la sua comparsa il Re dei Topi, intenzionato a distruggere i doni di natale e lo Schiaccianoci. Questo, insieme ai soldatini di piombo di Fritz, partecipa ad una terribile battaglia, nella quale il Re dei Topi viene ucciso e dalla quale lui esce ferito. Maria per salvare il suo amico, lo conduce nel regno dei giocattoli, un luogo incantato che sembra provenire da un sogno, dove incontra tutte le sue bambole, che hanno preso improvvisamente vita, e dove si renderà conto di essersi innamorata del suo amico Schiaccianoci. La storia si conclude la mattina di Natale, quando il Dottor Drosselmeier sveglia Maria dal suo lungo sonno, chiedendole se lo Schiaccianoci si fosse rimesso dopo il terribile scontro con il Re dei Topi. Maria sbalordita domanda a Drosselmeier come sia venuto a conoscenza delle sue avventure e lui le ricorda che sapeva che quello era un giocattolo magico e speciale, capace di prendere vita nei sogni della sua giovane amica. A raccontarla così sembrerebbe una semplice fiaba per bambini, ricca di magia ed avventure, ma quello di ieri pomeriggio è stato uno spettacolo pieno di fascino, di colori e meravigliose scenografie di Olena Gavdzinskaya e degli splendidi costumi di Nadya Shvets sia per adulti che per piccoli. Sebbene il Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa non sia stato impeccabile nella performance, questo non ha impedito al pubblico di apprezzare l’intero spettacolo. Ad ogni modo, i protagonisti indiscussi sono stati l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta per l’occasione dal maestro Boris Bloch e le due coppie di primi ballerini Maria Polyudova e Vladimir Statnyy, Elena Yelizarova e Andrii Pisariev. Gli applausi più scroscianti sono stati certamente per loro. Complimenti quindi al regista, all’orchestra, ai ballerini e alla direzione del Bellini per questo pomeriggio di sogni e avventure.

Francesca Brancato

Oscar Wilde ancora attuale. L’importanza della sua “onestà” al Teatro Sipario Blu di Catania.

Iniziamo dal principio. È il 1985 la prima volta che The importance of being Ernest va in scena a teatro a Londra. E il pubblico lo accoglie con entusiasmo. Negli anni a seguire questa è stata una delle commedie più rappresentate di Oscar Wilde in tutto il mondo. Sabato 18 e Domenica 19 Febbraio, l’Associazione Culturale Pensieri Riflessi ne ha proposto la propria versione al Teatro Sipario Blu di Catania. La storia è cosa nota, siamo nell’Inghilterra vittoriana, nella Londra aristocratica. Ad occupare la scena i protagonisti, Jack Worthing ed Algernon Moncrieff. Mr Worthing (nel cui nome si nasconde il primo gioco semantico, worth significa infatti “valore”) conduce una doppia vita, una in campagna in cui è un serio tutore di una giovine, Miss Cecily, e l’altra in città, in cui si finge Ernest (nome che ha affibbiato anche al fratello immaginario, motivo fittizio delle sue continue trasferte in città e punto nodale dell’intero intreccio tematico,in inglese rimanda al concetto di “onesto”, oltre ad essere nome proprio) e si dedica ad una vita di piaceri. Insieme a lui, l’amico Algernon prosegue una vita con altrettante scappatoie e bugie che lo conducono a dissipare le sue economie in atti di “bamburismo”. Tutto procede con regolarità, fino a quando sono costretti a rilevare ciascuno le proprie vere identità per riuscire a sposare le donne amate. In un perfetto gioco di scambi, nell’ultimo atto si verranno a sapere le vere origini di Jack, presentato al pubblico come un orfano e invece reale fratello di Algernon, a causa di un errore della governante che aveva perso il bambino appena nato. La trama, così come l’effetto comico, si ergono sugli scambi di battuta più che su cambiamenti scenografici o di azione. E al Teatro Sipario Blu questo si percepiva. Gli attori (Davide Marchese, Andrea Piccione, Maria Grazia Cavallaro, Flavia Angioni, Rossella Sorge, Paola Marchese, Alberto Pulvirenti, Alessandro Caruso, Giulia Maria Lolicato), seppur con qualche lievissima imperfezione, hanno rispettato appieno lo stile della commedia, riuscendo ad impersonare dialoghi a tratti paradossali restando imperturbabili e acuendo così l’effetto di risa. La regia pulita e ordinata della stessa Paola Marchese ha funzionato benissimo dal primo all’ultimo atto, così come le scenografie e i costumi scelti ad hoc hanno ricreato l’impressione delle mode e dei luoghi narrati. Wilde, che si era ispirato al modello delle well-made plays famose in Francia e in Inghilterra, ha scritto un testo in funzione dei dialoghi la cui genialità risiedeva proprio nel loro essere arguti, superficiali e brillanti allo stesso momento, con cui poter mettere in ridicolo gli aspetti più frivoli della società vittoriana che si muoveva nel rispetto delle apparenze. Ed oggi, non possiamo dire che sia cambiato poi molto da quel modello di società. Il pubblico che ha riempito letteralmente la sala, ha apprezzato la bizzarria di certe situazioni e riflessioni, ridendo con esse e non sentendole estranee.
Alla compagnia Pensieri Riflessi vanno i nostri applausi.

Daniela Tralongo