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Le ciociare di Capizzi: l’altra faccia della liberazione

2020-08-18 13:17

Lara Dipietro

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Le ciociare di Capizzi: l’altra faccia della liberazione

Il nuovo libro di Marinella Fiume, raccontato nella nota critica di Lara Dipietro.

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«I sogni si rimandavano per la fine della guerra che doveva pur finire, chiunque l’avesse vinta, purché finisse. E la speranza sembrava stesse per avverarsi quell’estate, quando si diffuse in paese la notizia dello sbarco alleato in Sicilia avvenuto proprio quel luglio del 1943, il mese del santo. Fu il primo giorno dell’arrivo dei soldati marocchini che entrarono in paese sui cavalli o zoccolando a piedi, sollevando il rumore fragoroso delle loro tipiche calzature. Ridevano, e dapprima i paesani pensarono che fossero amici, offrirono loro il pane, ma subito si accorsero che si erano sbagliati». 

 

È il 30 luglio 1943. A Capizzi, piccolo comune montano del messinese, arrivano le truppe alleate: il contingente americano e il IV Tabor, ovvero il battaglione composto dai goumiers, i soldati di origine berbera inquadrati nel corpo di spedizione francese in Italia (Cef). 

Risale a qualche giorno prima lo sbarco sulle coste siciliane degli Alleati, passato alla storia con il nome di «operazione Husky» che, durante il secondo coflitto mondiale, ha segnato l’inizio della campagna d’Italia. La popolazione locale pensa che il peggio sia ormai passato; ma non è così. In alcuni territori della Sicilia, tra cui il paesino di Capizzi, l’arrivo dei “liberatori” coincide infatti con una delle pagine più drammatiche della nostra Storia: le marocchinate, cioè gli stupri di massa compiuti dai goumiers ai danni della popolazione civile.

A queste vicende, soffocate in un doloroso silenzio, ha restituito voce Marinella Fiume nel volume da lei curato, Le ciociare di Capizzi (Iacobelli, 2020).

 

La scrittrice denuncia, sin dalle prime pagine, la scarsa attenzione e sensibilità ‒ anche in ambito legislativo ‒ nei confronti di questi accadimenti e prende le distanze sia dai pregiudizi etnici e raziali sia dalle teorie basate su ragioni etnico-religiose. 

Chi erano i goumiers? Come arrivarono in Sicilia? 

Nel testo, una risposta esaustiva è offerta da Giuseppe Vivaldi Maimone a cui è affidata la ricostruzione storico-militare di quei terribili giorni, a partire dalla Conferenza di Casablanca (14-24 gennaio 1943) in cui le potenze alleate decisero che in Italia, a rappresentanza della Francia, avrebbero combattuto i goumiers reclutati nelle montagne tra Marocco e Algeria e legati tra loro da vincoli tribali.

Gli stupri di guerra costituiscono una piaga antica, difficile da comprendere appieno se non si tiene conto dell’intreccio culturale, storico, politico e militare che vi è alla base. In tal senso, si rivela illuminante il capitolo finale in cui Maria Pia Fontana analizza il fenomeno in una prospettiva psicosociale.

Il corpus centrale del libro è costituito dalle interviste raccolte dalla Fidapa  (Federazione italiana donne arti professioni affari) tra i capitini, durante il biennio 2016-2017. Sono racconti mesti, feroci e fieri, che hanno un tono solenne da fiaba dell’orrore. 

Scrive Marinella Fiume: «Quello che ci premeva non era far parlare “le carte” attraverso gli archivi […] ma i testimoni ancora in vita e le nipoti e i nipoti di quelle donne, quella che abbiamo definito “la comunità”, perché, se le “Ciociare” hanno parlato, le “Siciliane” non hanno mai raccontato né denunciato portandosi nella tomba il peso del macigno che ha gravato per tutta la vita sul loro cuore».

 

I legami con quanto Alberto Moravia ha raccontato nel suo romanzo La ciociara sono abbastanza espliciti già dal titolo del libro. La curatrice evidenzia però la differenza tra le marocchinate avvenute in Sicilia e quelle compiute negli altri territori italiani. Infatti, se ad accomunarle sono la ferocia degli assalitori e il loro accanimento in gruppo sul corpo delle vittime, a separarle (s)figura la mancata denuncia pubblica dei siciliani, nella fattispecie dei capitini. Il motivo del loro silenzio, oltre al consueto senso di vergogna che si accompagna a questo tipo di violenza, è soprattutto ‒ e siamo alle pagine più crude del testo ‒ la feroce vendetta degli abitanti che, privi di qualcuno che li difendesse, lavarono nel sangue l’offesa subita, a corroborare la tesi secondo cui dalla violenza spesso nasce altra violenza.

Su questi scampoli di racconti ‒ denunce tardive ma ancora capaci di ancorarsi ai dettagli ‒ si costruisce un racconto corale, una narrazione che diviene quasi elegia quando a dominare sono le immagini di atavica e faticosa quotidianità, che hanno preceduto l’invasione dei goumiers. La preparazione del pane, la trebbiatura, la produzione del carbone sono partecipi della dimensione mitica e sacrale dell’esistenza, ne scandiscono il ritmo lento e circolare, come un’antica litania, come l’alternarsi delle stagioni.

 

Marinella Fiume è responsabile della Commissione Arte e cultura della Fidapa e presidente del Soroptimist “Val di Noto”. Autrice di saggi, biografie, racconti, canzoni, sceneggiature, romanzi, ha ricevuto diversi premi per il suo impegno sociale e la sua attività letteraria. 

Con Le ciociare di Capizzi, in un linguaggio dal sapiente candore, ha rimosso una «coltre di spessa opacità» che gravava sulle vittime da più di settantacinque anni; lo ha fatto rifiutando ogni retorica e pregiudizio, votandosi all’ascolto, al rispetto ‒ anche linguistico ‒ di una comunità offesa che non ha mai dimenticato.

 

 

 

©riproduzione riservata 

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